La fortuna è di due tipi: così può portare grandi guadagni o affari poco redditizi
- Postato il 4 ottobre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Da un racconto apocrifo di Paul Géraldy. La fortuna è di due tipi: quella passiva, espressa dal proverbio “la fortuna vien dormendo”; e quella attiva, definita dal proverbio “la fortuna aiuta gli audaci”. Alcuni aspettano che la fortuna passi alla loro porta: sono i vagabondi del colpo di fortuna. Altri invece le corrono incontro, anche se devono esporsi a un pericolo: sono gli avventurieri del colpo di fortuna.
Talvolta la fortuna si presenta sotto apparenze contrarie: sei disperato che una donna non ti ami, sei mesi dopo ti accorgi che è stata una fortuna. La fortuna crea il successo, il successo crea il merito; anche per questo, ovvero non solo per invidia, fortuna è spesso il nome che si dà al merito altrui. In questa nostra epoca che ha la mania dell’uguaglianza, il fattore più importante della disuguaglianza è la fortuna: appunto in questo sta tutto il suo fascino.
La scorsa estate a Biarritz un giocatore perdeva senza tregua. Sua moglie gli disse: “Non c’è che è un mezzo: tradirti”. La sera dopo al casinò gli portano il seguente biglietto: “Credo di dovervi avvertire che ho visto poco fa il signor X introdursi nella camera di vostra moglie. Un amico”. Il giocatore si alza, turbato, esitante. Ma sul tappeto verde c’è un grosso colpo. Lo rischia e guadagna. Ricomincia e guadagna ancora.
Due ore dopo aveva dinanzi a sé un patrimonio. Si decide allora a rientrare in albergo, soddisfatto e a un tempo molto seccato, e vi trova sua moglie che gli dice, esasperata: “Ma come! Non ti scomodi neppure quando ti si annunzia che ti tradisco!” E confessa che era stata lei ad accusarsi falsamente e a fargli portare il biglietto. Ma il marito, a sua volta irritatissimo, grida: “Che imprudenza!” Tremava, a colpo fatto, del pericolo che aveva corso rischiando la fortuna senza essere stato realmente tradito.
Dai racconti apocrifi di Tibor Déry. Un umile violinista di strada entra timidamente in un negozio di generi alimentari, compra una mozzarella e prega il salumiere di custodirgli per qualche ora il violino. Appena il musicista è uscito, entra un cliente elegante, il quale, mentre il salumiere gli taglia rosee fette di prosciutto, dà un’occhiata distratta allo strumento, poi ne esamina con evidente stupore le curve, lo scruta di fronte e di profilo con occhio clinico e domanda: “Me lo venderebbe? Le do…” E spara una cifra allucinante. Il salumiere è percorso da una scarica elettrica dalla testa ai piedi, e a malincuore risponde che il violino non è suo. “Peccato! È un Guarnieri del Gesù. Sono un collezionista”.
Il salumiere nasa l’affare e gli dice di tornare la sera. “Tornerò” risponde il collezionista con gli occhi lucidi di speranza. Dopo qualche ora, rientra il violinista per ritirare lo strumento. “Me lo venderebbe?” gli domanda con aria distratta il salumiere, come se la cosa non lo interessasse. “Lo so che è un violino senza valore, ma io sono disposto, per un semplice capriccio, a pagarvelo…” E dice una cifra importante, ma un milione di volte inferiore a quella che aveva offerto il collezionista. Il violinista di strada, sentimentale e patetico, si sente lacerare il cuore nel separarsi dallo strumento, suo compagno di fame e di vagabondaggio, ma il salumiere gioviale, chiassoso e travolgente, gli fa osservare che con quella cifra se ne potrà comperare altri dieci così.
Davanti all’eloquenza dei numeri, il modesto violinista si lascia convincere, gli cede lo strumento, mette in tasca la somma, esce in strada e si dilegua nella folla. Il collezionista di violini non tornò mai a comprare lo strumento, il cui valore commerciale superava di poco quello della mozzarella e dei due etti di prosciutto che lui e il suonatore avevano investito come spese iniziali. Truffa o opera d’arte?
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