Giorgia Meloni, quelle parole profetiche di 5 anni fa
- Postato il 5 settembre 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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Giorgia Meloni, quelle parole profetiche di 5 anni fa
Per gentile concessione dell'editore, pubblichiamo alcuni stralci de La versione di Giorgia, libro-intervista di Alessandro Sallusti con il premier, edito da Rizzoli.
L’obiettivo più grande, o meglio quello dal quale dipendono tutti gli altri, è restituire agli italiani l’orgoglio di essere tali. Dare loro uno Stato degno del suo grande popolo, in cui identificarsi. Un’impresa che oggi sembra impossibile. Questa nazione nessuno può salvarla da solo, si può salvare solo se ci crediamo tutti insieme. Se ognuno di noi, in qualsiasi ambito operi, decide che vale la pena di fare quello che fa con un occhio a cosa sia meglio non solo per se stesso e per le persone che ama, ma per la nazione nel suo complesso. Recuperare quel senso di comunità senza il quale sarà impossibile esprimere al meglio le nostre potenzialità. E per fare questo è necessario restituire credibilità alle istituzioni (...).
Semplificando: puoi fare leggi ottime, ma se lo Stato viene percepito come nemico ci sarà sempre qualcuno che le aggirerà. Puoi crescere persone capaci, ma se lo Stato non valorizza quelle capacità, scapperanno all’estero, o finiranno per credere che la strada più efficace non sia il sacrificio dello studio, della competenza, del valore, ma la scorciatoia delle amicizie giuste o dei modelli vacui, quelli da «minimo sforzo massimo risultato».
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NON DARSI LIMITI
Sogno un’Italia nella quale i profili social con maggiori like non siano quelli degli influencer che mettono in piazza la loro vita patinata fatta di barche e abiti lussuosi, comprati con i soldi fatti mostrando altre barche e altri abiti, ma quelli dei ricercatori che fanno svoltare l’umanità, dei soldati che rischiano la vita per costruire la pace, dei medici che compiono veri e propri miracoli, di chi venendo dal niente ha fatto la storia con passione e sacrificio.
E sogno che domani quando si domanderà a un giovane cosa voglia fare da grande, lui risponda: «Non mi do limiti, ma in ogni caso voglio fare qualcosa che sia utile anche per la mia nazione».
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L’UFFICIO DEI GRANDI
Sono un’illusa? Una sognatrice? Lo vedremo, sognatrice certamente. Del resto io sono la prova vivente che la volontà può portarti a fare cose che non avevi previsto. Tu avresti scommesso che un giorno saresti venuto a parlare con me, una 46enne donna di destra venuta da un quartiere popolare, osteggiata con ogni mezzo dal sistema costituito, in questo ufficio al primo piano di Palazzo Chigi?
Guardati intorno. Dal 1961 questa è la sede del governo e qui hanno lavorato persone come Aldo Moro, Giulio Andreotti, Francesco Cossiga, Giovanni Spadolini, Bettino Craxi, Carlo Azeglio Ciampi, Romano Prodi, Silvio Berlusconi, Mario Monti e Mario Draghi, tanto per citare alcuni nomi che - nel bene e nel male - hanno fatto la storia dell’Italia. Insomma qualcuno ha mai seriamente preso in considerazione che potesse accadere ciò che poi è accaduto? E che potessi sedere io a questa scrivania?
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«PERCHÉ PIANGETE?»
Quando sono diventata presidente del Consiglio mi ha colpito non che in molti fossero contenti, ma che in troppi si commuovessero. «Ma perché piangete tutti?» mi è capitato di dire, con sorpresa e imbarazzo. Ci ho anche scherzato: «Oh, neanche ho cominciato e già iniziate a piangere?».
Ma poi ho capito. Perché la mia è una storia che rompe i tabù della nazione bloccata, della vita delle persone decisa a tavolino, dei troppi traguardi che pensiamo ci siano preclusi, delle occasioni che siamo certi non avremo mai. Non è stato solo il fatto politico del ritorno del centrodestra al governo, e di un governo espressione diretta del voto popolare dopo un decennio di giochi di potere e governi decisi nel palazzo. C’era altro, in quella commozione. L’ho capito quando una persona molto autorevole, seduta proprio qui nelle prime ore del mio mandato, ha motivato i suoi occhi lucidi dicendo: «Giorgia, questa cosa non poteva succedere». È vero, può sembrare una favola, ma non lo è. È determinazione e sacrificio. Studio, disciplina, e ovviamente un pizzico di fortuna, ammesso che si possa dire fortunato qualcuno che si ritrova a governare l’Italia in questa congiuntura (...).
Troppe volte ho sentito dire da chi non aveva quello che avrebbe voluto che era «colpa dello Stato, colpa della politica, colpa delle condizioni di partenza». Certo che anche questo influisce, ed è quello di cui ora devo occuparmi io, ma siamo sicuri che sia solo questo? Sicuri di aver fatto tutto quello che era possibile per raggiungere gli obiettivi che vi eravate dati? Per come la vedo, e per la mia esperienza personale, io sono certa che il nostro destino dipenda soprattutto da quello che noi siamo disposti a fare, da quanto siamo disposti a lavorare, da quanto siamo disposti a sacrificare. Il destino siamo soprattutto noi. E se riesco a far passare questo messaggio, e nello stesso tempo a garantire le condizioni necessarie perché ognuno abbia in partenza le stesse condizioni per giocarsela, noi possiamo cambiare tutto.
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LA POLITICA ESTERA
Io credo di avere un vantaggio rispetto ai miei recenti predecessori. Per anni, quando il capo di un governo o un ministro italiano si sedevano di fronte a un partner, la prima domanda che quel partner era costretto a farsi, a occhio, era: «Chissà se al prossimo incontro bilaterale sarà ancora questo il mio interlocutore italiano». E in effetti, molto spesso all’incontro successivo il governo era mutato. L’orizzonte breve dei governi italiani è stato un elemento devastante anche in politica estera, perché i rapporti seri, e le scelte strategiche, hanno bisogno di tempo. Il mio vantaggio oltre a quello di parlare inglese, spagnolo e un po’ di francese, elemento che regala al rapporto personale un’immediatezza e una empatia impossibili da raggiungere quando si parla per il tramite di un altro - è proprio il tempo. Quando i nostri interlocutori siedono davanti a noi, sanno che la prossima volta, con ogni probabilità, avranno a che fare ancora con noi. E dunque sono maggiormente interessati a costruire un buon rapporto, e molto più aperti a parlare di collaborazioni strategiche. Del resto, la politica estera è fatta di intese, di accordi; quando salta un governo, è probabile che salti anche la trattativa che quel governo aveva avviato, e questo elemento ci ha resi poco affidabili agli occhi del mondo.
LUNGA VISIONE
Per questo considero il tema della stabilità dei governi non un semplice vezzo, ma la più potente misura economica che si possa regalare all’Italia. Per questo mi do un obiettivo di legislatura, non perché io voglia per forza rimanere incollata alla poltrona per cinque anni, ma perché è l’unico modo di provare a far contare di più l’Italia nel mondo. E aggiungo: lavoro a una visione che vada anche oltre questi cinque anni, sperando che chi ci sarà dopo di me non ritenga di dover per forza distruggere tutto (...).
Io ce la metto tutta, ma sarà alla prova dei fatti che gli altri sapranno se sono o no la persona seria che dico di essere, e ne sono consapevole. Come sono consapevole che se e quando supererò la prova, allora si vedranno davvero i frutti di questo faticoso lavoro.