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Denuncio il mio amico?

  • Postato il 1 luglio 2026
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  • Di Il Vostro Giornale
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Denuncio il mio amico?

“Quando Kant, partendo dal principio della veridicità, arriva alla grottesca conclusione che dovrei francamente rispondere sì all’assassino penetrato in casa mia, che mi chiede se il mio amico da lui inseguito si sia rifugiato presso di me, allora in questo caso l’arrogante auto giustificazione della coscienza, spintasi al punto di diventare una superba blasfema, sbarra la via al modo responsabile di agire.” scrive Dietrich Bonhoeffer nella sua Etica. Penso sia utile contestualizzare storicamente il passo dell’incipit: Bonhoeffer era un convinto pacifista, teologo protestante tedesco morto nel 1945 nel campo di concentramento di Flossenburg, corresponsabile del fallito tentativo di ammazzare Hitler noto come Operazione Valchiria. L’orrore del Nazismo lo indusse a ripensare il pacifismo assoluto, spingendolo all’azione che, tragicamente, fallì e lo condusse alla morte a soli 39 anni. La disputa filosofica, riconoscibile nella citazione di apertura, affonda le proprie radici nella polemica insorta tra Benjiamin Constant (Delle reazioni politiche) e Immanuel Kant (Su un presunto diritto di mentire per amore dell’umanità) nel 1797. Necessariamente sintetizzo l’ampio confronto: mentre per Kant è un imperativo categorico quello della sincerità, fondamento di ogni sistema sociale che crollerebbe nel caso in cui fosse legalizzata la menzogna, anche se con motivazioni assolutamente fondate, per Constant l’astratto intransigentismo kantiano risulterebbe devastante proprio per la sopravvivenza della società, specie se a danno dei più vulnerabili. Il terreno di scontro fra le due posizioni, pur nel mutato contesto storico dell’orrore nazista, rimane lacerante nell’animo del giovane Bonhoeffer, il nuovo contesto gli impone una posizione polemica nei confronti dell’intransigentismo kantiano, che lo indurrebbe a non agire contro Hitler in nome della più assoluta coerenza pacifista, fino a denunciare una sorta di comoda scappatoia quella dell’imperativo etico kantiano. Insomma: com’è possibile non agire davanti a tanto orrore? La coerenza astratta, in rispetto di un dogma etico, solleva dalla responsabilità morale nei confronti dell’umanità?

La questione appare, allo sguardo del lettore contemporaneo, addirittura scontata, chi mai denuncerebbe la presenza di un amico all’assassino che lo insegue in nome della sincerità assoluta? Interrogativo retorico, ovviamente, pensate se addirittura il “rifugiato” fosse il proprio figlio. Ma se l’ipotetico figlio si fosse macchiato di un orrendo atto di crudeltà nei confronti di un familiare del potenziale assassino che lo caccia, sarebbe altrettanto semplice prendere una posizione che conservi una qualche dignità etica? Il nostro dovere dovrebbe essere quello della “delazione sincera” o quello della “genitoriale preservazione della discendenza”? Usciamo dalle allegorie, troppo facilmente portatrici di particolari ragioni private, per tentare di innalzare nuovamente l’interrogativo a livelli più generali. Se è vero che delegare a una regola astratta la correttezza del nostro agire cancellerebbe ogni responsabilità, se è vero che questo renderebbe più semplice ogni scelta, è anche vero che, se a un essere umano si toglie il diritto-dovere all’assunzione di responsabilità, lo si riconduce a livello animale. D’altra parte, se si soggettivizzasse del tutto la liceità della scelta, quale fondamento morale potrebbe mai sorreggere il sistema di relazione tra gli esseri umani? Questo ci riporta al dibattito Kant-Constant e alla tragica posizione di Bonhoeffer che, evidentemente, travalica il tempo e il contesto storico, insomma, la scelta deve necessariamente ispirarsi a valori etici assoluti ma plasmarsi sulla specificità del contesto. Potrebbe essere una buona soluzione di compromesso, ma non risolverebbe la questione che, per onestà intellettuale, dovrebbe formalizzare innanzitutto cosa sia possibile definire come “valore etico assoluto” e, contestualmente, in che percentuale sarà condizionante la particolarità del caso in oggetto.

