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Dal falso bagno di folla di Stalin a Berlino alle parole di Putin: così la propaganda distorce la realtà

  • Postato il 3 ottobre 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Dal falso bagno di folla di Stalin a Berlino alle parole di Putin: così la propaganda distorce la realtà

Il quadrimotore di Stalin atterra a Berlino scortato dai caccia. La capitale del Terzo Reich è un ammasso annerito di macerie fumanti. Un fiume di soldati sovietici in festa accorre sulla pista. Come per salutare la nazionale che ha appena vinto i mondiali. Stalin compare sulla scaletta in bianca uniforme da maresciallo dell’Urss. Letteralmente sceso dal cielo. Il capello e il baffo impeccabilmente laccati. Berlino è vinta, Hitler sconfitto, la guerra finita. Una donna liberata dal lager in pigiama a righe chiede il permesso a Stalin di poterlo baciare per ringraziarlo. Lui naturalmente apre le braccia e la accoglie. A sottolineare il momento storico la musica di Šostakovič. Tutto fantastico. Solo che Stalin a Berlino non ci è mai andato.

La scena finale del film sovietico La caduta di Berlino, l’ingenuo kolossal di Michail Čiaureli del 1950, è falsa. Propaganda grossolana. Fatta per trasformare la vittoria dell’Armata rossa nella vittoria di Stalin in occasione del suo compleanno; culto della personalità. Quante migliaia di soldati sovietici sono morti per piazzare prima di tutti la bandiera sovietica sul Reichstag, quando il regime nazista era ormai al collasso e la resa inevitabile?

Dalla scena del bagno di folla di Stalin a Berlino si può partire per capire il libro di Gian Piero Piretto, Il paese di Putin. 20 parole russe al servizio della propaganda (Raffaello Cortina). A lungo docente alla Statale di Milano e oggi trasferito a Berlino Piretto ha dedicato diverse opere alla cultura sovietica. Nel 2023 ha pubblicato L’ultimo spettacolo, dedicato ai funerali sovietici, compreso quello di Stalin dove un numero imprecisato di persone sono morte nella calca e la bara del povero compositore Prokofev, morto lo stesso giorno del ’53, l’hanno dovuta portare sui tetti gli alpini perché il centro era bloccato dalla folla. Nel nuovo libro racconta come il potere ne ha distorto il significato di parole russe tradizionali semplificandole a suo uso e consumo.

Tra queste Prostór, Spazio. Lo spazio russo è l’orizzonte senza ostacoli, il paesaggio monotono e ipnotico che può dare angoscia e bellezza nello stesso momento. È uno spazio abitato e disabitato, popolato di vagabondi che attraversano distanze spropositate. Nella letteratura e nell’immaginario russo una condizione dell’anima: qualcosa che promette libertà e avventura e nello stesso tempo produce smarrimento e schiavitù. Fuggire dal gulag sperduto per andare dove? Ma Prostòr è anche un alibi. La Russia, dice la propaganda, è il Paese più grande del mondo: perché dovrebbe avere bisogno di altro territorio a spese dell’Ucraina? La carta geografica inganna. La maggior parte della popolazione, delle grandi città, delle infrastrutture si concentra a Ovest. L’immensità non coincide con la disponibilità di spazio desiderabile.

Altra parola Chamstvo. Deriva da Cam, il figlio di Noè che trova il padre ubriaco e nudo nella tenda e invece di coprirlo va dai fratelli e lo dileggia. Chamstvo indica insolenza mista a disprezzo. “Da molti punti di vista la sovieticità, come modo di stare al mondo e concepire i rapporti interpersonali, fu una concentrazione particolare di sfumature di chamstvo: aggressività, indifferenza, abuso di potere…”, scrive Piretto. Che prende posizione nettamente contro il regime di Putin come molti altri russisti italani. All’inzio dell’nvasione si trincerava dietro a una frase laconica e bellissima: “io taccio, in tutte le lingue che conosco”.


La Vittoria, Pobéda, è per definizione quella sui nazisti. Fondamenta dello Stato sovietico e poi della Russia. Il 9 maggio è il Den’ Pobedy, il Giorno della Vittoria, festa nazionale. Ma paradossalmente nel ’47 Stalin, dopo due anni di celebrazione, stabilisce che torni a essere un giorno lavorativo. Brežnev ripristina la festività nel 1965, l’anno del ventesimo anniversario della vittoria. Dietro la parola Pobéda ci sono milioni di morti. Le vittime non vanno dimenticate, come dice Stalin a Berlino nel film. E qui bisogna fare attenzione a un’altra deformazione della memoria molto più recente, che trasforma la vittoria sovietica in russa. Le cifre delle perdite militari elaborate da Grigorij Krivošeëv indicano circa 8,7 milioni di perdite nelle forze armate sovietiche; fra queste circa 5,76 milioni riguardano russi e circa 1,38 milioni ucraini. Il confronto va visto in proporzione perché la Russia ha una popolazione molto più grande. La Pobéda è il prodotto di un sacrificio sovietico, non solo russo, ma anche ucraino e bielorusso in primis. Ucraina e Bielorussia sono state le zone dello sfondamento tedesco; quindi le più esposte.

Altri aspetti finiscono in ombra e vi restano oggi più che mai. I russi ci hanno liberati dai nazisti, dice la propaganda. L’Armata Rossa sostiene il peso principale della guerra terrestre sul fronte orientale ma gli Stati Uniti le forniscono carri armati, camion, locomotive, materie prime attraverso il Lend-Lease. La documentazione diplomatica americana quantifica l’aiuto complessivo in circa 11 miliardi di dollari. L’Armata Rossa arriva a Berlino anche sulle ruote di migliaia di camion americani.

Un’altra ombra pesantissima riguarda il patto Molotov-Ribbentrop. Il trattato contiene protocolli segreti che dividono sfere d’influenza nell’Europa orientale e preparano il terreno alla spartizione della Polonia e all’espansione sovietica nei Paesi baltici. Per decenni le autorità sovietiche negano l’esistenza dei protocolli; solo sotto Gorbačëv nel 1989 si ammette quello che tutti già sapevano.

Stalin fa affidamento sul patto con Hitler tanto da ignorare le informazioni sull’imminente invasione. Richard Sorge, spia romanzesca, nato a Baku ma di famiglia tedesca, in quel periodo è a Tokyo, lavora come giornalista del Terzo Reich e passa informazioni al Cremlino. Segnala che la Germania sta preparando l’invasione, ma non lo prendono sul serio. Viene arrestato dai giapponesi nell’ottobre 1941. Mosca lo riconosce come eroe solo nel ’64. La sua storia torna oggi anche nel libro di Owen Matthews, La spia perfetta (Settecolori). Stalin poteva probabilmente salvarlo in uno scambio di prigionieri ma lo lascia impiccare. Con lui se ne va un testimone scomodo degli errori del dittatore.

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Il Fatto Quotidiano

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