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Guccini, come Pasolini, ha raccontato un’Italia che non esiste più: il suo lascito culturale è enorme

  • Postato il 9 agosto 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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In sintesi

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Guccini, come Pasolini, ha raccontato un’Italia che non esiste più: il suo lascito culturale è enorme

Giorni fa ho scritto della morte di Francesco Guccini, in obbedienza ad un impulso, quello di fissare il dolore per una perdita, che alla mia generazione brucia quasi fisicamente. Ho scritto del vuoto che lascia una personalità straordinaria quando conclude la sue esperienza nel mondo. Quando l’anima si spegne lasciandoci solo una spoglia e la memoria di quello che è stato.

Oggi vorrei riflettere invece su quello che non abbiamo perso, o meglio, su quello che alcune personalità lasciano al di là della loro presenza fisica sulla scena.

Guccini ha raccontato un’Italia che non esiste più, ne è stato, come Pier Paolo Pasolini, ultimo testimone. Non parlo solo dell’Italia dell’impegno politico, ma di una civiltà che affonda le radici in un tempo antico, un tempo povero, fatto di essenzialità. Lo ha fatto con molte delle sue canzoni, con quelle ballate epiche che parlano di “saggi di montagna che citavano Dante a memoria”, tra la Via Emilia e il West. Ci ha spiegato che esiste una cultura orale, lontanissima dall’erudizione accademica (lui che è stato insegnante), dove il racconto si tramanda e si arricchisce alla maniera degli aedi, il fatto in sé che diventa epopea.

Lo ha fatto con i suoi libri, scritti a Pavana, che raccontano la vita di un’Italia contadina, montanara. Che viveva quasi di nulla (castagne ed erba Spagna), l’Italia che ha conosciuto e che lo ha accolto nei primi anni di vita. Quelle immagini, quei volti con le loro rughe fatte di sole, pioggia e fatica bestiale, la ruvidezza di quelle mani, gli odori che ti si fissano nel cervello. Quell’Italia che abbiamo pensato ignorante semplicemente perché aveva una cultura diversa da quella che abbiamo imparato a scuola.

Un’Italia che abbiamo ritrovato nei versi di Pasolini, nei suoi scritti in friulano. Entrambi, Guccini e Pasolini, hanno voluto ritrovare una lingua diversa per raccontare un mondo che piano piano si perdeva, scivolava via insieme ai vecchi che morivano, portando nelle loro tombe povere proprio quella lingua, la lingua dell’Appennino – nella quale l’emiliano non è quello rotondo gioviale del piano, ma si mescola col toscano rude della montagna pistoiese, ma anche con lingue remote, sconosciute – esattamente come il friulano che si perde e finisce a sopravvivere solo nelle parole di Pasolini e di pochi altri.

Se si perde la lingua, vuol dire che prima si è perduta una cultura, un mondo. Si sono perse parole per esprimere sentimenti, valori, per dire cose che non si dicono più, per indicare oggetti che non si usano più. Guccini ci ha regalato le ultime foto di quell’Italia che, per dirla con le parole di un altro poeta, “non aveva letto un milione di libri”, ma sapeva scegliere, sapeva dove andare, non conosceva il compromesso meschino. Un’Italia semianalfabeta che capiva benissimo dove stava il male e il bene.

Chi non si faceva troppe domande, solo quelle essenziali, sceglieva senza esitazione la Resistenza e sapeva andare fino in fondo. Fino in fondo senza alcuna retorica, intrinsecamente eretica, avulsa dalle chiese, sia quelle dei preti che quelle dei rituali di partito, ma densa di valori, di spiritualità senza ritualismo. Un mondo fatto di donne e di uomini che dovevano rispondere ogni giorno alla sempiterna domanda di cosa si metteva nella pentola per sfamare la famiglia. Di cosa si poteva sacrificare per sopravvivere, ma era capace di difendere, a qualunque costo, la propria libertà, la propria dignità, le proprie scelte, la propria famiglia che si allargava al villaggio, al borgo.

Quell’Italia che non era conservatrice, ma sapeva cambiare per andare avanti senza perdersi, restando umana; per questo, solo per questo, non per ideologia, era naturalmente e istintivamente antifascista. Era contro il potere, quando il potere era cosa estranea, cieca, quando non sapeva cogliere le sfumature, le ragioni di un comportamento, come invece fa il maresciallo protagonista della trilogia di Appennino di sangue che non lascia il suo dovere, ma nel compierlo è capace di guardare il cuore degli uomini.

Poi è arrivata la plastica, l’osteria che diventa “RistoBar”, il juke box con le canzonette smidollate, che pigliavano il posto degli stornelli. Guccini è figlio di entrambi i mondi, ma coglie il senso profondo della tragedia che arriva con la scomparsa di quell’Italia e allora fa quello che deve e può fare un intellettuale. La fissa, la fotografa con le parole, la trasforma non in inutile nostalgia, ma la fa diventare testimonianza. Porta l’essenzialità dei valori, contro il luogo comune.

Pasolini ha avuto una vita breve, stroncata dalla violenza di assassini ancora vergognosamente impuniti, Guccini ha vissuto a lungo, sempre troppo poco per chi lo ha amato come fosse un parente prossimo. Ha avuto il tempo di scrivere, di continuare la sua opera di testimonianza di raccolta di storie. Ci ha regalato l’epica di un’Italia che fu, che aveva un cuore ruvido ma immenso. Questa testimonianza è stata uno dei tanti immensi doni che Francesco Guccini ci ha lasciato.

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Autore
Il Fatto Quotidiano

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