Sono convinto che non esista la possibilità di assolutizzare un vademecum del perfetto comportamento etico, con buona pace dell’immenso Kant, ma credo che oggi la questione sia scivolata lungo un inclinato piano culturale. In qualche misura diviene ancor più interessante e attuale la raccolta di scritti dal carcere, contenuta nel saggio Resistenza e resa, nella quale Bonhoeffer affronta la questione della stupidità che, molto acutamente, descrive non come un limite dell’intelletto, ma come una patologia etica strettamente connessa al tessuto sociale. Mi permetto di chiosare, molto liberamente, alcune sue posizioni per evidenziarne la straordinaria attualità. Nessuno può pensarsi, se non uno stupido, come avulso dal contesto storico sociale nel quale è cresciuto e, con un pizzico di sorridente autocritica, è impossibile non comprendere quanti luoghi comuni, figli del proprio tempo, facciano giudicare ingenue, se non addirittura stupide, posizioni collettive di epoche precedenti e, allo stesso modo, convinzioni personali di età ormai trascorse. Più facile comprendere quanto, da ragazzi, si sia stati condizionati da stereotipi e slogan, molto più impervio riuscirci analizzandosi al presente; al riguardo Bonhoeffer è piuttosto rigido, per lui lo stupido è chi non si rende conto di essere condizionato da “parole d’ordine dominanti”, ciò che oggi molto elegantemente definiamo mainstream. È sempre stato così, la maggioranza degli esseri umani tende a omologarsi acriticamente lungo le direttive del pensiero unico, che è necessaria espressione del potere, ogni sistema sociale elabora un collante relazionale costituito da uniformanti pensieri senza soggetto. Il modello culturale determina “il colore della lavagna e il colore dello strumento con il quale vi scrivi” garantendoti la libertà soggettiva di elencare il tuo sistema valoriale: come non comprendere che si tratta di una libertà condizionata? Come non accorgersi che alcune parole risulteranno cromaticamente evidenti, altre praticamente illeggibili?

In estrema sintesi Bonhoeffer definisce lo stupido più pericoloso del malvagio, vittima di un potere omologante dal quale è convinto di essere immune, incapace di autonomia critica e sottomesso a un potere che gli fornisce risposte addirittura senza che lui comprenda di aver rivolto domande, incapace a un confronto poiché chiunque non condivida le sue posizioni, quelle del suo gruppo di riconoscimento, deve essere ignorato o, peggio, aggredito. Con un secolo di anticipo, mi sembra abbia definito perfettamente la vittima moderna del nuovo potere, del nuovo dio, del nuovo mainstream: l’algoritmo. Per lo “stupido virtuale” il pericolo è subdolo, molto più surrettizio e ingannevole, le verità dogmatiche gli vengono proposte alla luce delle posizioni, più o meno consapevoli, evidenziate dai suoi comportamenti colti dalla rete. In altri termini: prima di comprendere lo stupido da web assume una certa prospettiva, quindi ne trova sistematica conferma gentilmente offerta dalla selezione di contenuti appositamente individuati per lui, l’assoluta incapacità critica, che si costruisce con lo studio, accompagnati dal dubbio metodico, con la modestia e un’aperta curiosità, lo induce a ri-conoscersi negli appartenenti alla medesima fazione. L’orticello dell’arrogante ignoranza viene concimato dal contadino algoritmico, i frequentatori si compiacciono dei rigogliosi e abbondanti prodotti che confermano l’efficacia della prospettiva, le premesse per una modernissima santa inquisizione tecnologica generano la presunzione di libertà che è un nuovo velenosissimo pericolo. L’assoluto etico kantiano viene sostituito dal dogma algoritmico, ma non comporta assunzione di responsabilità, poiché l’atto è inconsapevole. I neofiti delle verità da web hanno ciò che serve per sentirsi moderni Robespierre, senza alcuna titubanza si sanno come depositari del bene, riconoscono subito il nemico, il peccatore e, immediatamente, assunte le vesti del giudice e del boia, consegnano l’amico all’assassino e poi uccidono anche questo. Non posso non ricordare che proprio l’intransigente Kant vedeva in questi poverelli solo degli ottusi e pericolosi fanatici.

Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.

Autore
Il Vostro Giornale

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