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Garlasco, dal DNA sui pedali all’ora della morte: cosa è emerso e cosa cambia per Stasi e Sempio

  • Postato il 4 ottobre 2026
  • Di Panorama
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In sintesi

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Garlasco, dal DNA sui pedali all’ora della morte: cosa è emerso e cosa cambia per Stasi e Sempio

Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, il caso Garlasco si trova davanti a due percorsi giudiziari che potrebbero arrivare a incrociarsi. Da una parte, la Procura di Pavia ha nuovamente concluso le indagini su Andrea Sempio, l’amico del fratello della vittima accusato di omicidio aggravato. Dall’altra, la difesa di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a sedici anni di reclusione, sta valutando gli elementi sui quali costruire una possibile richiesta di revisione della sentenza.

La settimana appena trascorsa ha prodotto una quantità considerevole di novità, ma soprattutto ha riportato l’attenzione su questioni che sembravano appartenere definitivamente al passato: un’impronta sul muro delle scale, una scarpa con la suola a pallini, le analisi genetiche effettuate sui pedali di una bicicletta e il tempo trascorso tra l’aggressione e la morte di Chiara.

Al centro di tutto ci sono le consulenze scientifiche depositate con la seconda chiusura delle indagini, annunciata lunedì 28 settembre. Accertamenti che, secondo i magistrati pavesi, rafforzano l’impianto accusatorio nei confronti di Sempio, ma che contemporaneamente hanno fatto emergere interrogativi sulle modalità con cui furono condotte e documentate alcune analisi nel 2007.

Le conclusioni non sono però condivise dalle diverse parti coinvolte. La difesa di Sempio contesta l’interpretazione delle impronte e la ricostruzione dell’aggressione, i legali della famiglia Poggi continuano a sostenere la validità della condanna di Stasi e quelli dell’ex fidanzato della vittima ritengono che siano emersi elementi importanti per mettere in discussione il precedente procedimento.

È questo il quadro nel quale si inseriscono gli sviluppi della settimana.

Lunedì 28 settembre: chiuse per la seconda volta le indagini su Andrea Sempio

Il primo passaggio decisivo arriva lunedì 28 settembre, quando la Procura della Repubblica di Pavia, guidata da Fabio Napoleone, comunica di aver notificato ad Andrea Sempio un nuovo avviso di conclusione delle indagini preliminari.

Si tratta del secondo provvedimento di questo tipo, successivo a quello dell’8 maggio, dopo che i magistrati avevano disposto ulteriori accertamenti tecnici per approfondire alcuni aspetti dell’inchiesta e confrontarsi con le consulenze presentate dalla difesa.

Il capo d’accusa rimane invariato: omicidio aggravato dalla crudeltà e dall’odio verso la vittima.

La nuova chiusura delle indagini non equivale a un rinvio a giudizio, né tantomeno a un accertamento di responsabilità. È il passaggio che permette alla difesa di conoscere tutto il materiale raccolto, esaminarlo e presentare ulteriori osservazioni prima che la Procura assuma le proprie determinazioni sull’esercizio dell’azione penale.

Gli avvocati di Sempio, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, hanno venti giorni per studiare il nuovo fascicolo, depositare memorie e produrre eventuali ulteriori consulenze.

Secondo Cataliotti, il testo del nuovo avviso è sostanzialmente identico a quello ricevuto a maggio. Le novità riguarderebbero soprattutto le relazioni tecniche depositate successivamente e, in particolare, gli approfondimenti sulle analisi effettuate nel 2007.

Ma quali sono gli elementi sui quali la Procura ha concentrato gli ultimi accertamenti?

L’impronta 33 e la scarpa a pallini: il confronto tra accusa e difesa

Uno dei capitoli più importanti riguarda la cosiddetta impronta 33, la traccia palmare individuata sulla parete delle scale che conducono alla cantina della villetta di via Pascoli.

La Procura considera questa impronta un elemento centrale della propria ricostruzione investigativa e ritiene che sia attribuibile ad Andrea Sempio. La difesa continua invece a contestare le conclusioni dei consulenti dell’accusa, mettendo in discussione la possibilità di arrivare a un’identificazione sufficientemente affidabile.

Negli ultimi approfondimenti, i consulenti incaricati dai magistrati, Gianpaolo Iuliano e Nicola Caprioli, hanno esaminato le osservazioni difensive senza individuare, secondo quanto comunicato dalla Procura, elementi in grado di modificare le conclusioni precedentemente formulate.

