Archeologia, mito e ragione poetica da Leonida a Zambrano e Pavese
- Postato il 21 agosto 2026
- Antropologia Filosofica
- Di Paese Italia Press
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di Pierfranco Bruni
Il Mediterraneo è una civiltà di etnografie complesse che pone al centro modelli di civiltà tra Occidente e Oriente. Non è mare che separa, è pensiero che unisce. Una storia che trova nel suo interno una valenza prettamente antropologica tra archeologia, filosofia, letteratura e archetipi. Si forma una ierofania involontaria, non cercata, accaduta, rivelata. Il sacro che appare senza avviso in una tomba di Taranto, in un verso di Leonida, in una pietra di Modica, in un nome di madre.
È un viaggio nella geografia delle metafore fondamentali che trova in Maria Zambrano un punto di riferimento fondamentale. Anzi, il punto di riferimento. Proprio nella metafisica della luce, nella metafisica dell’aurora. Perché il Mediterraneo di Zambrano non è carta geografica: è chiarità, è ragione poetica, è pensiero che non uccide il mito ma lo abita.
I Mediterranei sono una geocultura nella geografia del tempo. Un tempo metafisico che lega e unisce, intreccia e consolida memorie e destini. La letteratura è una comparazione tra luoghi e spazio. Non è decorazione colta: è comparazione esistenziale tra le voci dei morti e le parole dei vivi. Sono esempi e testimonianze tra voci e parole che si focalizzano nel cuore delle civiltà, dei popoli, delle epoche. E ogni epoca, in questo mare, è contemporanea a tutte le altre.
Sono i Poemi conviviali dell’ultimo Pascoli che diventano sintesi e percorso di una poetica della grecità che racchiude il senso del viaggio che ha un suo incipit nella poetica di Leonida di Taranto sino al Foscolo isolano e dolente dei sonetti che recitano la bellezza e il tragico. Il canto di Leonida è canto della partenza nel viaggio onirico e geografico della Magna Grecia pre e post omerica. Un recitativo tra vita e morte che interesserà un inquietante ulissismo che riguarda proprio i poeti della Taranto di una Magna Grecia lirica. Come il caso di Raffaele Carrieri, poeta della fuga e del viaggio che recupera Leonida perché in lui avverte il sangue dell’esilio come destino.
Vita e morte sono un indissolubile attraversamento nell’ermetico Leonida che offre la voce agli ermetici versi quasimodiani della sera. Il pianto della vecchia Maronide di Leonida di Taranto porta nella voce e nel verso l’ironia dell’epigramma greco. Anticipa tutto ciò che si ascolterà nella lirica latina. Il mondo latino trasferisce ambienti e costruzioni in una innovazione virgiliana. Così Leonida:
“Si lamenta
anche sotto terra: non per i figli
o il marito lasciati senza nulla.
Piange solo per il calice vuoto”.
Poeta esistenzialista, Leonida. Trova nelle strade il vissuto e le interpretazioni delle esistenze. A Leonida di Taranto, Salvatore Quasimodo deve il suo approccio ermetico nel passaggio tra la grecità e la latinità nel suo apparentarsi con i Lirici. I Lirici greci e latini in un percorso che si vive nella Antologia Palatina. Quasimodo traduce da poeta e l’impatto con il vocabolario lirico è molto più forte rispetto ad un traduttore di mestiere. Leonida, in modo particolare, rappresenta la grecità antica.
Infatti il suo contesto è quello degli anni 330 o 320 a.C. fino al 260 a.C. circa. Era nato a Taranto e, dopo lunghe erranze, muore ad Alessandria d’Egitto. Il poeta dell’esilio e nell’esilio scopre il senso del viaggio. La Magna Grecia e l’Egitto. Terre orfiche attraverso le quali il viaggio diventa un pellegrinaggio per scavi di memorie. La grecità sommessa. “…la corda… mediterranea…”. La virgilianità che recupera l’omerico senso del viaggio. Il pianto antico. Il vento che raccoglie le ore di Tindari. La madre nella sua dulcissima ora. Il padre tra le macerie della guerra e del tempo che diventa rovina di una nostalgica memoria.
Salvatore Quasimodo, nato a Modica il 20 agosto del 1901 e morto a Napoli il 14 giugno del 1968, in una religiosa parola che diventa linguaggio dell’uomo nella sua contemporaneità e nella sua pietas. Una madre. Una terra. La ricerca della cristianità. Salvatore Quasimodo ha cercato di leggere la madre e la terra con la spiritualità e la testimonianza.
Si intreccia così il rito pagano e quello cristiano. La Magna Grecia è un intreccio. I lirici greci. Soprattutto Leonida di Taranto. La sua è un abitare il vento e le voci greche del Mediterraneo. Quasimodo lo dice con nettezza: “Il greco ritornava a essere ancora un’avventura, un destino a cui i poeti non possono sottrarsi”. A Leonida di Taranto dedica, oltre alla traduzione, un saggio di straordinaria valenza estetica. L’esilio interiore di Leonida è il suo esilio in viaggio. Un Quasimodo legato profondamente a Leonida e a D’Annunzio.
