Empatia, tempo lungo e riconoscimento per gli insegnanti: cosa significa ridare dignità alla scuola
- Postato il 8 settembre 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Generazione sintesi AI in corso…
di Anna Rita Delcuratolo*
Riforma scolastica dopo riforma scolastica, una parola, dignità, è stata svuotata. I latini chiamavano dignitas non un ornamento del carattere, ma il fondamento stesso del riconoscimento pubblico di una persona: la si perdeva quando si perdeva peso, voce, auctoritas.
Il paradosso della funzione senza riconoscimento
Alla scuola si affida un compito che nessun’altra istituzione porta sulle spalle: formare le coscienze di chi verrà dopo di noi. Eppure, è proprio questa funzione, tanto proclamata quanto essenziale, ad essere la più esposta alla delegittimazione quotidiana, e ciò per varie ragioni:
– Stipendi fermi da decenni in termini reali.
– Aggressioni verbali e fisiche che entrano nelle scuole come se la cattedra fosse diventata un bersaglio e non più un presidio.
– Una burocrazia che cresce, mentre il tempo per insegnare si restringe.
– Propaganda diffamatoria nei confronti degli insegnanti: ferie lunghe tre mesi l’anno, lavoro solo al mattino, e in sostanza fancazzismo.
C’è un rovesciamento che dobbiamo nominare con chiarezza: si chiede alla scuola misura, equilibrio, pazienza e si pretende che i suoi insegnanti la esercitino ogni giorno, in classi sempre più difficili, con strumenti sempre più scarsi, sempre più numerose e prive di compresenze. Mentre si moltiplicano i Bisogni Educativi Speciali, l’insegnante è sempre più solo e deve adattare il proprio stile di insegnamento alle caratteristiche di tutti gli studenti contemporaneamente. Ma una società che esige misura, senza restituire alcun riconoscimento, commette essa stessa un atto di hybris: la tracotanza di chi chiede tutto e non dà nulla in cambio. Non si può pretendere equilibrio da chi viene lasciato costantemente in squilibrio.
Il tempo tradito
Insegnare è un atto che vive nel tempo lungo. È relazione che si costruisce settimana dopo settimana, è la pazienza di aspettare che uno studente arrivi a capire con i suoi tempi, non con quelli di una scheda di valutazione. I greci avevano una parola per il tempo giusto, il tempo opportuno della relazione che matura: kairós. È esattamente questo tempo che la logica amministrativa ha aggredito. Ogni ora sottratta alla relazione educativa per essere consegnata a un adempimento, a una piattaforma, a una certificazione, è un piccolo furto fatto al kairós dell’insegnare e un’attestazione di disistima nei confronti dei docenti, creduti fannulloni, che bisogna costringere a lavorare.
Restituire dignità alla scuola significa, prima di ogni altra cosa, restituirle il tempo. Il tempo per ascoltare, per correggere con cura, per costruire una relazione che educhi davvero — non soltanto per compilare scartoffie.
Ripristiniamo il tempo scuola lungo, i pomeriggi impegnati ad arricchire, approfondire, fare esperienze. In tal modo salveremmo tanti studenti, nelle zone depresse del nostro Paese, dalla malavita. Avremo, così, il tempo di insegnare ai nostri studenti che lo studio può salvare la vita. Nelle risicate ore del mattino, le sole ormai in cui la scuola è aperta agli studenti, salvo pochi casi virtuosi, la scuola è diventata un “progettificio”, come ho avuto modo di ascoltare dalla voce del procuratore di Napoli dott. Nicola Gratteri. E ciò toglie il tempo alla costruzione delle competenze di base. È come costruire un palazzo su fondamenta di sabbia. Ridare dignità alla scuola significa smetterla di far credere agli studenti che essa serve solo a trovare lavoro. La scuola forma delle persone in grado di essere umani e di dare il proprio contributo alla società.
Una selezione che manca il bersaglio
E qui arriviamo a una ferita che precede tutte le altre: il modo stesso in cui lo Stato sceglie gli insegnanti. I concorsi, le prove, i titoli valutano — giustamente — la conoscenza disciplinare. Ma di quella conoscenza che serve a in-segnare, cioè a lasciare un segno, a costruire relazione, a leggere il disagio di uno studente prima ancora che i suoi errori, a modulare pazienza ed esigenza secondo la persona che si ha davanti — di questo, nella selezione, non c’è quasi traccia. Nessuna prova valuta l’empatia, il desiderio di insegnare. Nessun titolo certifica la capacità relazionale.
