La gentilezza della lingua italiana dipende dall’uso che se ne fa: perciò propongo di boicottare la parola ‘maranza’
- Postato il 27 ottobre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Si è conclusa da pochissimo la XXVI edizione della Settimana della lingua italiana nel mondo (16-25 ottobre 2026), dedicata alla intrinseca creatività dell’italiano e alla sua capacità – sua, come di ogni lingua viva – di dare forma e consistenza alla realtà in cui viviamo, accompagnandone e spesso incanalandone gli sviluppi con innata “gentilezza”: l’italiano Lingua gentile, lingua geniale – come recita il titolo del volume pubblicato per l’occasione dall’Accademia della Crusca.
Ogni giorno tutti noi, parlanti nativi o meno dell’italiano, abbiamo la possibilità di godere della creatività della nostra lingua: quando gustiamo il nostro tramezzino preferito, perché tramezzino è una parola inventata – l’ha ideata per noi il poeta Gabriele D’Annunzio (1863-1938) partendo da tramezzo, la parete divisoria, visto che il tramezzino si mangia per “spezzare la fame” tra un pasto e l’altro, e vista anche la sua stessa forma, col ripieno “in mezzo” a due fette di pane; o quando apriamo la finestra a vasistas, “a ribalta”, perché all’origine del nome di questo comodissimo serramento, che in italiano arriva tramite il francese, c’è forse la domanda tedesca was ist das? – il nostro “chi è?” prima di aprire completamente la porta – che è diventata un sostantivo.
Allo stesso modo, ogni giorno tutti noi parlanti dell’italiano possiamo godere della sua “gentilezza”, ovvero della sua intrinseca democraticità: ad esempio quando adottiamo le forme femminili – forme che la nostra lingua, a diversi livelli della morfologia, ci mette a disposizione – per i nomi di professioni e cariche (la sindaca, l’avvocata, la poeta, la presidente…) nei contesti in cui quella carica accompagna il nome della donna che concretamente, come accade sempre più spesso, la ricopre: dunque, ad esempio, quando nominiamo la sindaca Silvia Salis o la presidente del consiglio Giorgia Meloni (non necessariamente quando parliamo in generale della professione di sindaco, perché altrimenti rischieremmo la “paralisi comunicativa”, come già nel 2017 spiegavano gli autori del volume Quasi una rivoluzione. I femminili di professioni e cariche in Italia e all’estero, pubblicato anch’esso dall’Accademia della Crusca).
La lingua però non esiste “da sola”, esiste in quanto viene parlata: sono i parlanti che “decidono” in che direzione va la naturale evoluzione della lingua; è l’uso vivo che fa della lingua uno strumento di “gentilezza”, insomma di democrazia, o meno. C’è una parola che in questi giorni compare spessissimo nel dibattito pubblico e che mi pare renda bene bene l’idea: la parola maranza. Di per sé, maranza non è un neologismo: la prima attestazione risale a quasi quarant’anni fa, in un brano di Jovanotti che si ritraeva “in questo ambiente / di matti di maranza e di malati di mente / fissati con le moto e coi vestiti americani” (La mia moto, 1988). La novità è la connotazione razzista della parola, che in tempi recenti è passata a indicare non più semplicemente un ragazzo (meno spesso una ragazza) giovane che veste abiti firmati perlopiù contraffatti, ascolta trap e usa un linguaggio un po’ volgare, ma un ragazzo con background migratorio, e in particolare di origine nordafricana, che ha tutte queste caratteristiche.
Ammettiamo che la parola in sé non sia priva di connotazioni razziste – si pensa infatti che derivi da maranza, ‘melanzana’ in vari dialetti meridionali, con allusione dunque al colore scuro della pelle, con possibile sovrapposizione di marakesch o marocco, che da decenni nel lessico giovanile significano dispregiativamente ‘meridionale’: resta il fatto che è l’uso vivo – e in questi ultimi giorni soprattutto l’uso fattone da una determinata parte politica – a inverare le connotazioni razziste di questa parola, fino al punto di trasformarla in un insulto. Di sicuro è così che viene percepita dai “diretti interessati”, come ha spiegato il ventenne torinese Fouad Krarmi, fondatore del movimento 2Gen.
Ma allora esiste un antidoto a un uso della nostra lingua così contrario alla sua intrinseca “gentilezza”? Direi proprio di sì. Nello specifico del dibattito di questi giorni, mi chiedo se non sia il caso di boicottare la parola maranza: rifiutarsi di usarla sarebbe un piccolo atto di uso democratico e civile della nostra lingua, un atto che ogni parlante può scegliere di compiere senza grosso sforzo e di cui in tantissimi possono beneficiare – proprio come quando scegliamo di usare il femminile delle professioni e delle cariche ricoperte da donne.
Più in generale, infatti, credo che la “gentilezza” dell’italiano stia nell’uso consapevole che ciascun parlante ne fa ogni giorno, un uso che non può prescindere da una conoscenza adeguata della nostra lingua. Insomma, forse boicottare la parola maranza significa anche contribuire a ri-orientare il dibattito pubblico in quella che, ora e nel lungo periodo, mi sembra la giusta direzione: verso cioè la riaffermazione del primato dell’istruzione e della scuola pubblica come presidio di civiltà e di democrazia; verso la valorizzazione del multilinguismo e del contatto linguistico come strumento di coesione ed empatia sociale, oltre che come veicolo di geniali creazioni linguistiche – tanto più in un paese già plurilingue come il nostro; verso la consapevolezza che la lingua siamo noi, che non ci sono atti linguistici, per quanto piccoli, inutili, perché ogni scelta linguistica ci allena a dare e a trasmettere una determinata lettura del mondo, di com’è e soprattutto di come vogliamo che sia.
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