Henri Miller e l’avventura del corpo. Le opere di 10 artisti in mostra a Brescia

Un esercizio di memoria, di risonanza e di sinestesia, un transitare dalla pagina alla stanza, incrociando sintassi verbali e visive. Così si costruiscono certe architetture espositive, di cui il testo letterario è riferimento profondo. Si tratta in questo caso di trasporre nello spazio, secondo personali intuizioni e accostamenti, la frequenza della formidabile prosa di Henri Miller. Scrittore amato, esplorato, sviscerato, che per Antonio Grulli – curatore sensibile al rapporto tra immagine e parola – diventa serbatoio di suggestioni per una bella mostra allestita alla Galleria Massimo Minimi di Brescia.

L’omaggio a Henri Miller e il tema del corpo

Il titolo-citazione, The Rosy Crucifixion, è lo stesso dalla trilogia composta dai libri Sexus, Plexus, Nexus, titolo arrivato a sua volta da un passo del Tropico del Capricorno: “Tutti i miei Calvari sono state crocifissioni in rosa, pseudo-tragedie per mantenere accesi i fuochi dell’inferno per i veri peccatori che rischiano di essere dimenticati“. La perfezione di un pensiero-confessione, carico di visioni, che porta già nel cuore di un’infinita tensione biografica amplificata dall’ardore letterario. Miller affamato, erotico, osceno, ferocemente introspettivo, sconveniente, disperato, pieno di fervore. Il corpo è assoluto protagonista della mostra, nucleo caldo che torna in forme eterogenee e armonicamente connesse, mettendo in dialogo diverse generazioni di artisti. Corpi definiti o abbozzati nell’impasto di vita e di morte, inquietudine e desiderio: statuari o dissolti, feriti, convulsi, gaudenti, fatti a pezzi, estinti, sempre reinventati. L’incastro tra presenze che si scambiano sguardi, che convergono o collidono, moltiplica i punti di osservazione tra le pareti e le soglie delle quattro candide sale.

The Rosy Crucifixion, Galleria Massimo Minini, 2025. Ph. Petrò Gilberti - Roberto de Pinto, Io che ti guardo nascosto e commosso II, 2024, encaustic, pastels and oil on canvas, 122x167,5 cm
The Rosy Crucifixion, Galleria Massimo Minini, 2025. Ph. Petrò Gilberti – Roberto de Pinto, Io che ti guardo nascosto e commosso II, 2024, encaustic, pastels and oil on canvas, 122×167,5 cm

Corpi in dialogo nella mostra “The Rosy Crucifixion”
 

Nel primo ambiente, sul fondo, fanno da fulcro i toni autunnali della pittura a encausto di Roberto de Pinto (Terlizzi, 1996): le ricorrenti figure maschili, interpretabili come molteplici alter ego dell’artista, mantengono una leggerezza illustrativa contraddetta dall’avvolgente tavolozza mediterranea e dalla sensualità delle atmosfere, delle pose, degli occhi languidi o malinconici, mentre la freschezza contemporanea dell’immagine intercetta il riverbero della tradizione. Qui il gioco della comunicazione è immediato, quasi ironico: il protagonista della grande tela di De Pinto, abbandonato a un’accumulazione di copie di sé, come appunti volanti sul corpo nudo, è spiato dal volto antico di uno dei fanciulli fotografati dal barone von Gloeden, nei pochi centimetri che dividono e connettono le due opere.
Da qui, a contrasto con i timbri seppiati o terrosi, si srotolano i lavori disposti sulle due pareti lunghe, secondo intervalli e altezze irregolari. Robert Mapplethorpe (New York, 1946 – Boston, 1989), con il suo bianco e nero metallico, è abile scultore di corpi fotografati come statue classiche, nella sinfonia di muscoli, corpi atletici, orchidee che richiamano organi genitali: la grazia e la bellezza, scolpite con rigore, offrono una misura anche all’eccesso, al sadismo, al piacere che spinge verso il limite. Il concetto di frammentazione e ripetizione torna negli scatti analogici di Sophie Thun (Francoforte sul Meno, 1985), autoritratti modificati in camera oscura, e dunque unici, in cui il corpo diventa cosa, particella ambigua di un montaggio disarticolato; oppure nei collage fotografici – ancora in bianco e nero – di George Woodman (New York, 1932 – 2017), composizioni poetiche che mescolano il corpo con ritagli di paesaggio, oggetti in miniatura o iconici reperti archeologici, mettendo a nudo e insieme dissimulando.