Sul fronte delle analisi biologiche è stato inoltre acquisito uno studio sperimentale realizzato dai carabinieri del Raggruppamento investigazioni scientifiche, che ha esaminato le conseguenze delle caratteristiche chimiche dell’intonaco sui test effettuati per ricercare tracce ematiche e materiale genetico.

Le sperimentazioni hanno mostrato che, in determinate condizioni, la presenza di sangue su una superficie muraria può non essere rilevata da alcuni test a causa dell’effetto inibente dei materiali che compongono l’intonaco.

Questo risultato permette di valutare diversamente il significato di eventuali esiti negativi, ma non dimostra automaticamente che l’impronta 33 originale contenesse sangue. La prova sperimentale è stata realizzata su campioni di laboratorio e non direttamente sul reperto originario, che non è più disponibile.

È una distinzione fondamentale, perché l’assenza di un risultato positivo e la dimostrazione dell’effettiva presenza di materiale ematico sono due questioni scientificamente differenti.

L’altro grande terreno di confronto riguarda l’impronta della scarpa con la suola a pallini rinvenuta sulla scena del delitto.

Secondo la nuova consulenza depositata dalla Procura, gli accertamenti effettuati non permettono di sostenere un’incompatibilità fisica tra la conformazione del piede di Sempio e la traccia esaminata. In particolare, i consulenti hanno valutato la compatibilità delle misure del suo piede con una scarpa Frau numero 42.

La professoressa Cristina Cattaneo, coinvolta anche negli approfondimenti medico-legali, ha osservato che le variazioni di peso nel corso degli anni possono modificare significativamente larghezza e volume del piede.

La difesa contesta però questa ricostruzione.

Cataliotti e i suoi consulenti sostengono che Sempio indossasse già scarpe numero 44 all’epoca dell’omicidio e annunciano ulteriori accertamenti e testimonianze a sostegno della propria posizione.

Sempio stesso, intervistato da Mediaset il 2 ottobre, ha ribadito di calzare il 44 tanto oggi quanto nel 2007 e ha contestato la portata probatoria delle conclusioni dei consulenti.

La questione rimane quindi aperta: la compatibilità indicata dalla Procura non rappresenta un’identificazione certa della persona che indossava la scarpa, così come le contestazioni difensive dovranno essere valutate nel confronto con gli accertamenti tecnici depositati.

Chiara Poggi potrebbe essere sopravvissuta fino a un’ora: cosa dice davvero la nuova consulenza

Uno degli sviluppi più rilevanti della settimana riguarda la ricostruzione della morte di Chiara Poggi.

La consulenza medico-legale affidata alla professoressa Cristina Cattaneo e all’anatomopatologo Biagio Eugenio Leone ha approfondito la successione delle lesioni e l’intervallo temporale tra le prime ferite e il decesso.

Secondo i consulenti della Procura, i risultati delle nuove indagini immunoistochimiche suggeriscono che la morte non sia stata immediata.

Gli esperti indicano un intervallo minimo orientativo tra 15 e 30 minuti e ritengono possibile una sopravvivenza più prolungata, fino a circa 60 minuti.

Il dato rappresenta un elemento importante perché introduce una diversa interpretazione della successione degli eventi rispetto a una ricostruzione caratterizzata da un’aggressione estremamente rapida.

Non significa però che l’aggressione sia necessariamente durata un’ora. La consulenza riguarda l’intervallo tra la produzione delle lesioni e la morte, che non coincide automaticamente con la durata dei colpi inferti dall’aggressore.

Un’altra questione fondamentale riguarda la possibile reazione della vittima.

Secondo i consulenti, il quadro complessivo delle ferite suggerisce che almeno una parte delle lesioni possa essere stata prodotta durante una colluttazione o un’azione aggressiva protrattasi nel tempo.

Chiara avrebbe quindi tentato di proteggersi, almeno passivamente, interponendo parti del corpo per difendersi dai colpi. Gli esperti non escludono neppure una componente di difesa attiva.

È un elemento che la Procura considera coerente con la propria ricostruzione e che assume particolare importanza anche in relazione all’interpretazione delle tracce genetiche rinvenute sotto le unghie della vittima, sulle quali si concentra un altro capitolo dell’indagine.

