La Candelora. Ritualità e simbolo tra liturgia cristiana e metafore del paganesimo

Pierfranco Bruni

Il mondo cristiano e la cultura pagana festeggiano il giorno della Candelora. Per entrambi la metafora della Luce ha un senso iniziatico. Perché anche per la cultura “pagana”, ovvero non cristiana, la Luce è il superamento delle tenebre e, proprio per questo, dal punto di vista antropologico, ha una sua religiosità. Ovvero una sua fedeltà alla Tradizione.

Nel mondo cristiano è invece la celebrazione della Presentazione di Gesù al Tempio (Lc 2,22-39). Qual è il rito? Vengono benedette le candele. Rappresentano il simbolo di Cristo che porta Luce ai popoli. Nella liturgia, Gesù fu chiamato da Simeone, quando avvenne la presentazione al Tempio di Gerusalemme. Un rito che si ripete il 2 febbraio e riveste per i cattolici un appuntamento significativo.

Cosa rappresenta nella interpretazione pagana?
La Candelora. La notte in cui gli apprendisti stregoni vengono iniziati alla stregoneria. Un battesimo di luce.

La notte della Candelora è la notte in cui streghe e stregoni abbandonano il loro apprendistato e si rivolgono verso un nuovo viaggio di luce.
Gli apprendisti stregoni festeggiano la primavera delle streghe, ascoltano con molta attenzione le voci che precedono la Candelora. Osservano. In silenzio. Perché la Notte della Candelora è l’iniziazione al mondo magico.

Gli apprendisti entrano nella stregoneria. La luna diventa sottile e il canto propiziatorio ha tra le parole la cacciata delle nuvole. Gli apprendisti stregoni vivono una vera e propria cerimonia, con una trasformazione dei segni mitici in un percorso propriamente rituale.

Molto tempo fa, sembrano passati secoli, ho vissuto questa notte in un passaggio in cui il fuoco diventava metafora di un Dio illuminante e non teocratico. Avviene la consacrazione delle candele.

La luce metafisica è quella dell’abitare la notte e il bosco aspettando la fiammella del vento nella luce ovattata degli spazi. In fondo il mondo cattolico recupera dalla magia il concetto di Presentazione al Tempio di Gesù (Gerusalemme).
I cattolici, gli ortodossi, i luterani e gli anglicani fanno festa. Si può leggere, come ho già sottolineato, in Luca (2, 22–39). Infatti vengono celebrate le candele come sfera di luce che è il simbolo dello Spirito Santo. Nella magia è sempre lo spirito che traccia il viaggio, ma è illuminante, sazievole, in un tempo che lega l’infinito con l’eterno.

Fu uno dei riti più significativi nell’antropologia dell’iniziazione. Persino Ovidio ne parla nei suoi Fasti (testo interrotto volutamente a metà). Scrive:
«Gli antenati romani dissero Februe le espiazioni: e ancora molti indizi confermano tal senso della parola. I pontefici chiedono al re e al flamine le lane che nella lingua degli antichi erano dette februe. Gli ingredienti purificatori, il farro tostato e i granelli di sale, che il littore prende nelle case prestabilite, si dicono anch’essi februe… Da ciò il nome del mese, perché i Luperci con strisce di cuoio percorrono tutta la città, e ciò considerano rito di purificazione».

Si era già comunque al 9 d.C. e si tratta di una festa precristiana la cui derivazione ha tracce anche nella cultura celtica. Nell’Itinerarium si legge: «Si accendono tutte le lampade e i ceri, facendo così una luce grandissima» (Itinerarium 24, 4).

In fondo viene considerata come la Festa del Fuoco Sacro. Santa Brigida è il riferimento cristiano, ma la festa si lega a una cultura pagana delle Vestali.
Il giorno della purificazione dell’anima e del corpo. Il rituale delle stagioni è un attraversamento che definisce il significato degli archetipi della luce e dei mesi, in attesa che la luce vera possa illuminare.
La luce vera è chiaramente il sole di giorno e la luna di notte. Alcuni proverbi danno il senso di ciò.


Il detto più diffuso in Puglia, riferito al giorno della Candelora (2 febbraio), è il seguente:
“A Cannëlôrë, ci non nevëchë
e non chiovë, a Vërnët non è fôrë”.


Nella Puglia salentina, invece, si usava dire:
“De la Candelora
ogni aceddu fa la cova…”.
In Calabria:
“Da Candalora, cu on avi carni
s’impigna a figghjiola…”.
“Candelora cu’ u’ vientu e cu’ i fraschi
sona a tarantella”. “U’ passatu a cauci è tiratu
e un fuocu appiccica lu cori”.
In Romagna:
“Se nevica per la Candelora
sette volte la neve svola…”.

In Veneto:
“Da la Madona Candeòra
de l’inverno semo fora;
ma se xe piova e vento,
de l’inverno semo drento…”.


In Umbria:
“A la Madonna Candelora de l’inverno semo fora,
ma se piove e tira vento, de l’inverno semo dentro…”.


Il dato che resta rilevante è che i proverbi, i cosiddetti “Detti”, vengono scritti e pronunciati chiaramente in dialetto. Il dialetto assume il vero tessuto di una antropologia delle forme della lingua. Si vive come lo strumento popolare della comunicazione.

La festa resta una rappresentazione popolare e, quindi, come tale si proietta in un immaginario molto forte, in un frontespizio simbolico che rende ogni cultura legata al territorio.

La Candelora è una di quelle festività nel ritmo tra modello pagano e sacralità in cui il fuoco è fondamentale.
“Piglia piglia li fraschi
c’a’ a’ fiamma fino ara luna
adda arriva’”.

La notte in cui gli stregoni abbandonano il loro apprendistato e diventano adulti, con il Fuoco propiziatorio che è divinazione.
“Caccia caccia u’ vientu
cu’ u’ fuocu adda appiccià”.

Dunque, è la Luce la metafora della speranza, ma anche della riconciliazione tra le genti, come usa dire San Paolo. Pirandello intitola una sua novella con il personaggio di nome Candelora. Una donna che non si sente vista. Un’ombra. Allegorie di un destino di una donna che vive come ombra nell’ombra. La Candelora non solo è Luce, ma è anche il superamento dell’ombra.

….

Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.

Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.

Incarichi in capo al Ministero della Cultura:

Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;

Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;

Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.

È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.

Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.

Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.

Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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