Tuttiquotidiani e completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

Cronache letterarie tra città di plastica e autostrade di bitume: tre libri

  • Postato il 25 aprile 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 0 Visualizzazioni
  • 4 min di lettura
Cronache letterarie tra città di plastica e autostrade di bitume: tre libri

La Maquette del Cairo, di Tareq Imam (traduzione di Barbara Benini; emuse) è un labirinto di specchi dove la realtà e la sua copia si rincorrono fino a confondersi. Siamo nel 2045: un gruppo di artisti riceve l’incarico di costruire un modellino in scala perfetta della metropoli com’era un quarto di secolo prima. Ma il Cairo non è una città che si lascia addomesticare; è una matrioska di falsità e splendore, ricostruita da un pugno di fuggiaschi e orfani che non troveranno mai posto nelle roccaforti del potere. Attraverso le vite di Origa, il designer meticoloso, Nud, la regista che non può guardarsi allo specchio senza vedervi un altro volto, e Biliardo, il graffitista che ritrova per strada il proprio occhio perduto, Imam orchestra un’opera monumentale e vertiginosa. Iniziato durante i giorni della rivoluzione del 2011, il romanzo è stato riscritto decine di volte, seguendo il ritmo di una realtà che si rifiuta di tracciare una linea conclusiva. Imam interroga il destino delle città e il potere della narrazione, chiedendosi se un luogo immaginario possa arrivare a cancellare quello reale. Utilizzando il futuro come punto di osservazione privilegiato, l’autore seziona le illusioni perdute di una generazione, trasformando l’arte nell’unico strumento capace di mappare il caos. Un’architettura narrativa feroce che ci avverte: a forza di ricostruire il passato per scappare dal presente, rischiamo di ritrovarci tutti prigionieri di un plastico senza via d’uscita.

L’autostrada: the movie, di Jorge Enrique Lage (traduzione di Laura Putti; Edizioni Ventanas) è un oggetto alieno, un corpo contundente scagliato contro il futuro. Al centro di questo racconto bizzarro e urticante c’è il cantiere di un’opera monumentale: un’autostrada destinata a unire la Florida all’America Latina, spianando culture, nazioni e memorie sotto una colata di cemento e asfalto. In questo scenario picaresco si muovono un narratore senza nome e l’Autistico, impegnati a girare un documentario (the movie) che sia l’ultima testimonianza di ciò che sta per scomparire. Cuba, in questa visione distopica ma sinistramente credibile, non è più un’isola ma una terra di passaggio, un non-luogo privo di storia. Lage, biochimico di formazione prestato alla letteratura, costruisce un montaggio anfetaminico che mescola alto e basso, acidi lisergici e punk. Lungo questa traversata bitumica incontriamo di tutto: il cadavere di Vida Guerra e Philip K. Dick, operai transessuali che leggono Kafka, robot da cartone animato anni Settanta e un sosia di David Foster Wallace sperduto tra le canne da zucchero. Come nel cinema di Óliver Laxe, qui non conta la rassicurante comprensione della trama, ma l’inquietudine del sentire, il tiro di una scrittura che deraglia a ogni curva. Dietro la maschera pop e scanzonata, però, pulsa un’angoscia senza nome: quella dei naufraghi che trascinano via con sé un caleidoscopio di verità e finzione mentre il mondo, così come lo abbiamo conosciuto, tira l’ultimo respiro. Un viaggio lisergico tra le macerie della modernità, dove l’unica speranza è riuscire a inquadrare il disastro prima che diventi definitivo.

L’operaio e la morte, di Vladimir Sabourín (traduzione e cura di Alessandra Bertuccelli; Interno Poesia Editore) ci scaraventa di fronte alla voce potente e spiazzante di un poeta bulgaro nato a Santiago de Cuba, una figura che l’Europa orientale ha tentato invano di silenziare. Sabourín scrive fiumi verbali privi di punteggiatura, una piena che trascina con sé le rovine industriali della Bulgaria postcomunista: fabbriche dismesse, navi arrugginite e campi petroliferi trasformati in cimiteri del progresso. L’operaio, in queste pagine, è un mostro, un monaco e una vittima; è il simbolo di un mondo che crolla ma che, ostinatamente, conserva una possibilità di grazia laica e feroce. Fondatore del movimento Nova Socialna Poezija per opporsi alla privatizzazione della letteratura, Sabourín è un ostracizzato in patria, un autore che pubblica in proprio per sfuggire al controllo di un sistema che non ha risparmiato nessuno nella transizione dal regime socialista al al capitalismo selvaggio. Il libro è un grido di sdegno verso un presente derubato della giustizia e un passato mercificato. Non ci sono redentori in questo orizzonte, un’antologia necessaria che trasforma le macerie in rivelazione, ricordandoci che la vera poesia non cerca il consenso, ma la verità tra i detriti.

L'articolo Cronache letterarie tra città di plastica e autostrade di bitume: tre libri proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti