Il dibattito sul woke tra stereotipizzazione a destra e negazione a sinistra: propongo due operazioni di pulizia
- Postato il 26 agosto 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Alessandro Volpi
Non facciamo che parlare di woke in questi ultimi giorni. Non serve ricordare, perché lo sanno anche i sassi, che l’input è arrivato da una frase di Alexandria Ocasio-Cortez, che – come ha detto Davide Piacenza nella sua newsletter – è stata allo stesso tempo riportata approssimativamente da alcuni giornali e negata – gaslighting, dice giustamente e ironicamente lui – da altri commentatori.
Il dibattito sul woke, infatti, si muove da sempre, così come quello su altri temi quali il “gender”, fra la stereotipizzazione che di solito viene fatta dalla destra e la negazione da parte di una parte della sinistra radicale. Oggi tutti corrono sul carro del vincitore a dire che dobbiamo tornare indietro sugli eccessi del woke: addirittura Chiara Valerio e un Matteo Renzi senza vergogna, che dice pure che bisogna pensare ai diritti sociali.
Se questi riposizionamenti sono ridicoli, ci sono alcuni temi che meritano attenzione, perché il woke non è stato quello che la destra ci ha detto fosse, ma di certo esiste e ha prodotto effetti politicamente problematici. E qui serve subito una precisazione: con woke non dobbiamo intendere genericamente le lotte per i diritti civili, il riconoscimento delle minoranze, le trasformazioni culturali e sociali. Al contrario, dobbiamo riferirci ad una specifica forma che queste lotte hanno assunto nell’Occidente tardo-capitalista, caratterizzata, tra le altre cose, dalla moralizzazione dei conflitti politici, dalla regolazione dei comportamenti e del linguaggio e dalla loro facile integrazione nelle strategie simboliche del capitalismo contemporaneo.
In questo senso, la maniera giusta per impostare il problema da parte di una prospettiva non reazionaria è quella di evitare di porre il problema in termini di radicalità nell’affermazione di questi diritti, ma, al contrario, di operare una distinzione tra le modalità con cui si sono costruite politicamente le rivendicazioni attorno a questi problemi.
E qui possiamo fare un paio di esempi. Una parte significativa del discorso pubblico sul femminismo è stata ampiamente ridotta – a partire dalle élite culturali e mediatiche di un paese puritano come gli Stati Uniti – a una questione morale da decalogo dei comportamenti opportuni. In questo caso, se l’eliminazione dell’oppressione di genere è un problema che non conosce eccessi in termini di grado – nel senso che si deve idealmente puntare alla sua totale estirpazione – certamente la lotta contro di essa può essere trasformata in pratiche repressive che costruiscono una cultura capace di suscitare reazioni anche tra persone non ostili all’emancipazione di genere.
Se si crede che la critica all’eccesso di questa modalità di espressione di una lotta sia intrinsecamente reazionaria, si sta sbagliando obiettivo, laddove certo la critica va fatta a chi, criticando le modalità, butta via il bambino con l’acqua sporca.
Un secondo punto è la questione della cattura delle lotte di cui abbiamo parlato da parte del capitalismo contemporaneo, che ha mostrato una notevole capacità di incorporare queste rivendicazioni trasformandole in linguaggio aziendale, marketing e costruzione del brand, o della loro riduzione a strumenti di branding nel mondo dei social media. Mi sembra chiaro che questa logica crei dinamiche distorsive: attaccare queste logiche significa chiedere meno diritti o significa chiedere meno woke? Il punto, cioè, non è sostenere che l’emancipazione sia andata troppo oltre, ma criticare le forme attraverso cui alcune istanze emancipative sono state depoliticizzate, moralizzate o rese perfettamente compatibili con le logiche del mercato.
Io credo che, se usiamo il termine woke in maniera appropriata, possiamo nominare una serie di pratiche che possono e devono essere messe in discussione. E questo non perché – come fanno le critiche reazionarie – l’obiettivo sia la distruzione delle istanze che ne sono alla base, ma, al contrario, proprio per sottrarre queste istanze alle forme di articolazione politica e culturale che le hanno depotenziate, con un effetto negativo, in generale, per i movimenti per l’emancipazione, nei quali diritti civili e diritti sociali devono e possono marciare uniti.
In questo senso propongo due operazioni di pulizia, per uscire da questa polarizzazione: da parte di chi sinceramente vuole criticare il woke da una prospettiva non reazionaria, ma simpatetica con le lotte emancipative (che non significa concordare con ogni posizione – per fare un esempio, sulla gestazione per altri –), si abbandoni l’ambiguità di un discorso che confonde woke e diritti; da parte di chi ha difeso il woke per difendere i diritti, si eviti l’arrocco su posizioni difensive che riproducono quelle logiche che hanno prodotto tanti danni ai soggetti politici.
Su questo punto ci si può incontrare, e di qui si può ragionare su come articolare le lotte di oggi e di domani.
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