Il primo responsabile della tragedia del prof Arday è il sistema distorto di valutazione delle università
- Postato il 17 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Il 5 agosto scorso il Prof. Jason Arday, da tre anni professore di Sociologia dell’Educazione all’università di Cambridge in Inghilterra si è dimesso dalla sua posizione e dopo 9 giorni, il 14 agosto scorso, è stato trovato morto nella sua abitazione; è possibile, ma non certo, che si tratti di suicidio. La storia triste di questo studioso quarantenne solleva molti interrogativi e merita di essere raccontata.
L’università di Cambridge è un centro di assoluta eccellenza su scala mondiale e appare sempre nelle primissime posizioni nelle valutazioni comparative mondiali. Il prestigio di cui gode ha anche un riscontro economico perché permette all’università di esigere tasse di iscrizione di decine di migliaia di sterline dai suoi studenti. Mantenere prestigio e posizione in classifica non è facile e richiede di ottenere punteggi elevati in molti ambiti, uno tra i quali è l’inclusività.
Nel 2023 l’università assume il Prof. Jason Arday, un candidato che aveva già insegnato in altre università del regno, preferendolo a candidati più anziani e in possesso di titoli scientifici più prestigiosi. Perché l’università fa questa scelta? Non lo sappiamo, ma certamente Arday consente di mettere una crocetta in molte caselle del portfolio dell’istituzione: Arday è nero, figlio di immigrati ghanesi (crocetta su inclusività rispetto alle origini etniche); riferisce una storia di autismo e dislessia (crocetta su inclusività rispetto alle disabilità); ha un discreto curriculum di ricerca e riferisce una eccellente storia di attività sportive finalizzate a raccogliere fondi di beneficenza (crocetta su eccellenza scientifica e morale); è il più giovane professore di colore mai assunto dall’ateneo. In pratica Arday rappresenta la prova provata delle politiche di inclusione dell’università di Cambridge.
Dopo appena tre anni un altro professore, Nathan Cofnas, già licenziato dall’università di Cambridge per le sue idee discriminatorie (si definisce “race realist”) e attualmente in ruolo presso l’università di Gent in Belgio, si mette a studiare i titoli accademici di Arday e lo accusa di aver plagiato la tesi di dottorato e anche alcuni articoli.
La stampa britannica riprende e amplifica le accuse di Cofnas con un notevole accanimento (in due mesi appaiono sui giornali oltre 200 articoli su Arday). Inizialmente Arday prova a difendersi rivolgendosi ad uno studio legale prestigioso; poi cede, si dimette e meno di dieci giorni dopo muore.
A questo punto è superfluo chiedersi se le accuse rivolte ad Arday siano vere o false (l’università di Liverpool, nella quale Arday aveva conseguito il dottorato, ha negato che la tesi fosse plagiata): Arday è la vittima di uno scontro tra ideologie e poteri che si trovano ben al di sopra di lui.
Il primo responsabile della tragedia di Arday è il sistema distorto di valutazione delle università, intorno al quale ruotano interessi economici molto grandi. L’università di Cambridge, stretta all’interno del sistema e vittima del suo stesso prestigio, è responsabile di aver assunto Arday e di averne fatto una bandiera senza rendersi conto della sua fragilità e dell’implausibilità di molte parti del suo curriculum.
Gli accusatori di Arday erano a loro volta parte, consapevole o inconsapevole, di un pregiudizio nei confronti di uno straniero nero che aveva raggiunto un ruolo di assoluto prestigio in una istituzione blasonata; più ancora avversavano le politiche di inclusione, responsabili – secondo loro – di abbassare ogni standard valutativo di fronte al membro del gruppo discriminato.
Arday, infine, è stato vittima di se stesso, di una fragilità psico-emotiva che lo ha spinto a gonfiare in misura ridicola il suo curriculum, anche in relazione ad eventi sportivi non inerenti alla posizione per la quale concorreva, e che si sono rivelati in gran parte falsi. Poteva succedere in Italia?
Il nostro sistema è relativamente protetto da questi rischi, in primo luogo grazie al fatto che la normativa concorsuale e di finanziamento dei nostri atenei non ci costringe a inseguire l’eccellenza ad ogni costo, un mito pericoloso e fuorviante: possiamo lamentarci di altri difetti del nostro sistema, ma se non altro non ammazza nessuno.
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