Il problema non è fare meno figli ma mandare via i pochi che facciamo

  • Postato il 3 aprile 2025
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Ho già scritto sulla demografia del nostro paese, ma si continua a parlarne e quindi riprendo l’argomento. Il ragionamento dominante è: la bomba demografica esiste, ma da noi c’è l’inverno demografico. Dobbiamo fare come gli altri, oppure ci estingueremo.

La popolazione italiana è cresciuta costantemente dal 1951 fino al 2014, raggiungendo un picco di circa 60,3 milioni. A partire dal 2015 si è osservata una diminuzione della popolazione residente, dovuta a un saldo naturale negativo (più decessi che nascite) non completamente compensato dall’immigrazione. L’Italia rimane uno dei paesi più popolosi dell’Unione Europea, ma molti esprimono preoccupazione per l’invecchiamento della popolazione e la bassa natalità.

Quale è il numero ottimale di abitanti nel nostro paese? In ecologia esiste il concetto di capacità portante: il numero massimo di individui che un ecosistema è in grado di sostenere. Raggiunta la capacità portante, la popolazione smette di crescere. Le tecnologie ci permettono di innalzare l’asticella della capacità portante, ma non di rimuoverla. Nessuna specie può crescere all’infinito. Per ridurre il costante aumento numerico e raggiungere l’equilibrio tra il numero di individui e le risorse disponibili bisogna smettere di crescere e, per questo, ci sono vari modi: il primo è di fare meno figli, oppure questi possono morire prematuramente con carestie, malattie, e guerre.

Le tecnologie ci permettono di prolungare la vita alleviando carestie e malattie. Se si adotta il sistema di fare meno figli, e si vive più a lungo, ci sarà un periodo in cui gli anziani sono più dei giovani. Quando il surplus di anziani morirà, si riequilibreranno i rapporti tra classi d’età.

C’è un’altra variabile che viene tenuta separata dall’inverno demografico così drammaticamente denunciato: molti dei pochi giovani vanno via perché il paese non ha molto da offrire, soprattutto a chi ha istruzione elevata. Il problema si risolverebbe se facessimo più figli? O aumenterebbero quelli che se ne vanno? La cosa più preoccupante non è che facciamo meno figli ma che espelliamo i pochi che facciamo. La soluzione non è incentivare le nascite, ma valorizzare chi è nato, e l’investimento nella sua formazione. Credo che sia una buona notizia che le italiane non facciano più così tanti figli come un tempo. Mentre è una pessima notizia che i figli se ne vadano perché trovano solo lavori precari e sottopagati, spesso con mansioni non corrispondenti al livello di formazione conseguito. Se gli altri paesi li prendono, significa che il valore esiste, e noi ce lo facciamo scappare: un’emorragia demografica e sapienziale.

Ho già scritto queste cose diverse volte, ma le ripeto perché continuo a sentire preoccupazione per la denatalità e la emigrazione giovanile, ma non sento proposte per affrontare questi due fenomeni assieme, quasi fossero scollegati. La denatalità è socialmente spiegabile con il costante miglioramento della formazione delle donne. Più sono istruite e si realizzano nel lavoro, e meno figli fanno. Vogliono che i loro figli si laureino e si realizzino professionalmente e socialmente. Se questo non avviene… se ne vanno, e fanno ancor meno figli.

L’aumento dell’efficienza delle tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale, rende sempre meno necessaria la forza lavoro. Al posto nostro lavorano le macchine. Ma come la mettiamo in quanto a reddito? Chi non lavora non riceve stipendio e, ovviamente, non fa figli, se ha un minimo di senso di responsabilità. La povertà non è un buon anticoncezionale, se il livello di formazione della popolazione, soprattutto femminile, è basso. Ma da noi le cose stanno diversamente.

Che vogliamo fare? E poi sembra che il fatto che si viva più a lungo sia una cattiva notizia. Da una parte ci dicono che la sovrappopolazione è un problema ma poi, se rallentiamo la crescita e tendiamo verso un riequilibrio, ci dicono che non va bene.

La capacità portante non è solo questione di cibo, ma anche di vile denaro. Le tecnologie tolgono opportunità lavorative: non abbiamo bisogno di tutta questa manodopera. Nei campi in cui ne abbiamo bisogno (prima di tutto l’agricoltura) gli stipendi sono bassissimi e si usano gli extracomunitari come schiavi. Meglio se clandestini, così sono ricattabili. Forse si dovrebbero unire i puntini e mettere assieme le variabili, in modo da pianificare interventi che bilancino eventuali squilibri. Per me la prima priorità è il lavoro ai giovani, con un giusto riconoscimento per i livelli di istruzione conseguiti. Invece continuo a leggere interventi che ci dicono di fare più figli, imitando i paesi sottosviluppati.

Ripeto la domanda: ma davvero pensiamo che se facessimo più figli diminuirebbe il numero di giovani che fuggono all’estero? Non viene il dubbio che aumenterebbe? Per trovare soluzioni a un problema bisogna definirne bene i termini, e le interazioni che li collegano. Invece li stiamo trattando uno alla volta, come se fossero indipendenti gli uni dagli altri. Oppure la logica è un’altra: si confida nella guerra come mezzo di riequilibrio, e si incentivano le nascite per incrementare il numero di soldati che, tanto, non diventeranno vecchi. Così sarà risolta la questione delle pensioni. Chi non andrà soldato troverà impiego nell’industria delle armi. E nella produzione di zainetti per sopravvivere 72 ore. Per il cibo basteranno le razioni K.

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Il Fatto Quotidiano

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