E qui, in questo intreccio, si impone Maria Zambrano come architrave. Senza di lei tutto resta reperto. Con lei tutto diventa rivelazione.
Zambrano scrive: “La filosofia è una preparazione per la morte e un modo di elaborare la morte nel frattempo, facendo della vita qualcosa che non sia una fuga disperata davanti ad essa”. È esattamente il lavoro di Leonida: fare della vita breve un canto che non fugge davanti alla morte ma la guarda, la nomina, la mette in un epigramma. Leonida non ha paura della morte come non ha avuto timore della vita. È la sua filosofia involontaria.
E ancora Zambrano: “Pensare è prima di tutto un atto di pietà”. Ecco la pietas di Quasimodo. La pietà non è sentimentalismo. È il modo di pensare la madre, la terra, la guerra, senza ridurre niente a concetto. Pensare con pietà significa abitare le rovine senza trasformarle in museo. Quasimodo abita Tindari con pietà, abita la madre con pietà, abita Leonida con pietà. È lo stesso gesto dello sciamano: non spiegare, custodire.
Zambrano dice: “L’uomo è un essere che non può vivere senza una qualche forma di sacro”. Il Mediterraneo delle etnografie è la prova di questo assioma. Il sacro non è solo nei templi. È nella tomba dove si piange un calice vuoto, è nella vespa pungente di Ipponatte che dorme, è nel verme sulla trama non tessuta. È la ierofania involontaria: il sacro che appare dove l’uomo tocca la sua paglia.
E ancora, decisiva per capire Leonida e Quasimodo e Pavese: “Il poeta è colui che si affaccia al vuoto e fa di quel vuoto una presenza”. Leonida si affaccia al vuoto della morte e ne fa epigramma. Quasimodo si affaccia al vuoto della guerra e ne fa parola religiosa. Pavese, che qui è necessario, si affaccia al vuoto degli dei e ne fa dialogo.
Cesare Pavese, infatti, con Dialoghi con Leucò, compie l’atto più zambraniano della nostra letteratura del Novecento. Incontra una dimensione onirica nel mito e nel racconto degli dei. Ma non spiega il mito. Lo fa parlare. Leucò è la dea bianca, è l’aurora, è la stessa luce aurorale di Zambrano. Pavese ha capito che il mito non è favola antica: è destino presente. Scrive Pavese che il mito è “tutto ciò che non si può dire se non a costo di dirlo in un altro modo”. È la stessa definizione di Zambrano quando parla del chiaro di bosco come luogo dove _”la verità si manifesta senza violenza”. Il mito è il modo in cui la verità del Mediterraneo si manifesta senza violenza, senza sistema, senza dogma.
Il legame tra mito e filosofia è qui. La filosofia che non attraversa il mito diventa ideologia. Il mito che non diventa filosofia resta folklore. Zambrano e Pavese, da due sponde diverse, ricongiungono le due rive. Zambrano lo dice esplicitamente: “La poesia è il pensiero aurorale, il primo pensiero che non si separa dalla vita”. E Pavese risponde, dalla sua collina: il mito è l’unico modo per dire la vita senza tradirla.
Leonida sembra una costante nel vissuto greco di Quasimodo. Leonida nel vento di Taranto recita:
“Riposo molto lontano dalla terra d’Italia
e di Taranto mia Patria
e ciò m’è più amaro della morte.
Tale destino hanno i nomadi
a conclusione della loro inutile vita!
Le Muse però mi hanno caro
ed a compenso delle mie afflizioni
mi offrono una dolcezza di miele.
Il nome di Leonida non tramonta per esse:
i loro doni lo testimoniano sino all’ultimo sol”.
Di Leonida dirà Quasimodo: “… era un uomo libero, figlio di una città che ai tempi in cui vi abitava era ancora l’emblema di una confederazione civile nemica dei compromessi e favorevole al rispetto dei diritti dell’uomo…”. Una terra che è isola. Un’isola che è mondo arabo e greco. Cristianità e rivelazione. La stessa terra, lo stesso viaggio, lo stesso camminamento esistenziale.
Zambrano avrebbe aggiunto: “L’esilio è la patria del filosofo, perché solo chi è stato sradicato può vedere le radici”. Leonida è il filosofo senza volerlo: esule vede le radici. Quasimodo è l’esule che torna sempre alla sua isola per vedere le radici. E Pavese è l’esule nella sua stessa terra, perché il mito lo rende straniero a ogni presente troppo sicuro di sé.
La poesia che si fa lirismo spirituale in un canto in cui l’epigrammatismo diventa nostalgico senso della terra e del mare in un tempo che si attraversa come “un pellegrinaggio nel Mediterraneo” per usare le parole di Quasimodo. Leonida, nomade tra terre e parole, diventa per Quasimodo il porto mai sepolto e sempre veliero tra le onde. Dirà Quasimodo: “Come Odisseo il suo marinaio affronta la solitudine. Ma qui l’avventura non ha i contorni del poema omerico ed è… antiromantica”. Quasimodo trova in Leonida il punto di incontro con il viaggio e l’estetica come lo vivrà con D’Annunzio in un saggio del 1939: “… a D’Annunzio aggiungeremo che egli fu l’ultimo poeta nostro che abbia predato la solitudine necessaria al suo lavoro, senza cadere in servitù di alcuno. Oggi i poeti si muovono fra coltelli”.
