Elsa Morante. L’isola, la storia e gli echi nella poesia di una vita
- Postato il 29 gennaio 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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di Pierfranco Bruni
Dal sublime come dolcezza, delicatezza, magia dei paesaggi e racconto tra il poetico e l’esistere di una estetica forte e leggera come il volo di una farfalla. La poesia narrante di Elsa Morante non è solo nella storia, ben definita in un famoso suo romanzo, ma soprattutto nei giochi ad incastri tra il vissuto e il tocco di una magia attraverso una parola fatta di senso e di poesia. Siamo al centenario della nascita di Elsa Morante: dall’isola come immaginario alla storia come rappresentazione.
Con due “aperture” poetiche (quasi a mo’ di incipit) ci si avvia nei percorsi narrativi dell’Elsa Morante de “L’isola di Arturo”. Romanzo fondamentale non solo di una scrittrice e di una generazione ma di un contesto storico – letterario che definisce un tracciato narrativo. Viene pubblicato nel 1957 e sta tra due libri di mezzo che non hanno mai smesso di offrire proiezioni oniriche (a chi la letteratura continua a viverla come metafora di una realtà disgregante): “Menzogne e sortilegio” del 1948 e “Alibi” del 1958. raccontare esistenze e vivere la poesia. Sono due modelli con i quali Elsa Morante (Roma, 18 agosto 1912 – Roma, 25 novembre 1985) si è sempre confrontata.
A quali aperture poetiche ci si riferisce dunque? La prima è un verso di Umberto Saba: “Io, se in lui mi ricordo. Ben mi pare…”. La seconda è un frammento di due versi di Sandro Penna: “…il Paradiso/altissimo e confuso”. Bisogna ricordarli questi passaggi soprattutto perché il romanzo di Elsa Morante, al quale si ci riferisce in particolare, è un trascorrere di poesia, di quella poesia “leggera” che è fatta di voli di gabbiani e di onde che cercano la deriva come l’isola di Procida e lo sguardo di Arturo che sembra fatto di vento.
Ebbene, con questo romanzo la Morante segna un momento importante nella storia narrativa degli anni cinquanta (che è poi la seconda metà del Novecento italiano) e la impone come riferimento in quella letteratura della memoria e dell’estetica dei personaggi con i quali ci si avventura sempre all’interno di un viaggio che è fatto di destino. In fondo i personaggi della Morante vivono tra viaggio e destino. L’isola, il mare, la geografia del tempo.
Echi mediterranei che ricorrono in un fluire di fantastiche impressioni in una costante emozione del parlato. La metafora del mare resta un riferimento: “…i miei occhi e i miei pensieri lasciavano il cielo con dispetto, riandando a posarsi sul mare, il quale, appena io lo riguardavo, palpitava verso di me, come un innamorato”. E poi altri echi, altre vibrazioni, altri segni…
Certo ci sono altri romanzi o libri di racconti della stessa Morante che rientrano in quadro ben preciso. Già gli altri due citati prima (e mi riferisco anche a quello di poesia) danno un tracciato abbastanza consistente. Ma mi riferisco anche ai racconti del 1963 “Lo scialle Andaluso” e poi all’ultimo, quello del 1982, “Aracoeli” che non sono una parentesi. Anzi costituiscono spaccati esistenziali di una scrittrice che pur non assentandosi mai dal quotidiano e dalla “storia” ha sempre dato una “sensualità” a quel linguaggio in cui il senso onirico resta fondamentale.
Già, la storia. Il 1974 è l’anno del suo romanzo “monumento” o “documento”. Mi riferisco, appunto, a “ La Storia ”. Grande dimensione di strategia narrativa. Immagini in campo lungo e corto, dolori e tragedie. La storia è il racconto del quotidiano che diventa universale? Non ci sono dubbi. “ La Storia ” di Elsa Morante è un libro robusto ma si lascia troppo rapire dalle cronache, dai dolori quotidiani che vengono rappresentati nel quotidiano, dalla fragilità (e nello stesso tempo della maestosità) dell’infanzia.
Un libro che comporta in incontro con quella rappresentatività che è dettata dalla realtà. Il punto focale è proprio qui ed è anche il pregio del romanzo. Ovvero nella rappresentatività della storia – quotidiano non si lascia spazio a forme di realismo vero e proprio. Il distacco con il quale si raccontano i fatti rende ancora più passionevole la trama narrante che diventa un intreccio di avvenimenti collocandoli nell’avventura di una realtà diventata ormai memoria.
La Storia stessa (con la S maiuscola) è il decifrato di una memoria che non può essere dimenticata. O meglio i fatti vissuti o subiti entrano dentro la storia ma durano lungo i giorni della memoria. Da questo punto di vista è un “monumento” nel quale trovano posto i destini, le avventure, i personaggi ma il romanzo, comunque, è come se fosse altrove.
