In Europa il vero problema sono le classi dirigenti e le regole. Scrive Pedrizzi
- Postato il 7 maggio 2026
- Politica
- Di Formiche
- 0 Visualizzazioni
- 4 min di lettura
Le altalenanti prese di posizione di Donald Trump, la sua politica di dazi stop and go, le sue minacce a più di un Paese del globo, le guerre che incendiano città e nazioni e focolai di conflitti che si intravedono all’orizzonte, rendono impossibile fare previsioni attendibili con questi scenari che cambiano ad horas, per cui è inutile esercitarsi sui numeri e sulle date. Vorrei piuttosto riflettere perciò sul tema di come affrontare qualsiasi tipo di prospettive. E come ci attrezziamo con queste classi dirigenti europee e nazionali e con quali regole.
Se noi solo esaminiamo lo spirito che animò i padri fondatori dell’Europa e come si stanno invece comportando oggi “gli gnomi di Bruxelles”, come li definiva Paolo Savona, già possiamo azzardare un giudizio. Ricordiamo alcune dichiarazioni del 1950 di questi costruttori dell’Unione europea.
Il ministro degli Esteri francese Robert Schuman disse nel maggio del 1950: “L’Europa non potrà farsi in una sola volta; né sarà costituita tutta insieme: essa sorgerà da realizzazioni concrete che creino anzitutto una solidarietà di fatto”. Konrad Adenauer espresse il convincimento che “l’unità europea era ed è essenziale per la pace e una stabilità durature”.
L’italiano Alcide De Gasperi sosteneva: “L’Europa esiste nella sua essenza. Ma è visibilmente sminuzzata e tagliuzzata da divisioni territoriali, barriere economiche, rivalità nazionali”. L’obiettivo era quello di evitare che l’Europa diventasse una realtà perennemente in crisi e inconsistente nell’ambito della geopolitica. Purtroppo è quello che sta avvenendo. Nel 1951 l’Unione parti con la Cca, la Comunità del carbone e dell’acciaio. Il 25 marzo 1957, furono firmati i Trattati di Roma. Il primo trattato costituì la Comunità economica europea (Cee); il secondo la Comunità dell’energia atomica, conosciuta come Euratom.
Nel 1992, il 7 febbraio, dodici Paesi siglano il Trattato di Maastricht ed il 1° novembre 1993 viene fondata l’Unione Europea. Il muro di Berlino cade nel 1989 ed inizia a tramontare lentamente ma inesorabilmente l’“impero americano”; entrano in scena la Cina e i cosiddetti Paesi del Brics.
L’Unione Europea si trova necessariamente a dover interpretare un nuovo ruolo sulla scena internazionale. Ad essere sinceri però la situazione di subalternità dell’Europa di fronte ai nuovi grandi imperi non è dovuta solamente ad una questione di classe dirigente inadeguata, ma anche e sopratutto di regole che hanno ingessato la macchina organizzativa, se non addirittura alterato il funzionamento, distorcendone gli obiettivi.
Nel Saggio di verità sull’Europa e sull’euro del Prof. Giuseppe Guarino, già ministro delle Finanze e dell’Industria, Commercio e Artigianato e delle Partecipazioni Statali, viene delineato con precisione la realtà attuale dell’Unione Europea, individuando gli atti giuridici attraverso cui si è attuato quello che Guarino definisce un autentico “colpo di Stato” e che ha portato alla situazione odierna. L’obiettivo prefissato a Maastricht nel 1992, infatti, era inizialmente quello di uno sviluppo di una crescita sostenibile da raggiungersi da parte di ciascuno Stato che “vi avrebbe provveduto nell’interesse proprio e dell’Unione, con la propria politica economica”.
Questo obiettivo della crescita di ogni Stato venne in seguito sovvertito e sostituito con il risultato del pareggio di bilancio imposto dal reg. 1466/97 con il quale l’Unione europea andava contro un proprio Trattato e decideva la disciplina per la nuova moneta unica, l’euro, a cui l’ex ministro attribuisce la responsabilità di aver fatto precipitare l’Italia a terza peggiore economia del mondo. Per tale motivo Guarino definisce questa moneta, in quanto disciplinato da una regolamento e non da quanto previsto dal Trattato, un euro falso, i cui parametri economici, peraltro, attestano il risultato di una politica monetaria ed economica fallimentare.
Per concludere guardiamo a casa nostra. La politica italiana manca di una sostanziale elaborazione del modello di economia, che resta nell’ombra ed indeterminato. Il che è tanto più rilevante in un periodo come questo in cui c’è da decidere, tra l’altro, il tipo di vincoli europei sui bilanci pubblici da imporre ai vari paesi della Ue. Il problema poi si complica se ci si riferisce al governo, in cui convivono tre anime diverse: quella di Forza Italia che è la più liberale, quella della Lega che oscilla tra diverse posizione, esprimendo al proprio interno comunque voci di netto dissenso nei confronti dei vincoli europei e quella di Fratelli d’Italia, che attualmente ha assunto una posizione di apertura e di sostegno alle politiche restrittive di bilancio, all’insegna della stabilità e del pareggio, pur venendo da una tradizione più antieuropeista.
I vari schieramenti, con i partiti di centro, della destra e della sinistra, risultano dunque favorevoli comunque al mantenimento di un sistema di vincoli, perché tutti hanno svoltato verso una versione della politica economica vicina alle posizioni di Bruxelles, con la permanenza del vincolo di bilancio.
Il che non fa ben sperare che le difficoltà che vivono imprese e famiglie a breve vengano affrontate. In questo quadro di incertezza si ripropone, appunto, nell’immediato ed ancora di più la questione del tipo di modello economico che si ha in testa e che si dovrebbe proporre e realizzare.