La nuova finestra di sopravvivenza potrebbe inoltre incidere sul confronto con gli orari ricostruiti durante il procedimento a carico di Stasi.

Anche in questo caso, tuttavia, è necessario distinguere il dato medico-legale dall’interpretazione investigativa: l’intervallo indicato dai consulenti non stabilisce da solo chi fosse presente nella villetta durante l’aggressione, né determina automaticamente l’incompatibilità della condotta di uno specifico soggetto con la successione degli eventi.

Il DNA sotto le unghie di Chiara Poggi

Gli approfondimenti medico-legali si collegano inevitabilmente a uno dei temi più discussi della nuova inchiesta: il materiale genetico recuperato dalle unghie di Chiara.

Secondo le consulenze acquisite dalla Procura di Pavia, le tracce genetiche oggetto degli accertamenti presenterebbero caratteristiche compatibili con la linea paterna di Andrea Sempio.

La nuova ipotesi di una reazione difensiva della vittima viene considerata dagli inquirenti un elemento coerente con la possibile acquisizione di materiale biologico durante il contatto con l’aggressore.

Ma compatibilità genetica e identificazione individuale non sono concetti equivalenti.

Il significato probatorio delle tracce deve essere valutato anche considerando le caratteristiche dei profili ricavati, le possibilità di attribuzione e le eventuali spiegazioni alternative relative alla presenza del materiale.

Proprio su questi aspetti si sviluppa il confronto tra i consulenti della Procura e quelli della difesa di Sempio.

I genetisti incaricati dai magistrati, Carlo Previderè e Pierangela Grignani, hanno esaminato le osservazioni integrative della consulente difensiva Marina Baldi, confermando le conclusioni precedentemente formulate dall’accusa.

Sarà quindi il confronto processuale, qualora venga disposto un giudizio, a stabilire quale significato attribuire all’insieme degli elementi genetici e alla loro relazione con la ricostruzione dell’omicidio.

Il caso dei pedali: le analisi positive del 19 settembre e quelle negative del giorno successivo

Ma la vicenda che ha maggiormente movimentato la settimana riguarda un altro reperto, appartenente al procedimento originario contro Alberto Stasi: i pedali della bicicletta Umberto Dei sequestrata nel settembre 2007.

Durante gli accertamenti dell’epoca, dal materiale prelevato dai pedali era stato ottenuto un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi.

Il risultato aveva contribuito a indirizzare le indagini e aveva avuto un ruolo importante nelle prime fasi del procedimento.

Oggi, tuttavia, sono emerse due ulteriori analisi effettuate il 20 settembre 2007, il giorno successivo a quelle che avevano prodotto il risultato positivo.

Queste ripetizioni avevano restituito esiti completamente negativi, senza ottenere alcun profilo genetico.

L’esistenza delle due analisi è stata individuata dai consulenti della difesa Stasi, Ugo Ricci e Pasquale Linarello, attraverso l’esame dei dati grezzi degli accertamenti originali, acquisiti nel novembre 2025.

Il particolare più importante è che, secondo quanto comunicato dalla Procura di Pavia, delle due analisi negative non è stata trovata traccia negli atti del procedimento celebrato contro Stasi.

Da qui nasce una questione particolarmente delicata: come devono essere interpretati due risultati negativi ottenuti dopo un’analisi che aveva identificato il DNA della vittima?

E soprattutto, perché questi accertamenti non risultano nella documentazione processuale?

La difesa Stasi considera la discordanza particolarmente significativa e ritiene che avrebbe dovuto impedire di utilizzare il risultato iniziale come elemento probatorio affidabile senza prima effettuare ulteriori approfondimenti.

La posizione dei consulenti della Procura di Pavia è però più articolata.

Previderè e Grignani ritengono che il profilo genetico ottenuto originariamente e attribuito a Chiara rappresenti un risultato scientificamente attendibile, valutato anche secondo gli standard dell’epoca.

I due esperti riconoscono tuttavia che i successivi esiti negativi costituiscono un’anomalia che avrebbe richiesto ulteriori verifiche per chiarire le ragioni della discordanza.

Il punto, dunque, non è stato risolto attraverso una nuova analisi capace di escludere definitivamente la presenza del DNA di Chiara.

La questione scientifica riguarda la coesistenza di risultati differenti, mentre quella processuale investe le modalità di documentazione degli accertamenti e la possibilità delle parti di esaminarli.

