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San Filippo Neri, la missione di Flaviano Massimelli: “Metterò tutto me stesso per valorizzare davvero i giovani”

  • Postato il 15 luglio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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In sintesi

Flaviano Massimelli assume un nuovo ruolo presso l'istituto San Filippo Neri con l'ambizioso obiettivo di promuovere una crescita consapevole delle giovani generazioni. La sua visione educativa si fonda sulla dedizione personale e sulla creazione di opportunità concrete per lo sviluppo culturale e formativo dei ragazzi. Un impegno che riflette la necessità contemporanea di figure guida appassionate nel settore dell'istruzione e della valorizzazione del potenziale giovanile.

Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.

San Filippo Neri, la missione di Flaviano Massimelli: “Metterò tutto me stesso per valorizzare davvero i giovani”

Albenga. Flaviano Massimelli torna alla guida di una prima squadra e lo fa alla San Filippo Neri. A lui la missione di costruire un progetto basato soprattutto sulla valorizzazione dei giovani. Il club, infatti, gli ha affidato un ruolo di primo piano anche nel settore giovanile, dove Massimelli ha maturato molte esperienze. L’ultima è il biennio a Finale concluso da poco. Come prima squadra, oltre all’esperienza da vice di Biolzi a Ceriale, Massimelli ha vissuto un’annata difficile alla Baia Alassio, dalla quale ha comunque cercato di trarre degli insegnamenti. Facendo ulteriori passi indietro bisogna invece andare in Piemonte, sua regione d’origine, dove ha mosso i primi passi tra Borgata Lesna e Vienney, lavorando nei rispettivi settori giovanili. La sua prima tappa in Liguria, però, è stata proprio la San Filippo Neri: il club dal quale oggi riparte con forti motivazioni.

Mister Massimelli, è un ritorno alle origini quello alla San Filippo

Vero, il mio percorso da allenatore in Liguria è iniziato proprio qui. Per tanti anni avevo dovuto interrompere per motivi di lavoro, poi, quando sono arrivato, mister Genduso mi ha chiamato alla San Filippo e sono rimasto lì un paio d’anni con Tonino Feroleto e gli altri allenatori. Ho vissuto il dolore per la scomparsa di Alessandro Vullo, legandomi per sempre a questa società. Ci sono cose che vanno oltre il calcio.

Così come si tratta del tuo ritorno alla guida di una Prima Squadra

Ho scelto di tornare perché volevo lavorare in modo diverso. Oggi il problema principale dei giovani è trovare spazio in prima squadra, dove spesso la priorità è vincere i campionati e ottenere risultati immediati. Questo finisce per penalizzare la loro crescita. Alla San Filippo, invece, mi è stata data la possibilità di costruire un ambiente in cui il risultato della squadra conta, ma senza rinunciare allo sviluppo individuale dei ragazzi. I giovani devono avere l’opportunità di giocare e anche di sbagliare. Porto sempre l’esempio di un ragazzo che, a inizio stagione, credevo potesse essere un azzardo schierarlo in Promozione. Poi con il passare del tempo  è diventato uno dei migliori in campo. Se non gli viene data fiducia, quel percorso non può mai compiersi.

L’ultima volta era stata alla Baia Alassio durante una stagione particolarmente complicata

Quella stagione è stata nefasta, tragica, come tutti ricordano. Però credo che, dal punto di vista personale, sia proprio in quelle situazioni che si impari di più. Soprattutto si impara a gestire un gruppo, cosa che non è mai semplice in una prima squadra, e a costruire una certa personalità. Quando si vince è tutto più facile, quando si perde e bisogna spiegare il perché delle sconfitte è diverso. In quei momenti devi lavorare tanto su te stesso. È una cosa che mi è sempre piaciuta fare e che continuerò a fare per tutta la vita, perché chi allena non smette mai di imparare. Per capire dove volevo arrivare come persona e come allenatore ho trasferito molto di quello che ho vissuto alla Baia anche nel settore giovanile. A Ceriale sapevano che il mio sogno era allenare una prima squadra e Caterina, a metà stagione, mi concesse la liberatoria per poter cogliere quell’occasione. Anche se dall’esterno può sembrare un’esperienza negativa, io ne conservo ricordi molto positivi. Mi ha insegnato tantissimo e mi ha aiutato a crescere come persona. Ho imparato soprattutto una cosa: non bisogna mai essere soli. La figura dell’allenatore che decide tutto da solo non rientra più nei miei parametri. Una volta ero molto più convinto delle mie idee e andavo avanti per la mia strada. Oggi ho imparato a guardarmi intorno, ad affidarmi alle persone e a condividere. Per inseguire un progetto da soli non si va da nessuna parte. Anche per questo quest’anno mi affiderò a uno staff costruito alla San Filippo, composto da persone che vivono il campo. Voglio collaborare con chi vive il calcio ogni giorno. Non è un caso che abbia scelto una società dove il presidente allena anche una squadra del settore giovanile.

