Davanti ai dazi di Trump l’Ue ha due strade: aprire ai negoziati o puntare al ‘regime change’
- Postato il 3 aprile 2025
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- Di Il Fatto Quotidiano
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I dazi di Trump colpiscono in modo grave l’economia mondiale: sia i consumatori sia i produttori, incluse le catene del valore di alcuni settori industriali molto integrati a livello internazionale (come l’auto). Colpiscono in modo particolare alcuni Paesi in via di sviluppo (Cambogia, Vietnam, Brasile), che praticano ai fini dell’industrializzazione la strategia della ‘infant industry’ (protezionismo temporaneo). Anche l’Europa vede pesantemente tassate le sue esportazioni oltreatlantico: 10% ‘di base’ (vale per tutti i Paesi del mondo) e un 20% ‘specifico’ per l’Ue.
I dazi sono tutti diversi a seconda delle situazioni geografiche e qualche volta anche settoriali, perciò la pubblica amministrazione americana, colpita dai licenziamenti di Musk, farà non poca fatica ad applicarli.
Per stimare gli impatti, la prima questione è capire quanto di questa tassa i produttori riusciranno a scaricare sui prezzi finali e sul consumatore Usa, e quanto invece verrà assorbito dal calo di profitti, salari e occupazione nelle aziende esportatrici. C’è tutta una letteratura economica empirica sulla questione cosiddetta del ‘pass-through’, che in sostanza dice due cose.
1. Primo, il ‘pass-through’ è più alto in quei settori dove il produttore ha un certo grado di monopolio, per esempio un brand che rende il prodotto quasi unico, insostituibile, agli occhi dei consumatori; la Ferrari è probabile che aumenterà i suoi prezzi di un importo pari a quello dei dazi, e tanti saluti; i pastifici un po’ meno.
2. Secondo, il pass-through dell’export europeo verso gli Stati Uniti è all’incirca, in media, del 50%: significa che la tassa di Trump colpirà sia i produttori europei che i consumatori americani. Molto più basso è invece il pass-through delle esportazioni dei Paesi in via di sviluppo, generalmente più facili da sostituire con prodotti locali.
Una seconda questione è l’elasticità, rispetto al reddito reale, della spesa dei consumatori. Il reddito reale dei consumatori scenderà sia per l’aumento dei prezzi sia per le inefficienze che introdurrà la de-globalizzazione delle catene del valore internazionali. La riduzione del reddito reale limiterà la domanda di beni, quindi gli investimenti delle imprese; e, qua e là, provocherà dei licenziamenti dolorosi.
Le banche centrali potrebbero contrastare, se volessero, la probabile stagnazione con il credito facile e il ribasso dei tassi di interesse. Ma l’aumento della ‘inflazione da protezionismo’ sconsiglierà queste manovre espansive.
Questo pessimo risultato, o “frittata”, non è solo il frutto della follia di un singolo politico imbizzarrito, ma di decenni di demagogia di bassa lega contro la globalizzazione e, in particolare, le importazioni (fondamentali per lo sviluppo, come sa bene la Russia sotto sanzioni). È però anche il frutto del mercantilismo di Cina, Giappone, Svizzera, Olanda, Germania che, in flagrante violazione del diritto economico internazionale (Statuto del Fmi, art. 1 e 4), hanno accumulato surplus commerciali abnormi (spingendo gli Usa in deficit).
Che il commercio sia fondamentale per il benessere lo sapevano perfino i barbari ai tempi dell’impero romano, laddove, dopo ogni guerra, ogni negoziato o trattato di pace – per esempio quello del 374 d.C. fra l’imperatore Valente e i Goti – includevano un importante ed assai sentito capitolo sull’apertura di canali commerciali. La globalizzazione ha generato un’enorme e diffuso benessere nel mondo (Cina, India… anche l’Africa sta ‘decollando’). Ma il liberismo ha fatto molti danni – non che il comunismo o altri regimi si siano rivelati migliori -, danni che avrebbero potuto e dovuto essere in parte prevenuti con la regolamentazione.
L’esatto contrario di ciò che hai in mente Trump: improbabile leader pacifista e no-global che, a questo giro, ha esentato dai dazi la Russia e la Bielorussia ma non l’Ucraina. Che bella cosa l’amicizia! Per dire, al margine, quanto vale la sua “ira” contro Putin che non vuole accettare la proposta di ‘cessate il fuoco’ nel Donbass.
Ora che fare? “Retaliate or not retaliate?” Se lo chiedono molti leader europei. Dipende da come lo si fa, e con quali obiettivi. Se è per aprire subito dei negoziati, che portino a un calo generalizzato dei dazi e a un rafforzamento delle regole internazionali, può essere opportuno reagire in modo simmetrico. Altrimenti, è bene chiarire che sul piano economico non c’è motivo. Se gli Usa preferiscono farsi del male pur di farci del male (finché beninteso non cederemo la Groenlandia, e il Canada non diventerà il 51esimo Stato americano), noi, pur avendone tutto il diritto in base alle regole del Wto, non dovremmo aggravare la dose scimmiottando gli Stati Uniti. “Italia first”, insomma, è un’idiozia.
Potremmo semmai studiare dei dazi molto limitati e mirati su settori dove il nostro approvvigionamento è comunque facile, e vicini agli interessi politici di Trump; o anche no… A meno che non decidiamo che Trump è un pericolo per il mondo, e puntiamo al ‘regime change’. E allora si, à la guerre comme à la guerre: facciamoci pure del male, pur di colpire il consenso di Trump fra gli elettori americani.
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