Qui ci sono i fatti e i fatti nell’animo dello scrittore intraprendono un dialogo con un paesaggio di luoghi, di simboli, di segni, di trasporti. Si sente l’anima dello scrittore in un pathos in cui l’oblio della parola misura la pesantezza dei dolori. Un romanzo – saggio. O siamo al romanzo o siamo al saggio soprattutto quando in mezzo c’è la storia. O meglio quando in mezzo c’è la storia o il romanzo resta romanzo o il saggio recupera il suo “breviario” scientifico. O siamo qui o siamo altrove. Resta ancora un libro sul quale poter discutere proprio per meglio chiarire alcune visioni sulla letteratura. Ma questo è un altro dato.
Elsa Morante, comunque, non è ne “ La Storia ” che può essere identificata. Il suo essere scrittrice è certamente altrove. Ed è nei testi, a mio avviso, prima menzionati. Aggiungerei a quelli un libro speciale: “Il mondo salvato dai ragazzini” pubblicato nel 1968. In piena contestazione Elsa Morante pubblica un libro di una delicatezza straordinaria. Nel quale i protagonisti sono i ragazzini. Solo i ragazzini ci salveranno? Solo i ragazzini potranno comprendere il senso della poesia? Sono loro l’unico pubblico in grado di ascoltare la voce della poesia? Sono gli unici che possono decifrare il valore delle immagini.
Elsa Morante fa del suo linguaggio una metafora delle immagini. Ritornando al romanzo “L’isola di Arturo”: ci si rende immediatamente conto delle immagini che permeano tutto il romanzo. L’isola stessa è una geografia di immagini ma è anche un labirinto interiore nel quale il filo di Arianna è fatto di laceranti strappi consumatesi tra i ricordi e il presente. Una memoria antica in cui i luoghi stessi sono ben aggrappati alle pareti dell’anima – labirinto dentro la quale solo il silenzio della poesia può diventare un graffio di esistenza in un intaglio di solitudini e di fugacità.
Indubbiamente la centralità dell’opera della Morante, pur raccogliendo un frammentismo lirico, sta nei temi della solitudine, del tempo, del non smarrire il ricordo. La fugacità dei giorni sembra un miserere. Non va dimenticato il fatto che ci si trova di fronte ad uno scrittore (ho sempre usato il termine maschile perché la scrittura non può conoscere distinzioni) che è poeta.
Molte pagine dei suoi racconti (si pensi a “Lo scialle Andaluso”) risultano un viaggiare “naufragando” nella parola poetica. La poesia sempre più come superamento del reale – quotidiano e dell’affermazione di una metafora che plasma il quotidiano stesso. La poesia come sorgente di linguaggi. Arturo è un personaggio (ne “L’isola di Arturo”) che sostanzia due luoghi. Quello reale (Procida) e quello simbolico (o quasi archetipale) che resta oltre ogni geografia (l’isola). Dentro questo misterioso incanto tematico il linguaggio è una permanenza dell’onirico che cerca di caratterizzare i silenzi delle immagini. Il mare è un viaggiare nel Mediterraneo delle acque che vive di specchi e di riflessi.
Il mosaico narrativo e poetico della Morante non può non consistere anche nella “interpretazione” dei silenzi e delle immagini che sono l’asse intorno al quale è strutturato tutto un viaggio esistenziale – letterario. La letteratura può, d’altronde, essere racchiusa nel verso che si legge nella “Dedica” che la Morante regala al suo “L’isola di Arturo”. Infatti, il romanzo inizia con una sua poesia che porta il titolo di “Dedica” e così si ascolta: “Quella, che tu credevi un piccolo punto della terra,/fu tutto./E non sarà mai rubato quest’unico tesoro/ai tuoi gelosi occhi dormienti./Il tuo primo amore non sarà mai violato”.

La letteratura e l’isola. O la letteratura è un’isola? Tra i ritagli di tempo il linguaggio della poesia è una “comunicazione” di anime. I romanzi di Elsa Morante sono nella “solitudine” e nel “sortilegio” di un viaggio che ha echi di isola, di mare e di terra, soprattutto quando la storia (o la Storia ) non diventa mera rappresentazione.
Una comunicazione di anime nel labirinto di un tempo che vive nell’orizzonte della memoria. Ma è la memoria che fa recitare il tempo come tra granelli di un rosario che ha il tocco della fantasia e della realtà. Un segno tra la magia degli sguardi e delle attese e la parola nella pausa di una meditazione che intreccia i personaggi dei suoi destini narrativi. Così in Elsa Morante.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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