Gli esercizi di memoria di un "magnifico ribelle"
- Postato il 25 agosto 2026
- Cultura
- Di Libero Quotidiano
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Gli esercizi di memoria di un "magnifico ribelle"
Jean Cau (1925-1993) è stato un «magnifico ribelle». Così lo definisce Stenio Solinas nella postfazione al libro Esercizi di memoria, appena edito da Settecolori. Vi leggiamo impressioni, dialoghi, riflessioni, bozzetti, pennellate, ritratti di politici, attori, scrittori. Memorie che sono anche esercizi di stile. E qual era lo stile di questo intellettuale, giornalista graffiante, già segretario di Sartre e quindi scopertosi incompatibile con la sinistra «perennemente in marcia» eppure immobile, ingolfata nei suoi “ismi” e sempre nella posa di indignata speciale? Era quello di un «cocciuto contro tutte le seduzioni», definizione presa in prestito da Alain de Benoist, cui Cau aveva affidato il suo testamento spirituale Il popolo, la decadenza, gli déi (Settecolori, 1993). Ma la migliore definizione di se stesso la diede proprio Jean Cau: «Politicamente non sto da nessuna parte, sto altrove, ovvero in libertà».
Nei primi anni Sessanta Jean Cau è una promessa del mondo progressista, pubblica sull’Express, riceve il premio Goncourt con La pietà di Dio. Il generale De Gaulle aiutò il suo “risveglio”. Matura il distacco dalla sinistra nei primi anni Settanta e nel 1973 dedica il suo Le scuderie dell’Occidente (Volpe) a Yukio Mishima. Il cavaliere solitario di Dürer gli ispira un altro trattatello anti-declino, Il cavaliere, la morte e il diavolo (Volpe, 1979): egli non si preoccupa di chi lo segue, «il valore non ha bisogno di ricompense».
Come si scopre una nuova maturità, come avviene la scelta dell’altrove, come ci si allontana dallo spazio politico che si credeva scelto con convinzione? Uno degli aneddoti di Cau, vero o falso che sia, è a questo proposito illuminante: «Chiacchieravo con un vecchio saggio italiano. Mi ascoltava immobile, e il suo sguardo non mi lasciava. Ero ancora giovane e mormoravo. Gli parlavo della mia desolazione nel vedere che la sinistra... e questo, e quello, e comunque la sinistra. Alla fine tacqui. Lui disse con una voce così tranquilla e con un tono così evidente che ne fui schiacciato: “Ma lei non è di sinistra”. In un lampo seppi che ero stato appena scoperto. Oramai impossibile tornare indietro e ricompormi nel personaggio che la frasetta aveva sbriciolato».
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INCONTRO CON JÜNGER
E veniamo agli Esercizi di memoria. Quando scrive di Jean Giono elogia i ritmi di lavoro dell’artigiano per concludere che la macchina ha sterminato la pazienza. Quando rievoca l’incontro con Ernst Jünger sottolinea le caratteristiche della letteratura germanica: «I suoi romanzi colossali, zeppi di mitologie araldiche, procedono per espansioni e sorde esplosioni sotterranee, e quando mi ci avventuro brancolo nella foresta gotica, tuttavia da questa massa si innalza e fa navigare l’anima l’eterna Sehnsucht, la nostalgia di dèi terribili e confusi, e la cupa meditazione dei guerrieri che, dopo aver bevuto l’alcol dai corni di uro, sognano pensosi davanti al fuoco...».
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IL FUTURO DEL CINEMA
Con Orson Welles discute del futuro del cinema e di quello della civiltà: «Stati Uniti e Russia vogliono eliminare la morte – gli dice Welles – ma uccidono la vita. Civiltà del self service. Arte del self service. Diventerà tutto chic. I hate lo chic. I hate Disney e la fantasia industriale. Bisogna leggere i mistici cristiani». E ce n’è anche per Sartre. «Cosa ho imparato da lui? A stare alla larga dagli onori che ti disgregano nella serietà e ti trasformano nel custode delle reliquie delle vanità di un dato ambiente – quello letterario, nel nostro caso – e di questo mondo. A resistere ai colpi più violenti della sua influenza. Insomma, a buttare le rose fuori dal finestrino».
Suggestivo lo sguardo su Ezra Pound: «Nel ristorante vidi entrare un’aquila. Certe persone somigliano a buoi, mastini, pecore, topi e allora potremmo credere nella metempsicosi, ma questo somigliava a un’aquila, e della regina del cielo aveva la faccia fiera e la folle nobiltà dello sguardo dominatore, perennemente arrabbiato. Si incontrano molti maialini e spaniel, vitelli e mucche, cani e galline, asini e tacchini nel regno umano, ma pochissime aquile. Sono rare. Io ne vedevo una. Io ne ho vista una». La bellezza dello stile, l’orgoglio di un’etica perduta, il distacco dalla demagogia marxista e bottegaia: Jean Cau scrive per testimoniare tutto questo perché scrivere, in fondo, serve a vivere.
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