Il coraggio della verità, un mese senza Michele Albanese

  • Postato il 15 marzo 2026
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Il coraggio della verità, un mese senza Michele Albanese

Giornalista e uomo responsabile: a Polistena commemorato il collega Michele Albanese a un mese dalla sua scomparsa


POLISTENA – «Dio vuole una fede che diventi giustizia, responsabilità, impegno civile. Ricordando oggi Michele chiediamo al Signore due grazie. La prima, la pace per lui, che il Signore credo gli abbia già fatto in base alla sua vita, il suo impegno, la sua testimonianza. La seconda grazia è il coraggio per noi, perché la memoria delle persone giuste non diventi solo un ricordo ma una responsabilità per tutti». Queste alcune delle parole pronunciate da don Pino Demasi durante la santa messa in suffragio del giornalista Michele Albanese, scomparso il mese scorso.

La funzione si è svolta nella chiesa della SS. Trinità a Polistena, un luogo non scelto a caso ma, come ha sottolineato don Pino fraterno amico del giornalista e compagno di tante battaglie, uno «dei luoghi, insieme al centro polifunzionale Puglisi, che Michele frequentava spesso e nei quali ritrovava un po’ di pace, un po’ di svago da quella “particolare condizione” che da undici anni era costretto a vivere».

La seconda parte dell’iniziativa “La verità ha bisogno di coraggio, ricordando Michele Albanese” organizzata da Libera si è svolta proprio in una delle tante sale del centro polifunzionale Puglisi nella quale alla presenza di colleghi, amici, istituzioni e cittadini si sono alternate le testimonianze di chi conosceva il giornalista.

GIORNALISTA E UOMO RESPONSABILE. LA SCELTA DI RESTARE IN CALABRIA

«Michele – ha esordito Riccardo Giacoia coporedattore TGR RAI Calabria – ha scelto di restare in questa terra così complessa che è la Piana di Gioia Tauro, pur avendo ricevuto delle offerte che lo avrebbero fatto andare via ha deciso, dopo tutto quello che è successo, di rimanere. Era un uomo umile, fuori posto in relazione a tante dinamiche. La scomparsa di Michele, per chi ancora crede che il mestiere di giornalista abbia una funzione sociale, rappresenta una perdita importante».
Una full immersion tra i racconti di vita del giornalista Albanese, di una vita messa alle strette dalle conseguenze della “normalità” dell’esercizio di un mestiere, svolto nell’osservanza dei propri valori, del proprio credo religioso e civile, con responsabilità e coerenza.

«La scomparsa di Michele – ha sottolineato Rocco Valenti, direttore responsabile dell’Altravoce – il Quotidiano – è una grave perdita sia in ambito professionale che umano. Giornalista e uomo responsabile, come ha detto bene don Pino, Michele è stato un esempio, un esempio per il suo impegno sociale, per il suo senso di responsabilità. Perché c’è modo e modo di fare il giornalista e Michele è l’esempio di cosa significhi fare giornalismo responsabile, di come si possa fare bene questo lavoro e non essere entità avulse dagli spazi in cui viviamo. Non un eroe, ma un esempio che ognuno deve portarsi dentro, senza tempo».

DEONTOLOGIA PROFESSIONALE ED ETICA INDIVIDUALE

Deontologia professionale ma anche etica individuale, due facce della stessa medaglia che nel corso dei vari interventi sono stati il focus del ricordo umano e professionale di Albanese.
«La camminata di Michele – ha esordito l’antropologo Vito Teti – ora lenta, ora veloce, il suo venirti incontro con affetto quando ti incontrava per salutarti mi ha fatto venire in mente ciò che dice Pampaloni di Corrado Alvaro “aveva il passo giusto del calabrese che deve compiere tanto cammino”. E’ stato un grande narratore di questa terra Michele, si può dire che è stato l’etnografo di questa realtà, delle bellezze, delle luci, delle ombre, dei riti. Il ricordo di Michele deve essere portato avanti in maniera tenace, convinta e appassionata, dobbiamo ricordare Michele come narratore, uomo di fede».

Infine, un ricordo di vita quotidiana è stato dato dalla testimonianza dei ragazzi della scorta che per undici anni hanno affiancato Albanese nella sua quotidianità: «La storia di Michele può essere capita fino in fondo da chi, come lui, ha vissuto sotto scorta. Lui è stato “imbrigliato” nei nostri protocolli, noi abbiamo cercato di fargli pesare il meno possibile questo ma sono comunque stati undici anni lunghi, fatti di privazione e mancanza di libertà nelle cose più semplici del vivere, dal fare una passeggiata al mare a prendere un caffè fuori. Noi siamo stati testimoni silenziosi di mille situazioni che Michele ha vissuto in questi anni, abbiamo condiviso momenti belli e momenti brutti creando un’unione quasi fraterna».

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