Francesca Maccani torna al Trentino con 'Il tuo nome nel bosco'
- Postato il 21 aprile 2026
- Cultura
- Di Agi.it
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Francesca Maccani torna al Trentino con 'Il tuo nome nel bosco'
AGI - Con 'Il tuo nome nel bosco', pubblicato da Rizzoli, Francesca Maccani torna nella terra natia con un romanzo ambientato a Bondone, estremo lembo del Trentino, nel 1961. Un luogo di boschi, carbone, memorie di guerra e tensioni di confine, dove l’arrivo di una ragazza 'forestiera', Adele, rompe l’equilibrio di una comunità chiusa e costringe tutti a fare i conti con un segreto sepolto nel passato.
Più che da un personaggio, spiega l’autrice, il libro nasce da un luogo e da ciò che quel luogo rappresenta. “Il romanzo nasce anche da un modo di stare al mondo”, racconta Maccani. L’idea è affiorata durante una passeggiata estiva al castello di Bondone, davanti a “una luce particolare” e a “un silenzio che sembrava custodire storie”. Da lì, dice, è diventato chiaro che il nuovo libro dovesse entrare in “qualcosa che ti chiama e ti annichilisce allo stesso tempo”.
Bondone non è un semplice sfondo. È un microcosmo storico e umano, scelto da Maccani per raccontare un momento di soglia. “Nel l’Italia cambia, il mondo contadino sta per trasformarsi. Bondone, in quel momento, è un luogo ideale perfetto per raccontare un prima e un dopo”, spiega la scrittrice, trentina d’origine e da anni residente a Palermo.
Storia di una comunità diffidente, attraversata da rancori mai spenti, e di donne che “con la loro forza tengono in piedi interi mondi”, nel romanzo la forza invisibile che regge famiglie e paesi è quella femminile: una forza di cura, di mediazione, ma anche di distruzione quando serve. Nel libro, sottolinea l0autrice, emerge soprattutto “la solidarietà disinteressata che scatta quando riconosci in una sorella le tue stesse ferite”.
A incarnare questa dimensione è soprattutto Gianna, la donna che accoglie Adele sotto il proprio tetto. Una figura forte e schiva, che non si mostra volentieri. Nei primi capitoli è lei a riconoscere per prima la gravità della situazione e a proteggere la giovane, mentre il paese osserva e giudica.
Maccani racconta di aver costruito Gianna a partire da una maestra realmente esistita, ma soprattutto come sintesi di “tutte le donne montanare” conosciute: “solide, silenziose, capaci di tenere in piedi il mondo senza mai un lamento”.
Anche Adele, però, ha una funzione decisiva. Nel romanzo arriva all’osteria del paese cercando Bortolo, un giovane carbonaio, e la sua sola presenza basta a incrinare un equilibrio già fragile.
La scrittrice la definisce un “detonatore” che porta la propria storia obbligando una comunità intera a guardarsi allo specchio. È attraverso di lei, spiega, che un paese “chiuso, protettivo, solidale ma anche giudicante” mostra tutte le sue crepe.
Il nodo del confine è uno dei più importanti del libro. Non solo perché Bondone è terra di margine, dove la storia ha lasciato tracce nella lingua, nei cognomi, nelle appartenenze, ma perché per Maccani il confine è prima di tutto interiore. “Il confine è una condizione dell’anima prima ancora che una linea sulla mappa”, afferma. È una definizione che dialoga con la struttura stessa del romanzo, dove il presente del 1961 si intreccia con un altro tempo narrativo, più antico, legato alla Grande Guerra, al passaggio dall’Impero austroungarico all’Italia e alla formazione delle identità in una terra di frontiera.
C’è poi il bosco, che già dal titolo si impone come centro simbolico del libro. Nella scrittura di Maccani non è un fondale naturalistico, quanto piuttosto una presenza viva. È rifugio, prova, passaggio, custode di ciò che viene taciuto. “Il bosco vede, custodisce, inghiotte, restituisce”, dice l’autrice. Una funzione narrativa che nei primi capitoli si lega subito al lavoro degli uomini del paese, alla legna, alla produzione del carbone, cioè a una civiltà materiale durissima che regola gerarchie e destini.
Non a caso, uno dei personaggi chiave è Bortolo, il carbonaio conteso fra desiderio e responsabilità. Maccani lo immagina come un uomo forte nel corpo, educato al dovere e incapace di nominare fino in fondo ciò che prova. “Gli uomini di montagna erano forti nel corpo, ma spesso fragili nel cuore”, osserva la scrittrice. Una fragilità che sottrae il romanzo a ogni facile stereotipo sulla montagna come luogo di sola durezza maschile.
Sul piano della lingua, Maccani sceglie una strada precisa: restituire il respiro del parlato locale senza chiuderlo nel folklore o nell’incomprensibilità. Nei capitoli iniziali compaiono parole dialettali, cadenze, lessico del lavoro e della vita contadina; ma l’autrice spiega di aver cercato “una lingua letteraria” capace di contenere quel mondo senza imitarlo meccanicamente. Una lingua, dice, che sappia “di terra, di lavoro, di legna spaccata”, restando però leggibile e universale.
La componente storica, infine, resta essenziale ma non schiaccia mai i personaggi. Maccani racconta di essersi documentata sulle tensioni dell’Alto Adige, sulla vita contadina e sulla memoria della guerra, anche attraverso i racconti familiari, ma di aver seguito una regola: “la storia deve servire ai personaggi, non il contrario”.
È una dichiarazione che spiega bene l’impianto del romanzo che non si propone come un affresco storico in senso tradizionale e in cui il passato collettivo continua a vivere nelle vite private.
Con 'Il tuo nome nel bosco', Maccani porta dentro la narrativa italiana una storia che parla di radici, appartenenza, silenzi e trasformazioni, riportando al centro un Trentino di confine che non è solo geografia, ma esperienza interiore e memoria viva. Un ritorno alla propria terra, dopo anni di scrittura altrove, che per l’autrice ha il peso di una chiamata.
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