Selezioniamo docenti come si selezionano depositari di sapere, dimenticando che il sapere, senza la capacità di farlo incontrare con chi si ha davanti, resta lettera morta, quando non sia dannoso. È come scegliere un medico solo per la conoscenza dell’anatomia, senza mai chiedersi se sappia stare accanto a chi soffre. Non stupisce, allora, che tanti insegnanti, competenti sulla carta, fatichino poi a reggere la classe come comunità viva — non per colpa loro, ma perché nessuno ha mai chiesto loro, prima di affidargli quel ruolo, se ne avessero le doti umane necessarie.
Ridare dignità alla scuola significa anche questo: ripensare chi selezioniamo e come, riconoscendo che insegnare non è solo sapere, ma sapere stare — con pazienza, con ascolto, con quella cura che nessun concorso, oggi, sa misurare. La scuola non è uno stipendificio!
Lo strapotere dei Dirigenti
La riforma dell’autonomia scolastica ha trasformato il dirigente in un piccolo dominus e il Collegio dei Docenti in un organo ratificatore, senza nessun reale potere decisionale. Il Dirigente ha margini di discrezionalità enormi sull’assegnazione delle cattedre, sulle supplenze, sui progetti da premiare, sulla comminazione delle sanzioni disciplinari — e pochissimi contrappesi reali a bilanciarli. Il docente, specialmente se precario, si trova spesso nella posizione di chi deve ringraziare per un incarico, anziché rivendicarlo come diritto: la sua nomina, la sua carriera, la sua stessa permanenza in un istituto, dipendono da un giudizio, che non sempre risponde a criteri trasparenti.
Questo non è governo della scuola: è un rapporto di sudditanza mascherato da gestione manageriale. Una comunità educativa non può fondarsi sulla soggezione di chi insegna a chi amministra: la dignità del docente comincia da lì, dal diritto di essere trattato con equità.
La collaborazione con le famiglie: sacrosanta, ma…
Un tempo il rapporto tra scuola e genitori si fondava su un tacito patto di fiducia, oggi spesso sostituito da un controllo capillare e da una contestazione sistematica di ogni valutazione. Il voto non è più letto come una valutazione della performance da comprendere insieme al figlio, come un’occasione di crescita personale, bensì come un torto da contestare al docente a colpi di e-mail, di ricorsi, talvolta di aggressioni verbali o fisiche che occupano le cronache con inquietante regolarità.
Si è rovesciato un principio elementare: l’insegnante, che dovrebbe essere alleato della famiglia nella costruzione della persona, viene trattato come fornitore di un servizio, da cui pretendere un risultato, indipendentemente dall’impegno reale dello studente, e quando questo servizio (il bel voto, la promozione,…) non arriva, la colpa è senz’altro del docente. Questa ingerenza non nasce da eccesso di amore per i figli, ma da una crisi più profonda: l’incapacità genitoriale di e-ducare il proprio figlio, di condurlo fuori da un’età di minorità all’età adulta, con tutte le responsabilità che questo comporta.
Poi c’è lo spauracchio dell’appuntamento con il Dirigente. Gli alunni come i genitori hanno scambiato il confronto con il Dirigente con la pretesa di avere ragione o in alcuni casi vendetta nei confronti del docente che si è permesso di punire, con una annotazione a casa, il dolce pargoletto. E talvolta la hanno: presto detto, il docente è convocato e costretto a ritirare la punizione.
E perché tutto ciò? C’è un meccanismo che va nominato, perché è il più subdolo: quello degli incentivi. Un istituto vale, agli occhi dell’amministrazione, per il numero dei suoi iscritti; un dirigente vale per la sua capacità di trattenerli e di mostrare pochi fallimenti. Così la scuola rischia di trasformarsi in un’azienda che compete per i clienti, anziché in un luogo che forma le persone: meno si boccia, più la scuola appare efficiente; più studenti si iscrivono, più cresce il peso amministrativo di chi la dirige. Il voto, in questo schema, smette di essere un giudizio pedagogico e diventa una variabile di bilancio.
Restituire dignità alla scuola significa anche restituire ai genitori la giusta distanza: quella di chi accompagna senza sostituirsi, che si fida senza rinunciare a vigilare, ma che non trasforma ogni valutazione in un processo. Significa scindere la relazione tossica fra bilancio e pedagogia.
Non chiediamo privilegi. Chiediamo che la parola dignità smetta di essere retorica da discorso ufficiale e torni ad essere condizione reale: di tempo, di riconoscimento, di scelta di chi sta davanti ai nostri ragazzi. Perché chi forma il futuro merita, prima di tutto, un presente degno di questo nome.
*Docente di lettere c/o l’istituto superiore Fermi di Mantova
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