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Il capro espiatorio

  • Postato il 15 luglio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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In sintesi

Il fenomeno del capro espiatorio rappresenta un meccanismo psicologico e sociale attraverso cui gruppi umani riversano responsabilità e colpe su un individuo o minoranza, scaricando tensioni collettive. Questo processo, radicato nella storia umana, si manifesta in contesti politici, sociali e organizzativi, generando ingiustizie e discriminazioni. Comprendere questo meccanismo è essenziale per riconoscerlo e contrastarla nella società contemporanea.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

Il capro espiatorio

“Per sua natura il borghese è una creatura di debole slancio vitale, paurosa, desiderosa di evitare rinunce, facile da governare. Perciò ha sostituito al potere la maggioranza, alla violenza la legge, alla responsabilità la votazione.” Qualche giorno fa al festival AGNoir di Andora ho presentato, mi intervistava l’acuta e professionale Sergia Monleone,  il mio ultimo romanzo Siamo tutti colpevoli. Tra il pubblico si nascondeva l’amico Gershom Freeman che, oltretutto, si è ben guardato di venirmi a salutare in chiusura di chiacchierata. Ha preferito, il giorno successivo, inviarmi una sua riflessione al riguardo sostenendo che la citazione di apertura di queste righe, molti avranno riconosciuto la fonte, Hermann Hesse de Il lupo della steppa, avrebbe trovato fondata collocazione in terza di copertina. Come sempre l’amico ha colto il cuore di uno dei fili rossi che legano le diverse opportunità di incontro con questo romanzo. Il tema della serata era “Il capro espiatorio” e, ecco il nesso con la prospettiva di Hesse, nel romanzo risulta evidente come l’intero sistema sociale, costruito nel corso dei secoli da parte delle più diverse civiltà, prova a essere la risposta alla non esplicita condizione che accomuna la nostra specie nelle sue numerose e diverse declinazioni: la paura. Ogni sistema sociale è una forma di difesa dell’individuo, difesa da reali o presunte minacce da parte della natura, di altri nuclei sociali, da se stesso ma, io credo, soprattutto dalla responsabilità. Il sistema si struttura, la legge ne è una delle facce più importanti, come un’unità valoriale e funzionale. Nessuno è imputabile di una vera responsabilità in quanto ciò che è bene è stato sostituito da ciò che è lecito, a nessuno spetta il compito di decidere poiché la cultura dominante è un meccanismo di collettivizzazione etica, la maggioranza, per sua natura, coincidente col pensiero dominante del momento, definisce, anonimamente e senza responsabilità del singolo, le linee guida della propria epoca di presenza nel fluire della storia. Il nesso fra questa prospettiva e “Siamo tutti colpevoli” sarà evidente a chiunque lo leggerà, non si tratta di un saggio di filosofia ma, torno con la mente al pensiero di Albert Camus, un buon testo letterario è una sorta di incarnazione di un profondo viaggio esistenziale e filosofico che lo scrittore conduce tendosi per mano con gli altri uomini del proprio tempo.

Per essere ancora più espliciti, l’assenza di responsabilità individuale, che è alla base del nostro sistema democratico legalitario, si frantuma nel momento dell’impatto tra ogni singolo personaggio del testo è gli avvenimenti raccontati. Ognuno di loro, rappresentanti della legge, sa bene cosa è legale e cosa no, tutti si attengono al “giudizio formale” per determinare il proprio comportamento, eppure ognuno di loro, nel profondo di sé, quel luogo che non è necessariamente esternato e visibile agli altri, assume una posizione etica del tutto differente. Il “fuorilegge” resta tale, tutti lavorano per individuarlo e arrestarlo, eppure, in realtà, tutti sperano che riesca e non essere catturato, tutti hanno solidarizzato con lui e, ne sono sicuro, lo stesso accade nell’anima di ogni lettore. Il “colpevole”, che nel romanzo non ha un nome per l’intera vicenda, è dal gruppo di investigatori soprannominato Vindice, già, perché il suo agire, violento e illegale, è, di fatto, una sorta di vendetta messa in atto per emendare le ingiustizie subite da soggetti fragili e impossibilitati a reagire. Tutti sanno che non è consentita la cosiddetta “giustizia privata”, ma se il sistema finisce sempre per tutelare i potenti e abbandonare al proprio destino i più vulnerabili, ebbene, come non solidarizzare con l’eroe negativo che si macchia di colpe che, in fondo, abitano ogni persona capace di empatia con i propri simili? Il sistema difende se stesso affermando di difendere la comunità, nelle dilanianti ruote dentate della struttura di potere, però, il più forte può abusare del più debole e deve essere al di sopra del giudizio per consentire alla legge di sopravvivere; ma ecco che, un giorno, qualcuno dice no, decide di assumersi la responsabilità di farsi carico di compiere una “azione illegale ma giusta piuttosto che rispettare una legge che accetta l’ingiustizia”. Non è detto che ciò che è lecito sia sempre anche buono, a volte bisogna avere il coraggio di sollevare il velo dell’ipocrisia e denunciare l’ingiustizia e, in qualche modo, cercare di porvi rimedio. Questo è il compito dell’eroe, di chi assume su di sé la colpa pur di garantire il bene.

