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Il Barone Nero del Baltico che voleva il regno dei lama in Mongolia

  • Postato il 7 maggio 2026
  • Cultura
  • Di Agi.it
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  • 11 min di lettura
Il Barone Nero del Baltico che voleva il regno dei lama in Mongolia
Il Barone Nero del Baltico che voleva il regno dei lama in Mongolia

AGI - Il Barone Rosso, com’era chiamato l’asso Manfred von Richthofen (1892-1918) per il colore con cui aveva fatto dipingere il suo Fokker Dr. I, è entrato nella leggenda come “cavaliere del cielo” e nei record col più alto numero di abbattimenti nella prima guerra mondiale. Tutti lo conoscono. Assai meno noto è invece il contemporaneo cavaliere Barone Nero, Roman Nicolaus von Ungern-Sternberg (1886-1921), col quale divide il sangue nobile tedesco e niente altro. Anche perché a Ungern-Sternberg avevano affibbiato altri soprannomi tutt’altro che edificanti, come il Barone pazzo e il Barone sanguinario.

Antico lignaggio e carattere instabile

Se il destino li avesse fatti incontrare sul campo di battaglia, si sarebbero ritrovati su fronti opposti: Richthofen dalla parte del kaiser Guglielmo II, Ungern-Sternberg con lo zar Nicola II. Il Barone Nero era un tedesco etnico del Baltico, nato nella Graz dell’impero asburgico da famiglia di antico lignaggio radicata in Estonia, ma intriso dell’ambiente aristocratico e della mentalità della Russia dei Romanov. Disprezzava tutto quanto non fosse del suo livello sociale ed è facile immaginare come avesse potuto accogliere non solo la rivoluzione del 1905 quando i contadini insorti gli bruciarono alcune tenute, ma soprattutto quella di ottobre (o novembre, dipende dal calendario di riferimento) del 1917 che ribaltava completamente il mondo in cui credeva e di cui si credeva parte dominante.

Il coraggio in battaglia e gli eccessi di violenza

Sin da giovane aveva manifestato un carattere ribelle con preoccupanti esplosioni di autoritarismo, sia nella scuola che nei ranghi dell’esercito dove avrebbe asceso tutti i gradini fino al grado di generale. La violenza faceva parte del suo modo di intendere l’esistenza, così come quando da ragazzo sottoponeva gli animali a gesti di crudeltà che suscitavano riprovazione. Cavaliere provetto, era stato mandato su sua richiesta di guarnigione in Siberia, in Transbajkalia con l’armata cosacca, e nel 1913 era entrato in contatto con lo stile di vita delle tribù mongole, che l’aveva conquistato.

Schierato sul fronte della Galizia, contro gli austro-ungarici, e in seguito contro gli ottomani (trasferito perché ha aggredito due ufficiali), mette in mostra evidenti qualità di comando e un coraggio fuori dal comune (ferito quattro volte e decorato con la Croce dell’Ordine di San Giorgio, dell’Ordine di San Vladimiro e dell’Ordine di San Stanislao), ma anche la propensione a fare sempre di testa sua e a non valutare né il rischio della vita né le variabili di una battaglia, tant’è che i suoi superiori non erano propensi a promuoverlo ai vertici.

La svolta è quando, caduto lo zar, viene inviato dal governo provvisorio menscevico di Kerenskij nell’estremo oriente dell’ex impero russo, agli ordini del generale Grigorij Semënov, assieme al quale si schiererà contro l’esercito bolscevico, senza per questo aderire organicamente all’Esercito bianco controrivoluzionario dell’ammiraglio Aleksandr Kolčak di cui non riconoscono l’autorità. Tutto, infatti, si ferma alla simpatia per la restaurazione della Russia aristocratica, ma i bianchi la rivogliono uguale a prima e indivisibile mentre Semënov e Ungern-Sternberg vogliono invece ritagliarsene un pezzo autonomo in oriente.

