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Il confronto tra Occidente e Russia nei mari del nord non è solo ibrido. Parla Boschetti

  • Postato il 22 aprile 2026
  • Esteri
  • Di Formiche
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  • 7 min di lettura
Il confronto tra Occidente e Russia nei mari del nord non è solo ibrido. Parla Boschetti

Durante la Guerra Fredda, il Giuk Gap era uno dei punti più sorvegliati del pianeta. Decenni dopo, con la fine della contrapposizione bipolare, sembrava destinato a scivolare nell’irrilevanza strategica. Non è andata così. Con il ritorno della competizione tra grandi potenze, quel corridoio torna al centro della strategia navale sia di Mosca che dell’Occidente, con attori, tecnologie e dinamiche in parte nuove. Formiche.net ne ha esplorato tutte le logiche con Nicolò Boschetti, ricercatore presso il Blekinge Institute of Technology e il Marine Technology Center of Sweden.

Il Giuk Gap è tornato prepotentemente al centro del dibattito strategico. Mutatis mutandis, è ancora oggi lo stesso chokepoint critico che era ai tempi della Guerra Fredda?

Decisamente. Nonostante lo scacchiere generale non sia più quello della contrapposizione tra due blocchi granitici come nel secolo scorso, l’importanza di questo tratto di mare rimane invariata. Il Giuk Gap rappresenta un passaggio obbligato per i sottomarini russi che, oggi come allora, vogliono andare nell’Atlantico, o che devono condurre certe operazioni nel Mare di Norvegia, o ancora nel Mare del Nord.

La Russia sta potenziando la sua flotta del Nord a Murmansk e rimodernando vecchie basi sovietiche a Novaya Zemlya e Franz Josef Land. Come va letta questa mossa, in chiave difensiva o offensiva?

Personalmente la interpreto più in un’ottica difensiva che offensiva. Ma il punto che secondo me va sottolineato è un altro: la Russia sta implementando nuove tecnologie per fare quello che ha sempre fatto. L’Unione Sovietica ha mandato sottomarini a operare vicino alle coste delle nazioni Nato per tutta la Guerra Fredda. Qua a Karlskrona negli anni Ottanta se ne è addirittura incagliato uno davanti al porto. Il problema è che nel dibattito pubblico continuiamo a descrivere queste attività come se fossero una novità assoluta, senza chiederci cosa stiano effettivamente facendo e perché. Sicuramente fanno power projection, sia convenzionale che nucleare. Sul resto, la situazione è molto più fumosa.

Intende i cavi sottomarini, e gli avvistamenti di vascelli sommergibili di Mosca in prossimità di questi?

Sì, esattamente. Ed è importante chiarire subito che lo scenario diffuso nell’immaginario collettivo, in cui un sottomarino si avvicina a un cavo e lo danneggia con un singolo colpo, è una semplificazione che non trova riscontro nella realtà. Nel caso dei sottomarini europei, un vascello che si porti a 50-100 metri da un cavo sottomarino ha capacità molto limitate, non può intercettare le comunicazioni, non è detto che riesca a individuare con precisione il cavo, e in acque aperte inviare subacquei a tagliarlo è impraticabile per via delle profondità in gioco. Rimane quindi aperta una domanda: cosa stanno realmente facendo i sottomarini russi vicino a queste infrastrutture? Non è ancora chiaro se si tratti di una semplice provocazione politica o se la Russia disponga di tecnologie avanzate a noi sconosciute. Ed è proprio questa la domanda a cui dobbiamo cercare una risposta.

Cosa potrebbe essere?

La Russia ha storicamente un’expertise in termini di battiscafi e operazioni sottomarine ad alta pressione che noi non abbiamo, basta pensare ai sommergibili Mir. Secondo me o i russi hanno sviluppato droni sottomarini capaci di essere rilasciati da piattaforme più grandi e posizionati vicino ai cavi, oppure quest’ultime potrebbero posizionare una bomba, una boa sottomarina, nei pressi dei vari cavi, per poi farle detonare al momento giusto.

Eppure, i soli episodi documentati di danneggiamento dei cavi non sono stati opera di sottomarini o droni sofisticati, ma di navi convenzionali con le ancore…

Vero. E personalmente ritengo che quello che è stato fatto nel Baltico fosse un modo di mettere alla prova tanto la nostra volontà quanto la nostra capacità di risposta. Partendo dal presupposto che non siano stati incidenti, ma operazioni deliberate, gli attori responsabili volevano capire come noi sappiamo reagire sul piano tecnico, e capire dove il traffico dati venisse redistribuito in risposta al danneggiamento della singola infrastruttura. Il problema delle navi con l’ancora è però che una nave si vede, ha il transponder, ha l’Ais. Sott’acqua la situazione cambia.

