In Olanda c’è uno storico festival che trasforma un parco in museo a cielo aperto
- Postato il 12 luglio 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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In una città ancora segnata dalla Seconda guerra mondiale, nel 1949 nasceva ad Arnhem, nei Paesi Bassi, una delle più antiche e influenti manifestazioni dedicate all’arte nello spazio pubblico. L’obiettivo? Creare un momento per riportare le persone negli spazi aperti e contribuire alla ricostruzione della vita civica della città. Parliamo di Sonsbeek, una grande mostra a cielo aperto che, da quel momento, si tiene saltuariamente nell’omonimo parco della città olandese e vede Orlando Maaike Gouwenberg alla direzione e Amira Gad e Christina Li alla curatela dell’edizione 2026. Per l’occasione, il festival torna con una nuova selezione di opere e artisti internazionali, chiamati a interrogarsi sui temi della memoria, del paesaggio e della convivenza. La risposta non consiste solo in grandi installazioni immerse nel verde, ma anche in interventi in città: sono infatti coinvolte molteplici sedi del centro e istituzioni partner come Museum Arnhem, Museum Bronbeek, Omstand, Rozet e POST.

Sonsbeek 2026: arte pubblica nel parco di Arnhem
Ik hoef geen tuin, ik deel een park – tradotto, “Non ho bisogno di un giardino, condivido un parco” – è il titolo della tredicesima edizione di Sonsbeek e nasce da uno slogan del collettivo di Arnhem Loesje, una voce anonima che da decenni interviene nello spazio pubblico con frasi brevi, poetiche e provocatorie. La scelta non è casuale: Sonsbeek 2026 prende il parco come cuore simbolico, politico e fisico della mostra, contrapponendo l’idea privata del giardino a quella comune del parco. “Quando sei a casa, hai la sensazione di essere da solo. Ma una volta che sei in un parco, diventi consapevole delle altre persone. Devi coesistere. Ma forse non si tratta solo di altre persone. Ci sono altre specie, altri esseri, un intero ecosistema. Noi siamo solo una parte di esso. Non siamo in cima alla piramide. Credo che questo apra molte domande”, commenta Li. In questo senso, Sonsbeek 2026 invita il pubblico a non limitarsi a osservare le opere, ma a partecipare alla produzione stessa del significato: ricordare diventa un gesto condiviso.
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Gli artisti e il programma di Sonsbeek 2026 ad Arnhem
Sonsbeek 2026 riunisce 18 artisti e collettivi — tra cui Larry Achiampong, Korakrit Arunanondchai, Alvaro Barrington, Fanja Bouts, Forensic Architecture, Femke Herregraven, Afaina de Jong, On Kawara, Loesje, Jumana Manna, Jota Mombaça, nasa4nasa, Ipeh Nur, Puppies Puppies, Sahej Rahal, Mounira Al Solh, Anne-Mie Van Kerckhoven ed Esma Yiğitoğlu — per parlare di paesaggio, corpo, migrazione, spiritualità, ecologia e linguaggio. La selezione non nasce da una open call, ma da una ricerca condivisa tra le curatrici. “È stato piuttosto un processo di ricerca tra me e Amira”, racconta Christina Li. “Abbiamo guardato a diversi artisti che ci interessavano e abbiamo fatto insieme visite negli studi. Parlavamo con persone che ci incuriosivano, o con artisti che sapevamo stavano lavorando a qualcosa di collegato al nostro tema”. Accanto alla mostra, il festival presenta un ampio programma pubblico intitolato Spiral Movements, curato da Berber Meindertsma, che include talk, passeggiate, tour, performance e incontri con gli artisti, pensati per invitare il pubblico a tornare più volte. Inoltre, un ruolo importante sarà affidato anche al cinema: ad agosto e settembre, Focus Filmtheater e Sonsbeek presenteranno Darkness Reframed, un programma di otto appuntamenti con classici del cinema e cortometraggi d’artista.
Sonsbeek 2026: il parco come spazio condiviso
“Che cos’è Arnhem? Qual è la storia di Sonsbeek? Perché nel 1949 nacque il bisogno di una mostra d’arte nello spazio pubblico?”. Da queste domande le curatrici sono partite per sviluppare il concept di Sonsbeek 2026, cercando nella storia della città e della manifestazione il punto di partenza per leggere il presente. Oggi, però, non si tratta più di ricostruire dopo una guerra conclusa, ma di agire dentro un tempo segnato da crisi globali, conflitti, migrazioni forzate ed emergenze ecologiche. Per questo la memoria non è intesa come semplice conservazione, ma come pratica viva, politica e poetica: qualcosa che “deve anche essere disfatta e rimessa in discussione”. In questa prospettiva, le opere in mostra non offrono risposte definitive, ma costruiscono una cornice all’interno della quale possano essere poste delle domande. “Credo che il discorso tenda spesso a diventare molto binario: sì o no, giusto o sbagliato”, afferma Li. “Noi vogliamo in realtà allontanarci da questo e creare qualcosa di più aperto. Si tratta di aggiungere diverse forme di comprensione e di contributo. È un po’ come il Tai Chi: ti muovi nello spazio, non spingi troppo, e leggi lo spazio”.
Dal passato indisciplinato al futuro di Sonsbeek
La storia di Sonsbeek non è mai stata lineare. Il suo passato, fatto di interruzioni, ripartenze e vuoti organizzativi, ha contribuito a renderla una manifestazione unica, ma ha anche evidenziato la necessità di costruire una struttura più stabile, un archivio per raccogliere tutto quello che è stato fatto. Dal 2024, con il sostegno della città di Arnhem, l’organizzazione è stata rilanciata in una prospettiva di maggiore continuità, guardando alla prossima edizione del 2029, in occasione degli ottant’anni di Sonsbeek. “In un mondo ideale, mi piacerebbe stabilire la prossima edizione nel 2029 e poi muoverci verso un ritmo più stabile, forse ogni quattro anni”, racconta Orlando Maaike Gouwenberg. “Allo stesso tempo, amo anche il lato irregolare di Sonsbeek. C’è una parte di me che pensa che non sarebbe male se dovessimo ancora affrontare ogni volta la sfida di farla accadere, ma idealmente vorrei creare un’infrastruttura di base: un team che possa lavorare su un archivio. Se riuscissi a costruire un’organizzazione solida, si creerebbe molto spazio per diversi modelli curatoriali. Ci permetterebbe di rispondere al tempo in cui viviamo e a ciò che è necessario”.
Carolina Chiatto
L’articolo "In Olanda c’è uno storico festival che trasforma un parco in museo a cielo aperto" è apparso per la prima volta su Artribune®.