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Foscolo e Zambrano tra l’illusione e il tragico. L’esilio come esistenza

In sintesi

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Foscolo e Zambrano tra l’illusione e il tragico. L’esilio come esistenza

di Pierfranco Bruni
La filosofia tra l’illusione e il tragico ha voci che si fanno destino. Mi pongo una domanda. Può sussistere una filosofia foscoliana dell’illusione e del sepolcro, ovvero della notte? Certamente sì, e non come capitolo di storia letteraria, ma come interrogazione viva che ci riguarda, perché con Ugo Foscolo siamo dentro l’Illuminismo e già oltre l’Illuminismo, dentro la ragione e già nell’ombra che la ragione proietta quando non salva.

Ragione, progresso, storia che cammina: questo è il lessico del suo tempo. Eppure Foscolo non cammina con quel passo. Ha un altro passo, più spezzato, più inquieto, più moderno. Non è un illuminista, è un uomo in esilio dentro il suo tempo, è un giacobino senza fede, un rivoluzionario senza illusioni, un esule senza patria.

La ragione lo interessa, ma non lo salva; la storia la subisce, ma non la giustifica. Da questa doppia ferita nasce la sua filosofia, che è filosofia del limite, del confine, della soglia.
Ha visto Napoleone tradire Venezia, ha visto la libertà diventare calcolo, ha visto la retorica della liberazione trasformarsi in compravendita di popoli, e da lì nasce tutto.
Mi sorge spesso una domanda che è anche la sua: fu anti-rivoluzionario? No, fu deluso dalla rivoluzione, e c’è una differenza abissale tra chi rinnega per conservazione e chi si allontana per fedeltà tradita. Credeva nella libertà, non nei giacobini che la mercanteggiavano.

Un’altra domanda mi ha molto suggestionato nel rileggerlo oggi: fu hegeliano, anzi anticipò Hegel? Assolutamente no. Hegel viene dopo, ma anche se fosse stato suo contemporaneo, Foscolo non avrebbe mai accettato la ragione e la storia di Hegel, perché Hegel riconcilia tutto nello Spirito, chiude il cerchio, assolve la lacerazione nel sistema. Foscolo no.
Per lui la storia è lacerazione, è perdita, è Sepolcri, non è Sistema. Non crede alla storia come provvidenza, crede alla memoria come resistenza. I morti non servono al progresso, servono a tenere vivo ciò che il presente vuole seppellire. E qui già siamo nel cuore del senso del tragico e dell’esilio che ci consegna a Maria Zambrano.

Una sua massima taglia ogni retorica e ci consegna il suo ritratto morale: «Una parte degli uomini opera senza pensare, una parte pensa senza operare, e pochi operano dopo aver pensato». Ecco Foscolo. Sta nei pochi, perché ha pensato troppo per agire a cuor leggero e ha agito troppo per restare puro pensatore. Questa tensione lo spezza. È la radice del suo malinconico, che non è posa romantica, ma condizione ontologica.
C’è una costante malinconia che diventa sofferenza, che diventa aforisma lacerante: «Coloro che non furono mai sventurati, non sono degni della loro felicità». È piuttosto anticipatore del sottosuolo, di Dostoevskij prima di Dostoevskij.

C’è una legge foscoliana che andrebbe scritta sulle porte delle nostre scuole: chi non ha toccato il fondo non conosce l’altezza; la gioia senza la sventura è rumore.
Da qui la sua idea delle illusioni, che è la sua vera filosofia. Non sono inganni da distruggere, come voleva l’Illuminismo, sono necessarie, sono ciò che rende sopportabile l’esilio, l’amore perduto, la patria venduta. Le illusioni non mentono, salvano, finché durano.

Tutto è fatto di sonno e di morte e i Sepolcri sono anche la metafora di una tragedia pensata, di un pensiero che guarda la notte senza consolazione cristiana, perché per lui la morte non è passaggio, è confine, e i sepolcri sono l’unica religione laica che gli resta.
Nei Sepolcri, soprattutto attraverso una metafora immensa, la tomba non è fine, è parola, è ciò che unisce i vivi ai morti contro l’oblio del potere. Il potere vuole seppellire i morti una seconda volta, togliendo loro la parola, e Foscolo restituisce parola ai morti.

