Il principe che scrisse al re di fare la pace con il Papa

  • Postato il 30 gennaio 2026
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  • Di Agi.it
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Il principe che scrisse al re di fare la pace con il Papa

AGI - Aveva preso la carta con impresso lo stemma di famiglia e con la penna si era rivolto direttamente al re Vittorio Emanuele III, il 31 gennaio 1926. Il principe Michele Pignatelli di Cerchiara (1861-1943) da anni sentiva di avere una missione da compiere: aveva allora scritto direttamente al sovrano Savoia, scomunicato al pari del padre Umberto I e del nonno Vittorio Emanuele II, per esortarlo a chiedere udienza al Papa Pio XI e arrivare così a chiudere l’annosa “Questione romana”. Era una mossa che aveva ricevuto il placet del cardinale e segretario di Stato vaticano Pietro Gasparri, che "attendeva e attende l’avverarsi dell’agognato avvenimento che sempre però dovrebbe svolgersi senza addimostrare che fosse stato da Lui stesso incoraggiato". Pignatelli si era in precedenza rivolto al vicepresidente della Camera Raffaele Paolucci affinché Benito Mussolini fosse messo al corrente di questa possibilità, in attesa di valutare il modo di comunicarla a Vittorio Emanuele III, non urtando la sua proverbiale suscettibilità e il suo palese anticlericalismo.

Dalla Breccia di Porta Pia i Savoia regnanti erano stati scomunicati

Dai tempi della Breccia di Porta Pia e la fine del potere temporale dei papi, il successore di Pietro al soglio pontificio considerava “pseudo re d’Italia” ogni Savoia, sottoposto pure a scomunica; e dal 1874 al 1904, con il non expedit di Pio IX, era proibito ai cattolici di partecipare alla vita politica e alle elezioni del Regno. Unilateralmente il governo italiano, con la Legge delle Guarentigie, riconosceva diritti e appannaggi alla Chiesa, ma pesava l’atteggiamento del pontefice di ritenersi dal 20 settembre 1870 prigioniero politico e di non uscire mai dalla “Città leonina”. Il principe stava tessendo da tempo la sua rete. Già il 4 agosto 1925 aveva inviato una lettera ad Alberto Rossi Longoni, segretario del Ministero degli esteri retto da Mussolini, sostenendo di essere stato ricevuto mesi addietro dal papa e accolto con queste parole: "Principe in nome di Dio io la benedico per tutto quanto ha fatto, per tutto quanto fa e per tutto quanto farà". In un primo tempo sia il cardinal Gasparri sia monsignor Camillo Caccia Dominioni gli avevano imposto di non farne parola, ma Pignatelli era "sempre più fermo nel programma di compiere sino all’ultimo il mio sacrosanto dovere. Ecco la ragione perché di tempo in tempo ricompaio sulla scena".

"Con una visita tutto il passato sarebbe dimenticato"

Con Gasparri il principe parla liberamente: "mi conosce da anni e mi vuol bene: ecco perché sono nella felice posizione di poter assicurare essere il più bel sogno del Cardinale l’avverarsi della visita del Re Vittorio Emanuele III al Santo Padre. Con tale visita tutto il passato sarebbe dimenticato e tutte le più ampie concessioni all’Italia sarebbero giustificate". Ma tocca a Mussolini "fare una tale domanda, mostrare un tale desiderio: nulla in Italia e nel Mondo intero deve sapersi di quanto io ho la ventura di dire ed affermare"; e quindi "io azzardo esortare S. E. Mussolini di voler mandare dal Card. Gasparri il medesimo rispettabilissimo padre [gesuita Alberto] Tacchi Venturi od altra persona di fiducia con l’espresso incarico di domandare in quale giorno ed ora il Sommo Pontefice Pio XI può ricevere Vittorio Emanuele III Re d’Italia. Ed io, da forte e vero italiano, assicuro sul mio onore e sulla mia parola che il Cardinale risponderà pienamente aderendo e felicemente benedicendo Iddio acché il miracolo subito si compia per la fortuna d’Italia e gloria della Chiesa e ciò senza prestabilite condizioni o patti ma in tutto e per tutto, con piena fiducia, rimettendosi nelle mani di S. E. Mussolini".

Il sovrano pretende che si segua la prassi dello Statuto Albertino

Al capo del Governo, più anticlericale del re, non sembrava vero avere l’occasione di mettere la firma sotto a un autentico capolavoro politico, e si era premurato di parlare di questa opportunità con il monarca, dicendogli di aver appreso da Paolucci che qualcosa in Vaticano si stava smuovendo. Vittorio Emanuele III aveva commentato gelidamente che da moltissimi anni non vedeva il principe Pignatelli e tanto era bastato per chiudere il discorso. Mussolini "rimase malamente impressionato a mio riguardo", dirà il nobile intermediario. Il re da allora si era trincerato dietro alla separazione costituzionale dei poteri e pretendeva che il parlamento e il governo compissero le mosse che andavano fatte, secondo lo Statuto Albertino.

Il principe Pignatelli torna alla carica

Il guatarsi tra le controparti si era trascinato senza un guizzo decisivo o una volontà concreta sia durante il pontificato di Pio X, sia di Benedetto XV: le trattative o non cominciavano affatto o venivano fatte cadere nel nulla. Agli inizi di gennaio 1923 si era mosso con Mussolini anche Leonardo Ricciardi, sovrano gran commendatore onorario della Massoneria di rito scozzese, ma il 26 novembre 1925 una legge voluta da Mussolini e ovviamente firmata e promulgata da Vittorio Emanuele III metteva al bando i liberi muratori. Naturalmente il re d’Italia si era guardato bene dal dare ascolto a Pignatelli e a chiedere udienza a Pio XI. Ma il principe, alla lettera del 31 gennaio 1926, ne fece seguire altre, sempre sullo stesso argomento e con la stessa finalità, coinvolgendo il primo aiutante di campo del monarca, il generale Arturo Cittadini, e ancora a Raffaele Paolucci, nel periodo che va fino ad aprile. Queste missive saranno inviate in copia a Mussolini assieme a un’ulteriore comunicazione diretta. La storia racconta che Mussolini stava preparando il terreno ma con i suoi tempi e le sue mosse.

I patti lateranensi del 1929: il successo di Mussolini

A marzo 1926 Pio XI aveva fatto filtrare il desiderio di raggiungere un accordo con lo Stato italiano e ad agosto avevano preso corpo alcuni punti di discussione modulati sulle richieste del papa, a partire dal fatto che l’iniziativa doveva essere del Governo di Roma e sulle trattative ufficiose andava mantenuto il più assoluto segreto. Il primo progetto di trattato viene elaborato il 24 novembre e prevede che "La Santa Sede riconosce formalmente la costituzione di Roma capitale del Regno d’Italia e dichiara quindi definitivamente composta la “questione romana” sorta nel 1870" e la rinuncia formale del papa alle rivendicazioni temporali. Dopo due anni di trattative Mussolini, il 7 gennaio 1929, invita a colloquio Pacelli, e altri sette incontri seguiranno per limare il testo definitivo. A mezzogiorno dell’11 febbraio, il cardinale Gasparri, plenipotenziario di Pio XI, e Mussolini, plenipotenziario del re d’Italia, firmano i Patti Lateranensi: uno straordinario successo diplomatico per il regime, la piena legittimazione del regno di fronte al mondo per Vittorio Emanuele III. E anche il principe Pignatelli vede finalmente nascere la sua creatura, seppure con altre levatrici.

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Agi.it

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