Più che guerra ibrida, questa ricorda uno scenario di guerra convenzionale.

Esattamente. E nel nostro dibattito pubblico oggi non se ne parla abbastanza, preferiamo concentrare tutta la nostra attenzione sulla guerra ibrida. Ma se continuiamo a guardare tutto come guerra ibrida manchiamo il punto. L’Ucraina ce lo ha insegnato. La guerra convenzionale esiste, è difficile anche solo da immaginare per l’Europa occidentale, ma va tenuta in considerazione. Se smettiamo di farlo, la Russia sa che ha già vinto.

Passiamo all’aspetto tecnico. Oggi le nuove tecnologie hanno cambiato l’equilibrio tra chi sorveglia e chi si nasconde. Dove punta l’ago della bilancia?

Se devi fare il confronto fra quello che era il Giuk Gap negli anni ’80 e ‘80, oggi hai tecnologie di monitoraggio e situational awareness molto più complesse, molto più pervasive. Hai un altissimo numero di satelliti che fanno Earth Observation, non solo asset dei singoli stati Nato, ma anche compagnie private, che continuano a passare con radar ad apertura sintetica, telecamere, infrarossi, e riescono a coprire tutta la rotta da Murmansk, o addirittura da Novaya Zemlya e Franz Josef Land, dove i russi hanno svariate nuove basi, fino al Gap. A livello sottomarino, già negli anni Sessanta-Settanta avevamo reti di idrofoni subacquei per monitorare i sottomarini russi. Ma oggi ce ne sono molti di più, e di qualità migliore. Viceversa, nelle tecnologie atte a non farsi rilevare c’è stato un progresso minore. Qualsiasi oggetto che si muove da punto A a punto B sott’acqua fa rumore, e se aumenti il numero di microfoni e sonar puoi sempre ridurre l’impronta acustica, ma non in modo assoluto. Che io sappia, il motore “caterpillar” dell’Ottobre Rosso non esiste ancora.

Quest’architettura di sorveglianza di cui parli è a trazione americana, europea, o ibrida?

È ibrida, con contributi che arrivano tanto dagli Stati Uniti quanto dall’altra parte dell’Oceano. La marina inglese, ad esempio, è in prima linea a livello Nato per questo tipo di infrastrutture e sensoristica. Ma il mondo dell’awareness marina è molto composito: ci sono guardie costiere, infrastrutture governative, la marina militare con i suoi sensori, i cavi sottomarini, gli oleodotti, e poi tutte le compagnie private a livello spaziale. La sfida, sia per la Nato sia per i singoli stati, è fondere insieme tutti questi flussi di informazioni, perché la sola visione dallo spazio non ti dice cosa succede sott’acqua, e i soli idrofoni non ti dicono con certezza chi ha generato quell’impronta acustica. Il mare è grande, e anche se sembra piccolo su una cartina, nel caso del Giuk Gap parliamo di migliaia di miglia nautiche.

La domanda che molti si stanno ponendo è se l’Europa possa gestire autonomamente la suddetta architettura di sorveglianza, senza il contributo statunitense. È uno scenario realistico?

Secondo me sì. Certo, non abbiamo la flotta sottomarina degli Stati Uniti, soprattutto per quel che riguarda la componente oceanica. Ma a livello di infrastrutture il Giuk Gap è territorio europeo: gli inglesi controllano una parte, la Norvegia un’altra, l’Islanda un’altra ancora. E anche a livello di supply chain e di expertise l’Europa gode di un buon livello di autonomia, con partnership tra Difesa e settore privato che funzionano. I cavi sono europei, Kongsberg in Norvegia fa droni sottomarini, così come Saab in Svezia. Non abbiamo gravi lacune in questo senso.

Su cosa deve puntare concretamente l’Europa per aumentare la propria proiezione nei mari del Nord?

Stiamo vedendo timidi ma consistenti sforzi da parte della Nato di acquisire nuove tecnologie, come droni sottomarini e altri sistemi di monitoraggio subacqueo. Due anni fa c’è stata la Digital Ocean Initiative della Nato, e anche il progetto Heist va in quella direzione, ovvero quella di cercare di acquisire le tecnologie giuste, come piattaforme autonome o comunque altamente efficienti, tanto subacquee che di superficie. Ma soprattutto bisogna creare consorzi difesa-privato che riescano a mettere insieme tutte queste fonti di dati. Il mare è grande, non hai necessariamente bisogno di cinquecento sottomarini per fare la guerra in mare, ma devi sapere dove mandare i sottomarini che hai. Appunto, la Nato sta investendo in una maggiore armonizzazione delle infrastrutture e dei sensori che abbiamo. Ma al di fuori del framework dell’Alleanza atlantica, non c’è molto movimento.

Autore
Formiche

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