Il decadentismo nascerà qui, nel culto del frammento, della rovina, della bellezza che si spegne; l’esistenzialismo nascerà qui, nell’uomo solo, senza Dio, senza storia che lo redima, che deve darsi un senso da sé.
Sarebbe possibile avvicinarlo a Kierkegaard? Sì, per tono, per respiro, per ferita. Entrambi stanno contro il sistema, entrambi dicono che l’esistenza precede la teoria, entrambi conoscono l’angoscia.
Kierkegaard ha la fede, Foscolo ha le illusioni. Kierkegaard sceglie Dio nel tremore, Foscolo sceglie la memoria nel naufragio. Sono fratelli di soglia: uno guarda l’abisso con la Bibbia in mano, l’altro con un sepolcro.
Forse anche per questo non accoglie Montaigne, sul quale scrive con severità: «…stando sempre attentissimo al proprio cuore, ha filosofato imparzialmente sugli altri».

Così il sepolcro diventa una lanterna. Foscolo non dà risposte, tiene accesa una lanterna sulla rovina. La sua filosofia è questa: vivere tra illusione e disinganno, tra pensiero e azione, tra amore e perdita, senza farsi ingannare dalla storia che promette tutto e restituisce nulla.
Non è illuminista, dunque, non anticipa assolutamente l’hegeliano; è moderno prima del moderno, è decadente prima del decadentismo, è esistenziale prima di Kierkegaard, perché ha capito che l’uomo non è spirito che si compie, è sepolcro che resiste.
Dentro ciò vive una profonda antropologia della seduzione che, in fondo, caratterizza nel tragico il suo Jacopo Ortis, quando scrive: «Credo fermamente che l’uomo sia creato per tentare di conoscere non le fonti della sua esistenza, non la natura delle sue facoltà, non i principj delle arti; bensì per trovare e seguire il modo migliore a giovarsi delle facoltà, delle arti e della vita, onde ricavarne il maggior piacere possibile per sé stesso, e la maggiore possibile utilità per la comunità de’ mortali».

Se c’è un’ulteriore domanda, è questa: Foscolo aveva compreso che la filosofia è motivata disobbedienza? Certamente sì, ma egli stesso era un iniziatore della filosofia post-ragione.
E qui si apre il dialogo profondo con Maria Zambrano, perché Foscolo non è soltanto l’esule di Zante, di Venezia, di Londra, non è soltanto l’italiano di nessuna patria. È l’esule ontologico, è l’uomo che ha compreso che l’esilio non è un incidente geografico o politico, è la condizione dell’uomo moderno quando la ragione non salva più, quando la storia non redime più, quando la patria diventa calcolo.
Zambrano, nella sua lunga notte dell’esilio spagnolo, tra Roma, Parigi e Morelia, scrive ne L’esilio come patria e ne La tomba di Antigone parole che sembrano dettate per Foscolo. L’esiliato è colui che ha perso tutto tranne la memoria, e la memoria è la sua unica patria rimasta. L’esiliato è colui che ha perso il luogo senza perdere l’essere. Abita l’assenza come si abita una casa.

Foscolo non crede alla storia come provvidenza hegeliana, crede alla memoria come resistenza. I sepolcri sono memoria contro l’oblio del potere, il potere di Napoleone che vende Venezia, il potere di ogni storia che promette progresso e consegna macerie.

E Zambrano diceva che il potere vuole seppellire i morti una seconda volta, togliendo loro la parola. Foscolo fa l’esatto contrario: dà parola alla tomba. La tomba non è fine, è parola, è ciò che unisce i vivi ai morti, è lanterna sulla rovina. Ed è esattamente ciò che Zambrano chiama ragione poetica, una ragione che non argomenta ma custodisce, che non sistema ma veglia, che non spiega ma salva.
Il tragico foscoliano è il tragico di Antigone, non quello di Edipo, perché Edipo è tragico perché non sa, Antigone è tragica perché sa e disobbedisce. Sa che la legge del potere è ingiusta e sceglie la legge non scritta degli dèi, la legge dei morti, la legge della memoria.

