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Il mondo di ‘Gerry’ sospeso tra realtà e finzione: un cortometraggio senza pietismi

  • Postato il 12 giugno 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Il mondo di ‘Gerry’ sospeso tra realtà e finzione: un cortometraggio senza pietismi

“Un film debole resta un film debole, anche se è fatto con le migliori intenzioni”. Nel cinema sociale la buona intenzione ha spesso la meglio sulla qualità, e se poi la storia tocca la disabilità, il resto – regia, sceneggiatura, rigore artigianale – passa troppo spesso in secondo piano, come se il tema fosse un’esimente per i difetti tecnici. La Poti Pictures, nata ad Arezzo dentro la cooperativa “Il Cenacolo”, lavora esattamente al contrario. Il loro principio è netto: chi lavora con attori con disabilità non ha il diritto di abbassare l’asticella, ha il dovere di alzarla. Senza retorica, ma con un’idea precisa di mestiere. Scrivere un cortometraggio di venti minuti che coinvolga otto personaggi e affronti il tema senza scivolare nel pietismo non è un’eccezione, è la regola. Da questa tensione nasce Gerry, diretto da Salvatore Lizzio e Daniele Bonarini, con la partecipazione di Vittoria Bianchini, in concorso al Taormina Film Festival nella sezione “Sguardi di Sicilia”.

Presentato da Terry George (Premio Oscar per The Shore), il punto di partenza del lavoro è la vita di Angelo Giardili, studente della Poti Pictures Academy. Tuttavia Gerry non è Angelo: non lo imita, non lo traduce e non lo imprigiona in una biografia mascherata. “Crediamo – spiegano i registi – che tra realtà e finzione esista un confine molto sottile: attraversarlo con rispetto significa dare alla verità una nuova forma”. Angelo è un ragazzo con una passione “travolgente” per la stop-motion e i Lego da cui Lizzio e Bonarini hanno tratto un racconto che parla di perdita, lutto e assenza, senza mai alzare la voce e soprattutto senza ricorrere alla solita scorciatoia del “potere speciale” come risarcimento della vita. L’immaginazione qui non è una fuga infantile, ma il modo in cui il protagonista decide di stare dentro il proprio dolore, e lo fa provando a non crollare.

“Molte storie contemporanee – proseguono i registi – raccontano personaggi che diventano straordinari acquisendo poteri o capacità eccezionali. Gerry, invece, intraprende un viaggio che nasce da una ferita profonda e molto umana: la perdita della zia, una figura alla quale era profondamente legato. Per noi l’immaginazione non è uno strumento per sentirsi invincibili, ma uno spazio in cui elaborare la realtà e metabolizzare il dolore. Il mondo che Gerry costruisce non serve a cancellare il lutto o a fuggire dalla sofferenza, ma a trovare un modo per attraversarla. L’avventura diventa così una forma di elaborazione emotiva, un percorso che gli permette di convivere con l’assenza e di trasformarla in qualcosa che possa continuare a far parte della sua vita. Gerry non diventa più forte perché sconfigge un cattivo o acquisisce un superpotere: cresce perché accetta la propria fragilità e trova il coraggio di guardare in faccia la realtà. Quando abbiamo mostrato il film ad Angelo per la prima volta, ha compiuto il gesto che fa quando è emozionato o felice sfarfalla, cioè muove le braccia come se fossero un battito d’ali”.

Dietro l’opera c’è una macchina produttiva solida. Nove mesi di formazione alla Poti Pictures Academy, un percorso che non somiglia affatto a un laboratorio ricreativo o improvvisato. Un ruolo fondamentale è quello di Sara Borri, definita dagli autori “psicologa di set”: il suo intervento non comincia davanti alla macchina da presa, ma mesi prima, studiando i punti di forza e i blocchi di ogni partecipante. Il cinema, in questo contesto, non è una protezione paternalistica, ma un lavoro di messinscena millimetrica. “La rabbia non deve essere per forza un urlo. Può essere uno sguardo, una pausa, la postura di un corpo”, spiegano i registi.

Negli anni il progetto ha raccolto riconoscimenti che vanno oltre il perimetro della solidarietà: oltre 120 premi, selezioni ai Nastri d’Argento, passaggi nei circuiti BAFTA e percorsi accademici all’Università del Texas. La presenza di Terry George a Taormina, poi, non ha il tono della passerella, ma quello di un riconoscimento al valore artistico dell’opera. La sua reazione è sintetica: “Gerry is beautiful… it conveys a profound message… congratulations”. Gerry non è un’opera costruita per dimostrare una tesi o rassicurare lo spettatore. Evita il pietismo e non usa la fragilità come dispositivo narrativo o scorciatoia emotiva e nella sua misura controllata lascia affiorare momenti di grazia e una commozione mai dichiarata, affidata alle immagini più che alle intenzioni.

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Il Fatto Quotidiano

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