Per la Procura, gli approfondimenti che sarebbero stati opportuni non risultano essere stati effettuati all’epoca.

Una circostanza sulla quale gli inquirenti stanno cercando di ottenere chiarimenti anche attraverso le testimonianze degli investigatori che parteciparono alle operazioni.

Chi sapeva delle analisi negative? Lo scontro tra gli ex consulenti del RIS

La scoperta dei risultati negativi ha aperto un ulteriore fronte, che riguarda direttamente la gestione delle analisi originali.

Nel corso della settimana sono emerse testimonianze e dichiarazioni contrastanti sulla conoscenza di quei risultati da parte dei consulenti tecnici coinvolti nel procedimento del 2007.

L’ex investigatore del RIS Alessandro Coli, ascoltato dai magistrati di Pavia, ha riferito di ricordare che la discordanza fosse stata considerata un’anomalia all’interno del laboratorio.

L’ex comandante del RIS Luciano Garofano ha invece richiamato un verbale del 24 settembre 2007 che, secondo la sua ricostruzione, dimostrerebbe che i risultati ottenuti fino a quel momento erano stati messi a disposizione dei consulenti delle parti.

In calce al documento compaiono le firme degli esperti coinvolti.

Una posizione contestata da Francesco Maria Avato, che all’epoca faceva parte del gruppo dei consulenti della difesa Stasi.

Avato sostiene di non aver mai ricevuto i tracciati negativi e osserva che, qualora fossero stati messi a disposizione, la difesa avrebbe organizzato diversamente la propria attività, richiedendo ulteriori approfondimenti.

Il confronto si è ulteriormente acceso sabato 3 ottobre.

Avato e Matteo Fabbri hanno contestato pubblicamente le dichiarazioni del genetista Marzio Capra, consulente della famiglia Poggi, secondo il quale i risultati negativi sarebbero stati comunicati durante la riunione del settembre 2007.

I due ex consulenti della difesa Stasi negano di averne avuto conoscenza e hanno annunciato iniziative per tutelare la propria posizione, chiedendo inoltre di essere ascoltati dalla Procura di Pavia per chiarire definitivamente la vicenda.

È un confronto che deve essere mantenuto distinto dalle conclusioni scientifiche sul DNA.

La questione non riguarda infatti soltanto l’affidabilità degli esami, ma anche quali risultati siano stati concretamente mostrati alle parti, quali informazioni siano entrate nel fascicolo e per quali ragioni le analisi negative non compaiano nella documentazione del procedimento.

La Procura di Pavia ha aperto un fascicolo senza indagati per approfondire gli aspetti relativi all’operato degli investigatori dell’epoca.

Allo stato attuale, l’assenza delle analisi dagli atti e le dichiarazioni contrastanti non permettono, da sole, di stabilire l’esistenza di una condotta intenzionale di occultamento.

La porta a soffietto e i nuovi interrogativi sui sopralluoghi del 2007

Tra i materiali tornati al centro dell’attenzione figura anche la porta a soffietto che separava il soggiorno della villetta dalle scale della cantina, dove fu ritrovato il corpo di Chiara.

Secondo quanto riportato il 2 ottobre da diverse testate sulla base di un dossier fotografico acquisito nella nuova inchiesta, la porta sarebbe stata aperta e richiusa ripetutamente durante i sopralluoghi effettuati dopo l’omicidio, prima dei prelievi destinati alla ricerca delle tracce biologiche.

Le ricostruzioni giornalistiche parlano di almeno cinque movimenti del serramento.

Il particolare viene considerato rilevante in relazione alla mancanza di impronte e alle difficoltà di interpretazione delle tracce ricercate sulla porta.

Anche in questo caso, tuttavia, è fondamentale distinguere gli elementi documentali dalle ipotesi formulate successivamente.

L’eventuale ripetuta manipolazione di una superficie potrebbe aver influenzato la conservazione delle tracce, ma non dimostra automaticamente che vi fossero impronte o materiale genetico riconducibili all’assassino, né che siano stati effettivamente cancellati.

L’interesse investigativo consiste piuttosto nel ricostruire con precisione quali operazioni siano state eseguite sulla scena del crimine e in quale momento siano stati effettuati i diversi accertamenti.

La posizione della famiglia Poggi: nessuna costituzione di parte civile contro Sempio

Un altro sviluppo importante arriva giovedì 1° ottobre, quando viene resa nota la decisione della famiglia Poggi di non costituirsi parte civile nell’eventuale procedimento a carico di Andrea Sempio.

