Chiara d’Assisi in Maria Zambrano e I chiari del bosco. La metafisica dell’anima
- Postato il 1 febbraio 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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Pierfranco Bruni
Chiara d’Assisi è la claritudine, o la claritas: ovvero la luce che rivela ciò che vi è dopo il Cristo in Croce. È anche un invito a non aver paura del buio, cioè del bosco. Chiara d’Assisi è la donna che rinuncia alla ricchezza, alla nobiltà, all’agiatezza per consacrarsi a Cristo. Nella Croce incontra la Rivelazione, che è la stessa incontrata da Francesco.
È certo che Chiara e Francesco reinventano un modello di religiosità che è ubbidienza ma, soprattutto, invito a vivere la “visione” cristocentrica come misticismo e mistero, non solo dal punto di vista cristiano e cattolico, ma anche filosofico. Un darsi alla spiritualità come pensiero, perché anche nel pensiero filosofico c’è la fede…Si supera la Ragione con la metafisica spirituale. Non hanno dato soltanto una testimonianza religiosa, ma sono entrati in quel pensiero cattolico che vede l’abitare il Cristo come vita oltre la fenomenologia.
Il Medioevo è un’epoca di conflitti e non di confronti, ma è anche un secolo di erosioni tra un Occidente dei mercanti e un Oriente dei sultani. Chiara e Francesco rompono un sistema e aprono un viaggio che pone al centro non più soltanto l’uomo e le “cose”, ma Cristo e l’Anima.
Riprendono tra le mani e nel cuore la preghiera e usano certamente i conventi, ma anche le piazze e la solitudine. Ritornano al Vangelo e riportano nello scenario cristiano Paolo e Agostino. Il linguaggio di Francesco è paolino. Quello di Chiara è francescano e paolino.
Le diatribe sulle Vite scritte da Tommaso da Celano (quella di Francesco riscritta più volte) dimostrano non l’incompiutezza, ma il non conformismo alle norme della Chiesa. Infatti, ancora oggi si tiene in considerazione la Vita di Domenico da Bagnoregio e non quelle di Tommaso da Celano, il quale scrisse in presa diretta anche la prima “storia” di Chiara.
Il tutto senza tener conto che la santità non è storia, ma è un legame tra tradizione e leggenda, sapendo però che la leggenda nasce sempre da un’antropologia della tradizione, in cui la verità non ha bisogno della realtà, ma della fede.
Chi ha ben compreso tutto ciò in Chiara, in tempi a noi vicini, non è stato un teologo ma una filosofa: Maria Zambrano. Infatti, nel suo Chiari di bosco pone all’attenzione il superamento della notte come metafora del buio, ponendo come riferimento il chiaro e la luce. Quel chiaro che è claro e nasce dal mistero.

Maria Zambrano dirà:
“Il chiaro del bosco è un centro nel quale non sempre è possibile entrare; lo si osserva dal limite e la comparsa di alcune impronte di animali non aiuta a compiere tale passo. È un altro regno che un’anima abita e custodisce. Qualche uccello richiama l’attenzione, invitando ad avanzare fin dove indica la sua voce. E le si dà ascolto. Poi non si incontra nulla, nulla che non sia un luogo intatto che sembra essersi aperto solo in quell’istante e che mai più si darà così. Non bisogna cercarlo. Non bisogna cercare. È la lezione immediata dei chiari del bosco: non bisogna andare a cercarli, e nemmeno a cercare nulla da loro. Nulla di determinato, di prefigurato, di risaputo. E l’analogia del chiaro con il tempio può sviare l’attenzione”.
Maria Zambrano non è soltanto una filosofa: è una mistica che ha visto nell’“Aurora” la rinascita del Cuore con una religiosità profonda, o meglio il “risveglio”, che non è il dopo-sonno, bensì “un istante di esperienza preziosa della preesistenza dell’amore: dell’amore che ci concerne e che ci guarda, che guarda verso di noi” (Maria Zambrano).
Un tirar fuori il chiaro è fondamentale: è ciò che ha vissuto Chiara d’Assisi. Maria Zambrano ha studiato attentamente Santa Chiara insieme a Santa Teresa d’Avila. Dal convento della preghiera al castello, o palazzo, dell’anima. Tutto è fatto di stanze, e le stanze sono labirinti, come nella santa spagnola.
I secoli perdono le parole, ma per ritornare a Cristo occorre necessariamente il linguaggio del Cantico di frate Sole, che ha innovato la preghiera. È una “respirazione del cuore”.
Maria Zambrano pone un interrogativo puramente metafisico:
“Perduta la parola unica, segreto dell’amore divino-umano. E non si riferiranno per caso ad essa quelle parole privilegiate a stento udibili come mormorio di colomba:
Direte che mi sono perduta,
Che, andando innamorata,
Mi persi a bella posta e fui trovata?”.
Chiara ci ha insegnato che in Cristo si viene trovati. Forse anche per questo Maria Zambrano ha posto la domanda: per mettere l’uomo del Novecento di fronte a uno specchio, come si è sempre specchiata con la sua, nell’ anima Chiara d’Assisi. È così che il chiaro (o i chiari) del bosco è aurora, contemplazione, preghiera, misticismo.
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Pierfranco Bruni è nato in Calabria. Archeologo, direttore del Ministero dei Beni Culturali e, dal 31 ottobre 2025, membro del CdA dei Musei e Parchi Archeologici di Melfi e Venosa, nominato dal Ministro della Cultura; presidente del Centro Studi “Francesco Grisi” e già componente della Commissione UNESCO per la diffusione della cultura italiana all’estero.
Nel 2024 è stato Ospite d’onore per l’Italia per la poesia alla Fiera Internazionale di Francoforte e Rappresentante della cultura italiana alla Fiera del libro di Tunisi.
Incarichi in capo al Ministero della Cultura:
Presidente Commissione Capitale italiana città del Libro 2024;
Presidente Comitato Nazionale Celebrazioni centenario Manlio Sgalambro;
Segretario unico comunicazione del Comitato Nazionale Celebrazioni Eleonora Duse.
È inoltre presidente nazionale del progetto “Undulna Eleonora Duse” e presidente e coordinatore scientifico del progetto “Giacomo Casanova 300”.
Ha pubblicato libri di poesia, racconti e romanzi. Si è occupato di letteratura del Novecento con studi su Pavese, Pirandello, Alvaro, Grisi, D’Annunzio, Carlo Levi, Quasimodo, Ungaretti, Cardarelli, Gatto, Penna, Vittorini e sulle linee narrative e poetiche del Novecento che richiamano le eredità omeriche e le dimensioni del sacro.
Ha scritto saggi sulle problematiche relative alla cultura poetica della Magna Grecia e, tra l’altro, un libro su Fabrizio De André e il Mediterraneo (“Il cantico del sognatore mediterraneo”, giunto alla terza edizione), nel quale esplora le matrici letterarie dei cantautori italiani e il rapporto tra linguaggio poetico e musica, tema che costituisce un modello di ricerca sul quale Bruni lavora da molti anni.
Studioso di civiltà mediterranee, Bruni unisce nella sua opera il rigore scientifico alla sensibilità umanistica, ponendo al centro della sua ricerca il dialogo tra le culture, la memoria storica e la bellezza come forma di identità.
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