La crisi dell’arte di oggi: lo scherzo amaro del capitalismo più spietato
- Postato il 24 agosto 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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Generazione sintesi AI in corso…
Quando arriva una crisi riaffiorano alcuni ricordi
Che credevo persi
Cosa penso di me cosa voglio da te
Dove sono cosa sono e perché
Bluvertigo, La Crisi (in Zero, 1999)
Biennale/i in crisi, musei d’arte contemporanea in crisi, e ovviamente mercato dell’arte in crisi: questo uno dei mantra dell’ultimo anno. Chiaramente, questa crisi, se esiste (ed esiste), è di tipo strutturale e sistemico: non può essere superata e/o risolta con dei minimi aggiustamenti, timide riforme, toppe per i buchi oppure per foderare un’intelaiatura che ha cominciato da tempo a rivelare crepe notevoli. Allora, la crisi va innanzitutto conosciuta e riconosciuta, guardata da vicino, soppesata, considerata, analizzata e indagata.
Che cosa è la crisi del mondo dell’arte
Va messa in parallelo, per esempio, con le altre crisi che hanno nel frattempo investito altri settori vicini e contigui come la moda, il food, il design: e ci si accorge allora che queste crisi non sono altre ma sono semmai declinazioni della stessa, medesima – con aspetti e riflessi analoghi, peraltro. Ad essere messa in discussione è l’idea stessa del lusso così come si è venuta costruendo nell’arco dell’ultimo secolo almeno, il suo funzionamento e la sua logica interna: che cosa fa di un determinato oggetto (opera d’arte compresa) un oggetto di lusso? E il concetto di status symbol ha ancora senso, oppure quella dimensione simbolica si sta trasformando e sta perdendo la connessione con lo status? Queste sono alcune delle domande che bisogna evidentemente cominciare a porsi per capirci qualcosa. Forse, è proprio l’idea e la pratica dell’arte contemporanea come bene rifugio che sta tramontando – il che se da un lato ha conseguenze negative per qualcuno dall’altro invece può essere estremamente positivo.
Le crisi negli altri settori culturali
Tra rifeudalizzazione, turbocapitalismo, guerre culturali e ideologiche, pressioni finanziarie e politiche, mutazioni e singolarità tecnologiche (con l’ascesa apparentemente inarrestabile dell’AI), il sistema artistico contemporaneo e le sue istituzioni sembrano singolarmente impreparati alle gravi sollecitazioni esterne del presente. Oppure, al contrario, sono preparatissimi: e dunque alle medesime sollecitazioni rispondono con una chiusura sempre più ermetica, per cui i fattori di turbolenza non divengono mai elementi e agenti di cambiamento e trasformazione radicale (e anzi vengono prontamente disinnescati appena provano timidamente a diventarlo), ma rimbalzano sistematicamente sul muro di gomma dell’elitismo.
Perché questa sembra proprio la dimensione che, lungi dall’essere ridotta o erosa, viene proposta come quella assolutamente più giusta ed efficiente. Alle istanze di volta in volta inquietanti o entusiasmanti (o entrambe le cose, insieme) che emergono e che premono dal mondo reale, il pianeta separato dell’arte contemporanea ha deciso platealmente di rispondere con una separazione ancora più netta, più decisa, più profonda. Che vuol dire, in pratica: più esclusione, più sperequazione, più disparità (negli accessi, nelle opportunità, ecc. ecc.).
Il muro di gomma dell’elitismo
Desta stupore allora, in una prospettiva del genere – ma forse, a conti fatti, non dovrebbe –, considerare un aspetto che inevitabilmente salta all’occhio. Perché, di fatto, una delle domande più importanti da farsi oggi è: come è possibile che nell’ultimo quindicennio il sistema di estrazione capitalistica più spietato, nichilista, colonialista, patriarcale e paternalista abbia deciso – sul proprio versante artistico-mercantile – di investire proprio nelle nicchie artistiche più sinceramente impegnate sul versante contenutistico/cronachistico/didascalico, tra legittime rivendicazioni postcoloniali e altrettanto giuste istanze politiche di genere, tanto impegnate da aver rigidamente optato per una riduzione estrema della ricerca linguistica e della sperimentazione stilistica, che in certi casi piuttosto grotteschi giungono ad essere addirittura bandite in favore di una comprensibilità e leggibilità e digeribilità dello statement?
Non sembra uno scherzo un po’ troppo amaro e cinico persino per i tempi che corrono?
Christian Caliandro
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L’articolo "La crisi dell’arte di oggi: lo scherzo amaro del capitalismo più spietato " è apparso per la prima volta su Artribune®.