Non è un caso se l’amico Gershom Freeman, nel prosieguo del suo commento, abbia citato il dialogo che Bertolt Brecht fa interpretare a Galileo e al suo studente Andrea in “Vita di Galileo”: Andrea “Sventurata la terra che non ha eroi” Galileo “No. Sventurata la terra che ha bisogno di eroi”. Nel testo brechtiano Galileo è un eroe anomalo, non sfida il Tribunale della Santa Inquisizione, nell’ottica di Andrea, tradisce la scienza limitandosi a un sommesso “Eppur si muove” e piegandosi di fatto alla “legge del più forte” che, come ci conferma il cammino della scienza, aveva torto. Galileo, però, non abbandona il proprio pensiero, china il capo ma non tradisce sé stesso e la sua fede. In “Siamo tutti colpevoli” Vindice accetta il rischio di essere catturato dalla legge, ma chi lo insegue tra le righe del libro, che sia uno dei poliziotti della Squadra Speciale o un appassionato lettore, condividerà la sua colpa e spererà fino alla fine che non venga arrestato. L’aspetto pubblico e quello privato, intimo, nascosto, si intrecciano in ogni pagina del libro così come in ogni momento del nostro quotidiano. Più o meno consapevolmente, ognuno di noi si comporta come se fosse l’unità di sé, accetta il ruolo assegnatogli nel teatro dell’esistenza quotidiana, al contempo sa intimamente di essere qualcosa di ben più complesso: non siamo un’unità, siamo un’infinitudine di sfaccettature , siamo accompagnati da un silenzioso viaggiatore che è il nostro viandante dell’anima, forse più libero, forse più prigioniero, lui può stare dalla parte di Vindice senza problemi, non vive nel mondo del legale che ti solleva dalla responsabilità, lui è la fatica meravigliosa dell’essere e del divenire, ama la possibilità di scegliere e determinare cos’è il giusto, anche se illegale.

Il sistema ti assegna una parte facendoti credere di averla scelta, ti fa sentire in colpa se non la interpreti adeguatamente, ti gratifica se la tua rappresentazione della stessa è partecipata, insomma, se sei bravo a convincerti di essere nel e il ruolo; non spetta a te decidere chi e come sei, chi come amare, chi e come divenire per come e quali valori strutturano e innervano le tue scelte: Vindice è l’infrazione, è scelta, è assunzione di responsabilità, è chi mette in scena ciò che non hai il coraggio di fare e che, in qualche angolo del cuore, hai sempre desiderato di essere. Tutto questo si lega profondamente al peccato originale biblico, all’infrazione che è alla base del pensiero di Anassimandro, all’intima coscienza che ci abita come senso di colpa, l’arcana infrazione dall’origine, ora, credo sia questa in fondo “la domanda”, l’autoinganno del sistema borghese è la risposta corretta? Non sarebbe più gratificante e onesto riconoscere il valore positivo di ciò che reputiamo essere  una colpa? Abbiamo scelto di essere uno, cosciente e libero anche se, forse, più solo di chiunque “altro”, forse nemmeno abbiamo avuto modo di scegliere e semplicemente così è stato, in ogni caso, perché questo dovremmo viverlo come peccato? In fondo, se siamo tutti colpevoli, allora, in qualche misura, non lo è nessuno; forse la nostra colpa dovremmo riconoscerla come l’urlo taurino dionisiaco che ci afferma, come cifra peculiare che ci consente la fatica e la gioia di vivere. Il vero sacrificio è in questo grido di libertà, nell’accettarlo invece di colpevolizzarlo, consentendoci di divenire tutti eroi, pronti al sacrificio, cioè a renderci e saperci sacri. Ancora una volta cito il commento dell’amico Gershom che ha chiuso le sue righe citando un momento, tratto dal finire del romanzo, in cui uno dei personaggi riporta una scena di un racconto: “Il destino sorride ambiguo, gli mostra i palmi delle mani, sono senza linee”. 

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

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