Cosa hai imparato in tutti i tuoi anni di settore giovanile? Tra l’altro, la San Filippo ti ha affidato un ruolo di rilievo anche sotto questo aspetto

In questi anni ho lavorato tantissimo con i giovani e credo che tutta questa esperienza oggi possa essere riportata anche in una prima squadra. Non penso ci sia una differenza così grande: cambia l’approccio, il motivo per cui fai le cose e l’obiettivo che ti poni. Da lì nasce tutto il resto. Ti porti dietro l’esperienza e cerchi di correggere ciò che sai di poter migliorare.

Significativo per il tuo percorso l’esperienza insieme a mister Andrea Biolzi al Ceriale

Biolzi per me è molto più di un allenatore. È un amico, una persona a cui sono profondamente legato. Mi è stato vicino in momenti difficili, mi ha ridato motivazione quando ne avevo bisogno. Ancora oggi ci frequentiamo e ogni tanto ci sfidiamo a biliardo. Lì, però, non c’è partita: lo batto sempre! Da lui ho imparato anche tante cose sul campo. Ricordo ancora il venerdì sera: mi diceva di preparare un esercizio e lui osservava soltanto i piedi dei giocatori. Da quella semplice osservazione costruiva la formazione della domenica e non sbagliava praticamente mai. Sono qualità che, secondo me, o le hai oppure no. Io, non avendo quelle caratteristiche, ho cercato di crescere in altri aspetti. Ho avuto tanti confronti con Luca Stella, Davide Brunello e Matteo Cocco. Sono discussioni che, magari davanti a una partita o a una tavola, mi hanno aiutato a diventare l’allenatore che sono oggi, sia dal punto di vista della mentalità sia degli obiettivi.

E ora qual è il tuo piano per il progetto giallorosso? 

Alla San Filippo voglio costruire qualcosa di diverso. Se parti pensando solo a vincere il campionato e salire di categoria, la categoria successiva non ti basterà mai. Oggi vuoi andare in Prima, domani in Promozione, poi in Eccellenza. È una rincorsa continua. Per me il primo obiettivo non è la prima squadra, ma riempire il settore giovanile. Quando ho parlato con il presidente Tonino Feroletto gli ho detto che conosco un solo modo per essere credibili: avere un progetto, essere trasparenti e saperlo comunicare. Ma deve essere un progetto reale, sostenibile. La San Filippo è una società di parrocchia, non può permettersi di investire decine di migliaia di euro per comprare giocatori e salire di categoria. Deve seguire un’altra strada: costruire un settore giovanile che, nel tempo, porti la prima squadra a crescere. Per questo la prima decisione è stata azzerare i costi della prima squadra. Oggi ho 23 ragazzi e, fatta eccezione per uno o due che collaboreranno anche con il settore giovanile, nessuno percepisce rimborsi. Tutte le risorse che sarebbero state destinate agli ingaggi verranno investite sui giovani. Vogliamo affidarci ad allenatori esterni, consulenti, professionisti e nuove tecnologie. L’obiettivo è cambiare la mentalità dell’allenamento. Un ragazzo deve capire perché si allena e avere strumenti concreti per misurare i propri miglioramenti. Non basta più una pacca sulla spalla dell’allenatore. Servono dati, schede tecniche e strumenti che gli permettano di vedere la propria crescita. Vorrei costruire una struttura che sostenga anche le famiglie. Mi è capitato di vedere ragazzi costretti a pagarsi da soli tutte le spese mediche dopo un infortunio. Sono situazioni che non devono più succedere. È lì che bisogna investire: per proteggere le società, le famiglie e i giocatori.

I giovani al centro, questo è il messaggio che vuoi lasciare?

Assolutamente si. Vorrei creare un sistema che li valorizzi davvero. Oggi spesso vengono considerati solo un obbligo regolamentare, quando invece dovrebbero rappresentare una risorsa. Mi piacerebbe trovare un modo per tutelarli e accompagnarli nella crescita. Questo è il mio obiettivo. Vedo che società come la nuova San Michele stanno costruendo squadre giovani. È questo il calcio che mi piace: società che danno ai ragazzi la possibilità di giocare e divertirsi. Più società ci sono, meno ragazzi restano fuori. Negli ultimi anni ho visto smettere di giocare troppi giovani. Per me questo è un fallimento del nostro movimento. Bisogna avere il coraggio di cambiare prospettiva e rimettere davvero i ragazzi al centro.

In poche parole, cosa porti alla San Filippo?

Metterò tutto me stesso. Arrivo da due anni splendidi vissuti a Finale, dove mi sono sentito stimato e valorizzato. Lasciare non è stato semplice, ma qui ho trovato l’ambiente che cercavo. Mi hanno dato la possibilità di realizzare il progetto che avevo in mente e ho ritrovato entusiasmo. Ogni giorno ci confrontiamo su nuove idee, c’è collaborazione e voglia di crescere. Cercavo una società sana, piena di giovani e con la volontà di costruire qualcosa di importante. Oggi posso dire di averla trovata.

Autore
Il Vostro Giornale

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