La bandiera gialla con la sua iniziale e i soprannomi di Barone pazzo o sanguinario

In questo periodo Unger-Sternberg si abbandona a eccessi e violenze che gli valgono il soprannome di Barone pazzo e Barone sanguinario. Guida truppe russe, cosacche, buriate e irregolari, attacca qualunque trasporto di rifornimenti gli capiti a tiro, bianchi e rossi, e nel 1920 finisce pure col separarsi da Semënov che insegue il sogno di un regno cosacco di Transbajkalia. Lui invece ha una visione ideologica mistica di opposizione alla sovversione bolscevica, sognando un nuovo sistema russo-cinese. Il suo esercito porta come bandiera una “U” nera che richiama un ferro di cavallo su campo giallo, e quel simbolo sparge il terrore nell’estremo oriente.

Le sue idee politiche sono un misto tra il cristianesimo e il buddismo, sciamanesimo ed esoterismo, e con la convinzione messianica che solo un sistema monarchico può salvare il mondo dal caos in cui è precipitato. Nel 1921 pensa di instaurare una teocrazia guidata dal Dalai Lama, accogliendo l’invito a liberare la Mongolia dai cinesi. Le truppe ai suoi ordini tentano di espugnare la capitale Urga (l’attuale Ulan Bator) ma gli attacchi non hanno successo e costano un alto prezzo in morti e feriti. Il generale fa allora incendiare le colline circostanti, per far credere a un esercito numericamente superiore, e a febbraio entra in città senza sparare un colpo.

L’Ultimo Khan sconfitto dai bolscevichi che lo volevano dalla loro parte

Dopo pochi giorni proclama la Mongolia monarchia indipendente retta da lui con poteri dittatoriali, finendo per convincersi di essere la reincarnazione di Gengis Khan venuto non a conquistare ma a portare la libertà. D’altronde in famiglia si sosteneva che fossero discendenti di Batu Khan, fondatore dell’Orda d’oro. Durante il suo “regno” di pochi mesi sono centinaia e centinaia le esecuzioni sommarie su suo ordine.

Questo non sembra affatto turbarlo, come non lo preoccupa la pressione militare bolscevica, che lui tenta di neutralizzare andando a colpire dentro i territori controllati dalle truppe rivoluzionarie chiamate in aiuto dai mongoli filosovietici. Ma il Barone, destinato a essere anche l’ultimo Khan, sottovaluta la forza del contingente avversario e i segnali di sgretolamento del suo esercito composito. Perde due battaglie a metà giugno e all’inizio di luglio l’Armata Rossa rinforzata da mongoli bolscevichi entra a Urga. Spera con un ripiegamento a nord di ricevere aiuti dal Giappone, che però non arrivano.

Ad agosto viene affrontato e definitivamente sconfitto. Il predone calmucco Ja lama lo ospita, e poi lo consegna a tradimento al generale sovietico Vasilij Bljucher (1889–1938): questi porta il nome del feldmaresciallo Gebhard Leberecht von Blücher vincitore di Napoleone a Waterloo, ma solo perché un nobile russo aveva inteso omaggiarlo chiamando così una famiglia contadina dalla quale proveniva, proprio il genere che Ungern-Starnberg tanto disprezzava, al pari del bolscevismo. E con egual disprezzo aveva accolto l’offerta di passare all’Armata Rossa.

Davanti al plotone di esecuzione l’ennesimo gesto di sprezzo

Il suo destino, da questo momento, è segnato. Il 15 settembre un tribunale militare insediato nell’attuale Novosibirsk processava il Barone Nero per una serie di reati contro la Russia sovietica, dall’aver creato in Asia uno stato vassallo con l’aiuto del Giappone (che elargiva soldi e armamenti) e aver cospirato e agito per restaurare lo zarismo. Il verdetto era stato la condanna a morte per fucilazione.

Forse è leggenda, forse è persino vero, ma si narra che prima di essere portato davanti al plotone d’esecuzione Ungern-Sternberg avesse ingoiato la croce di San Giorgio di cui era stato insignito al valor militare e che portava al petto, per evitare che i bolscevichi potessero appropriarsene come cimelio.

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Autore
Agi.it

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