Continua l’avanzata della destra pro-Trump in America Latina: vince 7 elezioni su 7 (ma rischia l’effetto boomerang)
- Postato il 25 giugno 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Il trionfo di Abelardo De La Espriella a Bogotà, conferma l’avanzata di Washington in America Latina, dove la sinistra perde sempre più terreno. In meno di un anno la destra pro-Trump ha vinto sette elezioni su sette – Bolivia, Cile, Colombia, Costarica, Ecuador, Honduras e Perù – rimbalzando la regione nelle braccia degli Stati Uniti. Che fornisce indicazioni di voto a ogni Paese. Resistono solo il Brasile, che il 4 ottobre si recherà alle urne (primo turno) per scegliere tra il presidente Luiz Inácio Lula Da Silva e Flávio Bolsonaro, italo discendente, figlio dell’ex presidente Jair, e il Messico di Claudia Sheinbaum, che ha vietato per legge le ingerenze straniere alle elezioni. Diversa, ma non troppo, la situazione a Cuba e in Nicaragua: L’Avana resiste, quasi in solitaria, a sanzioni illegali e disumane; Managua, più pragmatica, tenta l’appeasement con la Casa Bianca.
Archiviata del resto l'”Utopia concreta”, di cui parlava Hugo Chávez, che negli ultimi tre decenni ha raggiunto almeno dieci Paesi, tracciando reti e organizzazioni transnazionali (Alba, Celac, Unasur) animate dal sogno dell’integrazione regionale. Incide in parte il taglio dell’83% dei fondi Usaid, una delle prime decisioni dell’amministrazione Trump, cancellando importanti interventi di Welfare, che andavano dall’istruzione al contrasto alle povertà. “Da allora nessun candidato di sinistra ha vinto alle elezioni nella regione”, osserva l’analista Mary Rooke. Fonti del Partito repubblicano ne parlano come un successo, rivendicando l’interruzione di una governance Dem nel sud del mondo. “Abbiamo identificato e bloccato l’invio di fondi che venivano usati per scopi del tutto estranei agli aiuti umanitari reali”, rivendicava lo stesso Trump, giustificando la decisione.
Ma la realtà è assai più complessa. “In Colombia a stragrande maggioranza delle associazioni che ricevevano sostegno dai fondi Usaid ha chiuso le serrande. La maggior parte di esse operava nella costa caraibica o al confine con il Venezuela”, spiega Merarys De Uzcategui, già volontaria presso un ente che operava ne La Guajira e al confine con il Venezuela. “Gli effetti dei tagli si ripercuotono soprattutto in aree come Maicao, al campo di rifugiati ‘La Pista’, dove i rifugiati (prevalentemente venezuelani, ndr) non contano più sull’assistenza minima di un tempo”, aggiunge.
Presidi di assistenza sono stati chiusi anche in Ecuador, dove l’Unhcr ha chiuso i propri uffici a Ibarra, Huaquillas e Cuenca, rimanendo operativa a Quito. “Abbiamo ridimensionato gli aiuti alimentari e l’assistenza psicologica. Molte persone sono state abbandonate a sé stesse“, commenta Josué Marquez, già operatore umanitario a Cuenca. I tagli, nella regione, equivalgono a 1,7 miliardi di dollari. E il disinvestimento in materia di sviluppo è stato proporzionale all’incremento degli investimenti in materia di sicurezza, attraverso la neonata coalizione Shield of the Americas, con il quale gli Usa custodiscono le risorse naturali della regione, dall’Arco Minero a Vaca Muerta. L’accordo si traduce già nella presenza di forze militari straniere in Ecuador, autorizzate dal Decreto esecutivo 424, con tanto di immunità.
Altro terreno di scontro riguarda la “battaglia culturale“. “Chi si impone nella cultura termina inevitabilmente per prevalere nella politica”, ha detto a più riprese Javier Milei, per il quale “il campo culturale è dove si disputano concetti che servono da giustificazione per le politiche pubbliche”. Di qui la nascita di un lessico condiviso, targato a stelle e strisce, nel quale ricorrono parole come “narcoterrorismo” e si associa l’immigrazione alla criminalità. Non è un caso se leader come Trump e Bukele ripetano che il socialismo è “una malattia mentale“, “un cancro” o “un parassita”. Il meccanismo punta a legittimare schemi di dominio-subalternità altrimenti inaccettabili. “Nel mondo coloniale le parole hanno una funzione particolare”, spiega l’attivista e scrittrice Silvia Rivera Cusicanqui, che denuncia il tentativo di “inferiorizzare l’altro” per “estrarre valore”, rivelando “pregiudizi razziali intrinseci” nei rapporti nord-sud.
Finora la battaglia culturale lanciata dalla destra latinoamericana ha riscosso alleanze importanti con chiese evangeliche, classi imprenditrici tecno feudatari e giovani di ceto medio-alto. Tutti desiderosi, citando sempre Cusicanqui, nel desiderio di essere “bianchi e occidentali, come unica via di salvezza”. Ma non tutti ci stanno. Il malcontento comincia a insinuarsi in Paesi come in Cile, dove il governo di José Antonio Kast, che nei primi cento giorni ha tagliato 488 milioni di dollari alla sanità pubblica e 142 programmi sociali, venendo subito contestato nelle piazze. Lo stesso scenario si è replicato in Bolivia, dove il taglio del 30% della spesa pubblica ha fatto traballare il governo di Rodrigo Paz, che ha dovuto ricorrere allo stato di emergenza. Persino in Colombia si sono verificate prove generale di malcontento, con disordini a Bogotà e a Cali subito dopo i primi risultati in favore di De La Espriella. La battaglia, culturale o meno, sembra appena iniziata.
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