Emmanuel Carrère: “Guerra in Ucraina? Finirà male per Kiev. In Russia non si parla più di Guerra e Pace, ma di operazione speciale per la pace”
- Postato il 29 maggio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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È tornato a raccontare sua madre, bussola narrativa (conscia e inconscia) di ogni suo viaggio letterario. L’ultimo ha per titolo Kolchoz. Il termine kolchoz – che indica le aziende agricole collettive dell’Urss – a casa di Emmanuel Carrère però voleva dire altro: voleva dire rituale infantile, stare a letto tutti insieme. “Quando mia madre è morta io e i miei fratelli ci siamo ritrovati al centro delle stesse pareti, a fare per l ultima volta kolchoz”. La Russia, nei libri di Emmanuel Carrère, c’è sempre: è ossessione, origine e rovina. Destino. In questi giorni lo sceneggiatore, giornalista, regista e, sopra ogni cosa, scrittore e scalatore di classifiche – anche nei Paesi dove si ripete da anni che non si legge più, come l’Italia – è a Roma. Ha risposto alle domande che in conferenza gli ha posto la stampa estera a Palazzo Grazioli sulla sua ultima opera che si allarga a più generazioni, continenti. Storie apparentemente inesauribili, che attraversano tempi e spazi che gli corrono nel sangue. La stesura dell’ultimo romanzo ha richiesto un anno è mezzo: “Mi è piaciuto molto scriverlo, quattro generazioni, un secolo intero mi sentivo ricco e libero di starci dentro”. Tutti, quasi tutti, gli chiedono di Limonov – quel Eduard che l’ha trasformato in fenomeno letterario globale. Ma chi è Emmanuel, non ha il coraggio di chiederlo nessuno – e chissà se è questa la domanda che nessuno gli ha mai posto.
Il Fatto ha tempo per due domande. La prima riguarda la genealogia familiare: senza quella madre, dunque senza Russia, sarebbe diventato uno scrittore? La seconda: di quale parola russa non potrebbe privarsi, quale parola della lingua russa è più indimenticabile per lei? Alla prima risponde così: “E come faccio a saperlo? Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia in cui la scrittura era un valore assoluto. Mia madre, ai professori a scuola, diceva: non importa se i ragazzi hanno voti cattivi, l’importante è che leggano. Per me lo scrivere è stato un prolungamento naturale della mia vita”. Sulla lingua russa: “Mi viene in mente una sciocchezza. C’è una battuta che circola in Russia adesso: non si parla più di Guerra e Pace, ma di operazione speciale per la pace”.
Nelle prime pagine di Kolchoz c’è un addio: ad Helene, sua madre, andata via “a modo suo”: “anche la morte è stata il coronamento di una vita”. Al funerale della storica specialista dell’Unione Sovietica e segretaria dell’Accademia di Francia, c’era anche Macron, il presidente che “che non suda”. Carrère lo ha seguito in tour diplomatico in terre che rendevano tutti gli altri madidi di sudore, ma il presidente non suda “come tutte le persone per bene” – questo lo diceva sua madre. Helene “faceva parte di quelle persone che non ama la vita organica. Per lei non era a modo sudare, ma per lei non era a modo nemmeno dormire”. La sala ride. Helene “faceva parte di quelle persone – e sono più numerose di quelle che possiamo pensare – che non sanno di avere un inconscio, non sanno che esiste. Poi un giorno se ne rendono conto, e quello diventa un inconscio a cielo aperto”.
Di Macron, ha detto Carrère, gli piacerebbe scrivere un terzo ritratto: il secondo l’ha scritto al G7 in Canada, dove c’era anche Meloni: “supporta l’Ucraina, è un criterio che mi fa giudicare i politici”. E come finirà la guerra di Kiev? “Male, temo finisca male, perché è iniziata male. Sono andato molto spesso in Ucraina dall’inizio della guerra; l’ultima volta che ci sono stato ho girato un documentario sui treni che da Kiev arrivano al fronte. Da un lato, sono stato colpito dall’eroismo; dall’altro, dalla stanchezza estrema – un sentimento quasi schizofrenico”. Da un lato bisogna continuare oppure “i morti sono morti invano”; dall’altro si sa che non torneranno le frontiere prebelliche.
Non ha progetti in corso: non sa di cosa scriverà in futuro. “Sono uno di quegli scrittori per cui la cosa più difficile è individuare un tema”. Viviamo nell’era dell’intelligenza artificiale: “Gli scrittori fin qui si raccontano di avere una specialità, un aspetto magico della loro arte che non potrà essere sostituito, ma forse è un’illusione”. Le altre domande che gli vengono poste sono sulle frontiere, letterarie e geografiche. In West Bank è stato pochi mesi fa, racconta: “Sono andato lì nel mese di febbraio, ma poi non l’ho potuto scrivere, non sono stato capace di scrivere. Arriverà il momento in cui avrò la bonne distance, la distanza giusta per poterlo fare”. Carrère forse è oggi uno scrittore diverso di quello che diede alle stampe le prime opere più russe della sua vita: “Esiste una frontiera, che non va superata: una barriera che deve impedire di fare del male alle persone reali. Io l’ho superata scrivendo un Romanzo russo, in cui ho maltrattato mia madre e la mia compagna dell’epoca. Non dico che mi pento di averlo fatto, ma non lo rifarei”.
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