Giornata consapevolezza sull’autismo: inutile parlare di inclusione se si isola il lavoratore che ricorre alla Legge 104
- Postato il 2 aprile 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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di Salvatore Cocchio
Il 2 aprile si celebra la Giornata Mondiale della Consapevolezza sull’Autismo, un’occasione per parlare di inclusione e diritti. Ma la parola “inclusione”, così spesso sbandierata da istituzioni e aziende, quanto viene davvero messa in pratica? Spesso, dietro le dichiarazioni di principio, si nasconde una realtà ben diversa: quella di genitori costretti a lottare contro discriminazioni e ingiustizie solo perché cercano di garantire ai propri figli con disabilità le cure di cui hanno bisogno.
La Legge 104/92 è uno dei pilastri della tutela delle persone con disabilità e dei loro familiari. Tra le agevolazioni previste, ci sono i tre giorni di permesso retribuito al mese, indispensabili per accompagnare i figli alle terapie e gestire le loro necessità quotidiane. Un diritto sacrosanto, frutto di anni di battaglie sindacali e sociali.
Eppure, in molti ambienti di lavoro, questa legge non è vista come uno strumento di tutela, ma come un fastidio. Chi ne usufruisce spesso viene penalizzato, isolato, relegato a mansioni inferiori. Ed è proprio qui che emerge un paradosso amaro: la legge che dovrebbe garantire dignità e supporto si trasforma, nei fatti, in una trappola. Ti permette di assistere un figlio disabile, ma al tempo stesso ti condanna all’isolamento professionale, in un clima di sospetti e discriminazioni silenziose.
Prima di iniziare a usufruire dei permessi previsti dalla Legge 104, un lavoratore che ricopre un ruolo di rilievo all’interno del suo team aziendale ha compiti di responsabilità e un certo riconoscimento professionale. Poi, tutto cambia. Non appena inizia a prendere quei giorni per assistere il proprio figlio, può accadere che venga improvvisamente spostato di reparto. In un primo momento, pensa si tratti di una normale riorganizzazione aziendale, ma ben presto si rende conto che non è così: il suo ruolo viene progressivamente ridimensionato, fino ad essere assegnato a mansioni ben al di sotto della sua categoria professionale.
Seguono poi silenzi, dinieghi, giustificazioni vaghe. Una strategia subdola per metterlo alle strette, per fargli capire che quei permessi sono scomodi, che la sua presenza sta diventando un peso. In una società che si riempie la bocca di “inclusione”, i più forti resistono, i più deboli cadono. Ma alla fine, di tutte quelle belle tutele sbandierate, nella pratica, non resta nulla.
A questo punto viene naturale chiedersi: dov’è l’inclusione tanto proclamata? Dov’è il rispetto per un genitore che ogni giorno si sacrifica per garantire le necessarie terapie a suo figlio? Viviamo in un paese in cui le leggi, sulla carta, tutelano i lavoratori. Ma nella realtà, chi fa valere i propri diritti subisce ritorsioni sottili, difficili da dimostrare, ma dolorosamente reali. Eppure l’inclusione vera si costruisce proprio nei luoghi di lavoro, nelle aziende, nei reparti, nelle scelte quotidiane di chi ha il potere di decidere se un dipendente deve essere valorizzato o messo da parte.
Purtroppo, ancora oggi, i lavoratori che usufruiscono della Legge 104 vengono visti come un problema. E questo non solo nelle aziende private, ma anche nel settore pubblico: un segnale preoccupante, che dimostra quanto siamo ancora lontani da una vera cultura dell’inclusione. In molti casi si trova di fronte a un muro di gomma e, alla fine, il lavoratore si ritrova davanti a una scelta amara: accettare la discriminazione e continuare a lavorare in un ambiente ostile o far valere i propri diritti e subire conseguenze che, nella pratica, significano perdere ogni motivazione professionale e ritrovarsi isolati.
Una società davvero inclusiva non lascia soli i genitori, ma li sostiene nella battaglia più importante: quella per il futuro dei propri figli.
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