Di Nicolò, schiacciato da un’autogru a Trapani, mi parla sua madre: ‘Una morte sporchissima’

  • Postato il 1 aprile 2025
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Di Trapani si è parlato per la manifestazione di Libera contro le mafie. Ne è sfuggita un’altra, che si è tenuta poco prima, il Trapani Marble 2025, “primo incoming nazionale per il settore lapideo”, come si legge sulle pagine che promuovono l’evento organizzato da CNA e ICE. “Un’importante occasione – fa sapere il Comune di Custonaci (TP) – per le imprese locali del settore, che avranno la possibilità di presentare le proprie eccellenze e capacità produttive a potenziali clienti esteri”. Nel programma anche visite ai laboratori di lavorazione e alle cave, “dove tradizione e innovazione si incontrano per dare vite a prodotti d’eccellenza”.

Chissà che peso abbia la tutela della sicurezza dei lavoratori e delle lavoratrici nel determinare il grado di eccellenza di imprese e prodotti…

“A mio figlio, quella mattina, fu ordinato di uscire dal cantiere, con una auto-gru, per recarsi nel villino privato del datore di lavoro, per lavori privati. Mio figlio durante il tragitto perde il controllo del mezzo, finisce in un dirupo e rimane schiacciato”. Sono le parole che mi invia Donatella, la mamma di Nicolò Giacalone. “Quella mattina” era il 20 luglio 2022. Batteva il sole su Custonaci, in provincia di Trapani. È morto ucciso in una torrida giornata d’estate, Nicolò. Dipendente della Sud Marmi srl, proprio una delle imprese celebrate al Trapani Marble 2025.

Nicolò aveva 32 anni quella mattina di luglio 2022. Si era sposato da poco, otto mesi. Il matrimonio, il viaggio di nozze negli Emirati Arabi e poi il ritorno al lavoro. Quel 20 luglio lo separavano solo cinque giorni dal compleanno e gli anni sarebbero diventati 33. Per il 25 luglio era già tutto pronto. Una gita al mare, festeggiamenti con i suoi cari. Una giornata felice. Che però non è mai arrivata.

Nicolò quel 20 luglio non doveva essere sull’autogru. Men che meno guidarla. “Mio figlio non aveva né formazione né patentino per guidare quel mezzo”, mi dice Donatella. E non è sola. La sentenza 20/2024 del Tribunale di Trapani, depositata il 18 gennaio 2024 (“incredibilmente” il potere mediatico se ne accorge solo a settembre), condanna in primo grado Vito Pellegrino, amministratore della Sud Marmi srl, per omicidio colposo, perché “per colpa consistita in imprudenza, imperizia, negligenza, nonché per le plurime inosservanze delle […] norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, colposamente cagionava la morte di Giacalone Nicolò, operaio” (sentenza Tribunale di Trapani, 20/2024, d’ora in poi S. 20/24) e accerta che Nicolò non era “in possesso di speciale abilitazione alla guida del mezzo” (S. 20/24) che sarebbe precipitato per tre metri per un guasto meccanico.

Come se non bastasse, l’autogru – veicolo “non omologato alla circolazione su strada” (S. 20/24) – non sarebbe dovuta uscire dal perimetro aziendale. Dal perimetro di un’azienda in cui i giudici hanno verificato la violazione di più misure di sicurezza: dalla mancanza di un preposto a un Piano Operativo di Sicurezza e un Documento di Valutazione dei Rischi tutt’altro che completi, fino all’impiego della manodopera – nello specifico di Nicolò – “in mansioni estranee a quelle per le quali era stato assunto e per le quali era abilitato, omettendo di informarlo […] sugli specifici rischi legati alla conduzione su strada del veicolo autogru” (S. 20/24).

Pellegrino ha patteggiato una pena di 20 mesi (16 mesi quella patteggiata dal responsabile di cantiere). Pena sospesa. Pellegrino, all’epoca dei fatti, era anche presidente di Sicindustria Trapani, organizzazione degli industriali siciliani. Al momento dell’elezione, Sicilia News riportò che tra le sue parole d’ordine rientrava “valorizzare il capitale umano, ossia il bene più prezioso per un’impresa, e per far sì, al tempo stesso, che i giovani ben formati abbiano la possibilità di restare nel loro territorio”. Magari non sotto terra.

Dalla carica si sarebbe dimesso solo a dieci mesi dalla condanna di primo grado, come scritto dalla stampa locale e dopo che la sua difesa, secondo quanto riportato dal legale della mamma di Nicolò, l’avvocato Pietrafitta, aveva affermato senza vergogna il “patimento di ingenti danni per l’azienda” e “che ogni responsabilità fosse da ascrivere esclusivamente al giovane Giacalone”.

Evidentemente non era un problema che un imprenditore sotto indagine per la morte di un proprio dipendente continuasse a rappresentare un’associazione di quegli stessi industriali che non perdono occasione per prodursi in parole di cordoglio quando avvengono quelle che definiscono “morti bianche”. “Non c’è nulla di bianco in una morte sul lavoro, sono morti sporche, sporchissime”, aveva sottolineato Donatella.

Oggi Donatella cerca non tanto (o, meglio, non solo) giustizia nei tribunali, perché nulla potrà eguagliare la pena inflitta a una madre di chi muore sul lavoro: “Noi madri la condanna, l’ergastolo, l’abbiamo già avuta il giorno che i nostri figli hanno perso la vita”. Ma, almeno, che non si faccia finta di niente a soli due anni e mezzo dall’omicidio di Nicolò. Che le istituzioni non siano complici di questo processo di “normalizzazione”, celebrando come eccellenze aziende i cui vertici hanno “cagionato colpevolmente la morte di Giacalone Nicolò”.

E, soprattutto, che si cambi. Non il passato, per il quale si deve rivendicare verità. Ma il futuro, a partire dall’introduzione del reato di omicidio sul lavoro e di lesioni gravi e gravissime. Perché un’Italia in cui non solo muoiono sul lavoro 3 persone al giorno, ma che le considera mera contabilità, tanto da celebrare imprese che hanno causato lutti alle famiglie dei lavoratori, è un Paese a misura del profitto dei pochi, non della vita dei tanti.

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Il Fatto Quotidiano

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