I dimenticati dell’arte. Storia di Amedeo Bocchi, il pittore agreste
- Postato il 18 gennaio 2026
- Arti Visive
- Di Artribune
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La folgorazione arriva nel 1911, in occasione delle manifestazioni per il cinquantenario dell’Unità d’Italia, quando vede per la prima volta le opere di alcuni maestri internazionali, da Gustav Klimt a Joaquim Sorolla. Grazie ai loro capolavori riflette sul senso dell’arte e definisce il proprio stile, che lo porterà presto ad avere una carriera intensa e ricca di prestigiose commissioni pubbliche, a partire dalla sua città natale. Amedeo Bocchi (Parma, 1883 – Roma, 1976) è figlio del pittore Federico e di Clelia Cacciani: dopo un primo periodo di apprendistato nella bottega del padre, si iscrive all’Accademia di Belle Arti della città, dove segue i corsi di Cecrope Barilli dedicati agli impressionisti.
Gli esordi di Amedeo Bocchi
A19 anni si trasferisce a Roma per seguire i corsi triennali di Nudo all’Accademia di Belle Arti: nella capitale entra in contatto con il gruppo dei Venticinque della campagna romana, artisti interessati a tematiche come il paesaggio dell’Agro Pontino e la vita dei contadini, ai quali il giovane pittore dedica una serie di opere come Battesimo (1905) e La rivolta (1906), ispirata al Quarto stato di Pellizza da Volpedo. Nel 1910 è a Padova per aiutare Achille Casanova nell’esecuzione di un ciclo di affreschi per la Basilica di Sant’Antonio: nello studio di Casanova impara la tecnica dell’affresco, che gli tornerà utile nella sua carriera. Nello stesso anno viene invitato per la prima volta alla Biennale di Venezia, dove espone La violinista e Villa Borghese: dall’anno successivo i suoi interessi si rivolgono alle Paludi Pontine e compie il primo viaggio a Terracina.

Temi e sviluppi della pittura di Amedeo Bocchi
All’inizio della Prima Guerra Mondiale si trasferisce a Villa Strohl-Fern e nello stesso anno riceve l’incarico della Cassa di Risparmio di Parma per la decorazione della sala riunioni. Bocchi la realizza in tre anni, con tre scene (Il Risparmio, La Protezione e La Ricchezza), raccordate tra loro da un motivo dorato con favi e sciami di api. Gli arredi della sala vengono disegnati per l’occasione dallo scultore Renato Brozzi, grande amico di Bocchi, e l’insieme rappresenta una valida testimonianza dello stile di Bocchi, vicino alla Secessione Viennese, seguito dal trittico Le tre sorelle: la colta, la folle, la saggia (1916), che costituisce un interessante sviluppo della ricerca del pittore. Dal 1918 Bocchi si concentra sui contadini dell’Agro Pontino, dedicandosi soprattutto a scene di vita contadina ed in particolare ad una serie di ritratti femminili di grande qualità poetica, riscuotendo giudizi molto lusinghieri da parte della critica, soprattutto relativi alla sua particolare sensibilità per il colore. “Spesso il colore di Bocchi raggiunge un grado di intensità”, scrive Roberto Tassi “che è sempre un poco al di sopra della quiete armonica, fino a toccare degli acuti che sembrano quasi dissonanze”. Pr quanto riguarda in maniera specifica la campagna romana, Valerio Terraroli sottolinea che “le tematiche apparentemente di segno “sociale” si risolvono nella descrizione lirica della vita agreste in cui la fatica e il dolore della condizione contadina, svuotate da qualsiasi forza di ribellione, si inseriscono in un generico dolore di vivere”.
Amedeo Bocchi e il successo istituzionale
Una cospicua parte della produzione di questi anni riguarda i ritratti dei suoi familiari, tra i quali spicca la seconda moglie Nicolina e l’unica figlia Bianca, protagoniste di opere come Niccolina con chitarra (1917) e Ritratto di Bianca (1932). Negli Anni Venti Bocchi riscuote molti successi, che vanno dagli inviti a sei edizioni della Biennale (dal 1920 al 1930) alla nomina all’Accademia di San Luca nel 1925 come accademico. Sarà proprio questa istituzione ad ospitare la sua prima antologica nel 1967, mentre nel 1972 espone l’opera Nel parco alla IX Quadriennale. Oggi la maggior parte delle opere di Amedeo Bocchi fanno parte delle collezioni permanenti dell’Ape Parma Museo, dove sono esposte in due sale del museo della Fondazione Monteparma.
Ludovico Pratesi
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