Foscolo sa che le illusioni salvano ma non sono vere, sa che la patria è perduta ma continua ad amarla, sa che l’amore è destinato alla perdita ma lo vive fino in fondo, fino a morirne. È la disobbedienza motivata di cui parlo alla fine del mio saggio, la filosofia come disobbedienza motivata. E Zambrano avrebbe parlato di una fedele infedeltà alla ragione illuminista, come fedeltà al cuore che la ragione vorrebbe censurare.
C’è un legame profondo tra le illusioni foscoliane e le visioni di Zambrano. L’Illuminismo voleva distruggere le illusioni come inganni, come superstizioni da spazzare via con la luce della critica. Foscolo dice: le illusioni non mentono, salvano, finché durano; sono il velo necessario perché il tragico non ci annienti.

Zambrano, nel suo esilio, parla a sua volta di un’illusione che non coincide con la menzogna, ma con una forma di protezione dell’uomo di fronte alla verità. Foscolo chiama illusioni l’amore, la patria, la gloria, la bellezza. Zambrano le chiama sogni, aurora, parola. Ma sono la stessa cosa: ciò che rende sopportabile l’esilio, ciò che trasforma il naufragio in approdo, ciò che impedisce al sepolcro di essere solo pietra.
E poi c’è il sepolcro come confine, come soglia. La morte non è passaggio. È confine, ed è esattamente il tragico. Il pensiero cristiano addolcisce il confine come passaggio, come transito verso altro; Foscolo lo guarda senza consolazione cristiana, lo guarda con occhio laico, duro, romano, eppure anche in questa durezza c’è una sacralità.

Zambrano, che è cristiana in modo eretico e poetico, non addolcisce ma trasfigura. La tomba di Antigone non è prigione, è grembo, è luogo di nascita seconda, è il luogo che diventa coscienza, dove la disobbedienza si fa aurora.
Il sepolcro foscoliano è laico, ma è già grembo di futuro, perché lì, in quel marmo, in quella pietra, vive la seduzione, vive Jacopo Ortis, vive l’uomo che tenta di conoscere non le fonti della sua esistenza, ma il modo migliore di giovarsi della vita. Vive la poesia che non si rassegna all’oblio.
Foscolo è moderno prima del moderno perché è esule prima dell’esilio-diaspora di massa del Novecento. Ha vissuto ciò che Zambrano vivrà dopo di lui: la patria come ferita, non come possesso. Zante, Venezia, Londra: tre esili, tre lingue, tre morti. Come Zambrano, che afferma: «Amo la mia patria, per questo non posso vivere in essa».

L’esilio non è fuori dalla patria, è dentro la patria quando la patria tradisce, quando la libertà diventa calcolo. E allora la filosofia dell’illusione e del sepolcro diventa filosofia del confine, e il confine non è muro, è soglia; non è esclusione, è condizione dell’incontro.
Foscolo abita la soglia tra Illuminismo e Romanticismo, tra ragione e notte, tra azione e pensiero, tra Venezia e Zante, tra Italia e Inghilterra. Zambrano abita la soglia tra filosofia e poesia, tra Spagna e mondo, tra vita e morte, tra esilio e patria.
Entrambi ci insegnano che solo chi abita la soglia capisce che l’uomo non è spirito che si compie, come voleva Hegel, ma è sepolcro che resiste, è esilio che custodisce una lanterna, è illusione che salva.

E la lanterna è accesa ancora oggi pensando al Foscolo esule, povero, grande, con la sua filosofia dell’illusione che non è menzogna ma resistenza, con la sua filosofia del sepolcro che non è morte ma parola.
Come in Zambrano, che non smette di abitare il sogno, la luce, la confessione.

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