The Rosy Crucifixion, Galleria Massimo Minini, 2025. Ph. Petrò Gilberti - Wilhelm von Gloeden, Untitled, early 1900s
The Rosy Crucifixion, Galleria Massimo Minini, 2025. Ph. Petrò Gilberti – Wilhelm von Gloeden, Untitled, early 1900s

Giovani e maestri in mostra alla Galleria Minini

Così procede, nella metrica dei sensi, questo breve viaggio tra immagini che richiamano altre pagine, altre visioni. “O mio Bene! O mio Bello. Fanfara atroce in cui non vacillo! Fantastico eculeo! Urrà per l’opera inaudita e per il corpo meraviglioso, per la prima volta!: sono versi di Arthur Rimbaud da Mattinata d’ebrezza, pagina lisergica tratta dalle sue Illuminazioni. In apertura un corpo fiammeggiante, resuscitato nella corsa del rischio, dell’esultanza, di una sofferenza forse catartica, un corpo nutrito e avvelenato dagli impulsi di vita e di morte, fusi alla perfezione; in chiusura una frase che avrebbe avuto enorme fortuna, mille volte citata e interrogata da scrittori e registi, cupo sigillo di un testo così enigmatico: Questo è il tempo degli assassini. Lo stesso Miller la scelse come titolo per un saggio dedicato proprio a lui, il poeta veggente, profeta della “lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi” in cui lo scrittore americano si ritrovò, tra vertigini esistenziali e un certo misticismo della carne.
Ispirazioni possibili, che in mostra cercano anche declinazioni oniriche, liriche, come in Wilhelm von Gloeden (Wismar, 1856 – Taormina, 1931) – figura affascinante, attiva a cavallo tra Ottocento e Novecento, soprattutto nel Sud Italia, prima a Napoli e poi in Sicilia – protagonista della seconda sala con una serie di preziose foto, ancora accostate alla pittura di de Pinto. Qui la celebrazione dei corpi si impregna di riferimenti alla classicità e alla Magna Grecia, in un catalogo di soggetti osservati con sottile diletto erotico: kouroi in carne e ossa, al centro paesaggi d’Arcadia, come tableaux vivant pittorialisti. E poi ancora un collage di George Woodman e alcuni scatti di Duane Michals (McKeesport, 1932), narratore di corpi evanescenti, luminosi, solitari oppure romanticamente intrecciati, spettri dentro stanze silenziose o figure che scivolano in penombra.

ivana basic stay inside or perish 2016 wax glass pressure oil paint weight rigidity stainless steel leather elastic band 1105x33x457 cm detail Henri Miller e l’avventura del corpo. Le opere di 10 artisti in mostra a Brescia
Ivana Bašić, Stay inside or perish, 2016, wax, glass, pressure, oil paint, weight, rigidity, stainless steel, leather, elastic band, 110,5x33x45,7 cm (detail)

  

Pittura, scultura e fotografia nella mostra “The Rosy Crucifixion”

Torna Mapplethorpe, nella terza stanza, con il fisico flessuoso della danzatrice Lisa Lyon, statua nuda tesa come un arco, qui posta in relazione con una splendida scultura e due delicati dipinti di Ivana Bašić (Belgrado, 1986): la prima, realizzata in cera dipinta, unisce l’eleganza sinistra del soggetto alla morbidezza tattile del modellato, per la rappresentazione di un corpo femminile monco, contorto, appeso a due lunghi elastici a soffitto e ibridato con misteriose protesi in acciaio e metallo; le tele riprendono le stesse nuance pastello, ma la plasticità del corpo umano qui giunge a uno stato gassoso, molecolare, come nube siderale.
La pittura di Basic dialoga a sua volta con quella di Maria Giovanna Zanella (Schio, 1991), anticipata in apertura, anch’essa rivolta verso una disgregazione informale, ma con una tavolozza drammatica, accesa: dal vortice della materia emergono echi di una fisicità tragica, barocca, in divenire. Un’ultima sferzata con i grandi disegni di Pierre Klossowski (Parigi, 1905 – 2001), narrazioni intorno a una sessualità che esplicita il proprio substrato psicologico e antropologico, laddove è il potere a fondare le relazioni in termini di dominio, controllo, resa, e infine l’eros di Anna-Sophie Berger (Vienna, 1989), artista avvezza alla riflessione sullo spazio privato come territorio controverso, tra banalità e patologia, ossessione e rifugio.
La cavalcata palpitante della prosa di Miller echeggia in lontananza, con quel suo gigantismo erotico, con quella spietatezza capace di commuovere. Uno spasmo narrativo che era brama d’esistenza, strategia spericolata per aggredire l’ombra della morte e farne ulteriore materia vitale.

Helga Marsala

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L’articolo "Henri Miller e l’avventura del corpo. Le opere di 10 artisti in mostra a Brescia" è apparso per la prima volta su Artribune®.

Autore
Artribune

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