La posizione viene comunicata dall’avvocato Francesco Compagna, che rappresenta i familiari insieme a Gianluigi Tizzoni.

La famiglia continua a considerare Stasi responsabile dell’omicidio e non condivide l’ipotesi accusatoria sviluppata dalla Procura nei confronti di Sempio.

La scelta di non costituirsi parte civile riguarda quindi un’eventuale richiesta risarcitoria nei confronti del nuovo indagato e non determina naturalmente l’esito delle indagini o dell’eventuale processo.

I legali dei Poggi hanno inoltre chiarito che intendono partecipare a un possibile giudizio di revisione della sentenza di condanna di Stasi, qualora venga effettivamente avviato.

La loro posizione rappresenta uno degli aspetti più particolari dell’attuale scenario giudiziario: mentre la Procura sostiene una ricostruzione alternativa rispetto a quella che aveva portato alla condanna definitiva dell’ex fidanzato, la famiglia della vittima continua a ritenere valida la responsabilità già accertata nel precedente procedimento.

Sabato 3 ottobre: la difesa Stasi annuncia altro materiale

La settimana si conclude con un ulteriore sviluppo, ancora privo di contenuti documentali pubblici.

Sabato 3 ottobre, durante la trasmissione Omnibus su La7, l’avvocata Giada Bocellari ha confermato che la difesa di Alberto Stasi dispone di altri elementi, uno dei quali, a suo giudizio, potrebbe suscitare particolare attenzione.

La legale ha precisato che l’elemento al quale si riferisce non riguarda le indagini del 2007.

Non sono stati però resi noti dettagli sufficienti per comprenderne la natura, l’eventuale rilevanza probatoria o il possibile utilizzo in sede giudiziaria.

Per questo motivo, allo stato attuale, si tratta di una dichiarazione della difesa e non di un nuovo risultato investigativo verificabile.

L’annuncio arriva proprio mentre il confronto sulle analisi genetiche del 2007 continua ad alimentare le iniziative dei consulenti e dei legali coinvolti.

Cosa succede adesso: il possibile processo Sempio e la revisione della condanna di Stasi

Terminata questa settimana, i prossimi sviluppi riguarderanno principalmente due percorsi distinti.

Il primo è quello dell’indagine a carico di Andrea Sempio.

Dopo la notifica del nuovo avviso di conclusione delle indagini, la difesa dispone del termine previsto dalla legge per esaminare gli atti e presentare ulteriori memorie e documenti.

Successivamente, la Procura di Pavia dovrà assumere le proprie determinazioni sull’esercizio dell’azione penale. L’eventuale richiesta di rinvio a giudizio dovrà essere valutata dal giudice competente.

La chiusura delle indagini non rappresenta quindi una decisione definitiva sulla responsabilità di Sempio, che continua a respingere le accuse.

Il secondo percorso riguarda Alberto Stasi.

Le sue condizioni giudiziarie non cambiano automaticamente per effetto della nuova inchiesta, perché la condanna a sedici anni rimane definitiva e valida fino a un’eventuale decisione di revisione.

La difesa sta valutando il materiale emerso dagli approfondimenti investigativi, mentre la Procura di Pavia ha precisato di non aver presentato alcuna richiesta al procuratore generale finalizzata alla formulazione di una proposta di revisione.

Sono dunque procedimenti differenti, destinati eventualmente a confrontarsi con alcuni degli stessi elementi scientifici, ma soggetti a regole e valutazioni giudiziarie autonome.

Resta soprattutto una questione che attraversa l’intera vicenda: quasi vent’anni dopo l’omicidio, il confronto non riguarda esclusivamente una possibile diversa identificazione del responsabile, ma anche la qualità delle indagini originarie, la conservazione e la documentazione dei reperti e la possibilità di attribuire oggi un significato attendibile a dati raccolti nel 2007.

La settimana appena trascorsa non ha prodotto una nuova verità giudiziaria sull’omicidio di Chiara Poggi. Ha però reso più concreto il confronto tra due ricostruzioni incompatibili e riportato davanti agli investigatori interrogativi ai quali, attraverso gli ulteriori accertamenti e l’eventuale vaglio dei giudici, sarà necessario cercare di dare risposta.

Autore
Panorama

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