Zambrano, in El hombre y lo divino, scrive una frase che potrebbe essere l’epigrafe di tutta la Magna Grecia: “Il sacro è ciò che rende sopportabile l’essere nati per morire”. Leonida rende sopportabile l’essere nati per morire con un epigramma sul calice vuoto. Quasimodo lo rende sopportabile con una parola che dice madre. Pavese lo rende sopportabile facendo parlare gli dei come uomini stanchi.
Tra Leonida e D’Annunzio, Quasimodo, con La Pira, vive i naufragi e le tempeste in un viaggio migrante e da esule in una terra chiamata isola e mare attraversando i luoghi di Virgilio e di Dante. In una terra dall’alba nuova che verrà vissuta come una vita nuova, nova. Così come è stato in Leonida, esule e alla ricerca sempre della sua terra mai dimenticata. Così Leonida:
“Passate senza fare rumore oltre
la mia tomba, non svegliate la vespa
pungente che posa nel sonno. L’ira
di Ipponatte che ha osato scatenarsi
contro i genitori, è ora in pace.
Ma, attenti: le sue parole di fuoco
possono bruciare pure dall’Ade”.
Un tempo immenso e un tempo metaforicamente infinito. Nel Quasimodo che rilegge Leonida si avvertono dei legami che hanno nella grecità una profonda visione omerica. L’indefinito e il ritorno sono un sigillo che scava la vita e la morte. Il suo riflettere sulla morte ha anche una visione onirica. In Leonida si ascolta:
“Infinito fu il tempo, uomo, prima
che tu venissi alla luce, e infinito
sarà quello dell’Ade. E quale parte
di vita qui ti spetta, se non quanto
un punto, o, se c’è, qualcosa più piccola
di un punto? Così breve la tua vita
e chiusa, e poi non solo non è lieta,
ma è assai più triste dell’odiosa morte.
Con una simile struttura d’ossa
tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!
Tu vedi, uomo, come tutto è vano:
all’estremo del filo c’è un verme
sulla trama non tessuta dalla spola.
Il tuo scheletro è più tetro
di quello di un ragno. Ma tu
che, giorno dopo giorno, cerchi
in te stesso, vivi con lievi pensieri,
e ricorda solo di che paglia sei fatto”.
Ricorda solo di che paglia sei fatto. Questa è l’antropologia mediterranea. Zambrano la chiama con un’altra formula: “La persona è ciò che resta quando tutto il resto è crollato”. Leonida resta persona perché, anche quando tutto crolla, canta la paglia. Quasimodo resta persona perché, anche quando la guerra distrugge, canta la madre. Pavese resta persona perché, anche quando gli dei muoiono, li fa parlare.
Una erranza che è completamente attraversata dalla nostalgia. La nostalgia del tempo che dell’in-finitudine fa un immaginario che ha il canto della grecità profonda. Una “terra impareggiabile” come la vita come la morte: “Non ho paura della morte, come non ho avuto timore della vita”. Leonida di Taranto, dunque, è il riferimento di una grecità diffusa e immensa dentro un itinerario che ha una centralità nell’orfico percorso tra mito e rito che accompagna sia Ibico che tutta la Magna Grecia. I pilastri restano i modelli greci catturati dalla lirica latina catulliana, ma si immerge in tutto il contesto che sarà stilnovista e prima scuola siciliana. Elementi che portano a tutto il primo Novecento radicato tra Foscolo, Alfieri e Pirandello di Mal giocondo in una temperie dannunziana. Foscolo ha la sua Itaca Zacinto. Pirandello la sua greca araba Girgenti. Leonida la sua Taranto sulle sponde del fiume e dei mari. Così nel Novecento del Carrieri pellegrino e viandante. Leonida il poeta magno greco nel Mediterraneo delle letterature.
Zambrano chiude il cerchio con un’ultima luce: “La luce aurorale non abbaglia: rivela. Non impone: accoglie”. È la luce del Mediterraneo delle etnografie. Non è la luce del progresso che vuole illuminare tutto e finisce per accecare. È la luce aurorale, quella di Leucò, quella del chiaro di bosco, quella che Leonida vedeva quando diceva che il nome non tramonta per le Muse. È una luce che permette all’archeologia di diventare memoria viva, all’etnografia di diventare pietas, alla filosofia di diventare mito abitato e al mito di diventare filosofia vissuta. Un Mediterraneo che incrocia destini e profezia in una geocultura che pone al centro il tempo e non la storia, che pone al centro il labirinto e non il caos. Un viaggio tra memoria, mare e madre, dove finalmente, come voleva Zambrano, “l’uomo non fugge dal suo destino, ma lo abita”. In questo abitare c’è tutto Camus con la sua linea meridiana.
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