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C’è una via critica su Israele e l’antisemitismo non c’entra affatto: quella degli ebrei progressisti americani

  • Postato il 3 aprile 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
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C’è una via critica su Israele e l’antisemitismo non c’entra affatto: quella degli ebrei progressisti americani

di Claudia De Martino

In Europa sembra non ci sia molto spazio per articolare un discorso critico su Israele. Da quando il Parlamento europeo ha invitato tutti i paesi membri ad adottare la definizione di antisemitismo coniata dall’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) nel 2017, 25 dei 27 Paesi membri l’hanno fatto. Al cuore dell’opposizione democratica alla definizione dell’IHRA, però, si trova un punto fondamentale: essa considera “antisemitismo” anche “negare il diritto degli ebrei all’autodeterminazione, ad esempio affermando che l’esistenza dello Stato d’Israele rappresenti un’impresa razzista”.

Per tutti gli ebrei e le persone comuni che, come me, a lungo si sono identificati con il sionismo, inteso come diritto degli ebrei ad avere un proprio stato, la negazione di tale diritto è infatti dolorosa e problematica: perché mai ad un solo popolo sarebbe negato il diritto all’autodeterminazione quando per tutti gli altri – oppressi come i palestinesi o apolidi come i curdi – viene attivamente perorato? Si tratterebbe di un’aporia logica, oltre che di una violazione di un diritto collettivo, e quindi di una discriminazione particolare giustamente annoverabile come un atto di antisemitismo.

Tuttavia, l’equazione è più complessa visto che il ragionamento non interviene in astratto, ma all’interno di un contesto specifico, in cui stiamo assistendo ad un’involuzione del sionismo in delirio di onnipotenza regionale, in movimento regressivo e aggressivo nei confronti dei propri vicini, in razzismo di stato nei territori palestinesi, in genocidio nella Striscia di Gaza. È questa la cornice all’interno della quale si sviluppa oggi il ragionamento.

A farlo in modo brillante, che in Europa non si riesce ancora a dare, è un’autrice ebrea, Arielle Angel, direttrice del Jewish Currents, una rivista pressoché sconosciuta e a tiratura limitata, pubblicata a New York da ebrei di sinistra, eredi di una tradizione culturale comunista. La rivista si appella a quella parte dell’elettorato ebraico-statunitense che crescentemente non si identifica più con Israele, nella convinzione che Israele sia uno Stato di apartheid (25%), che abbia commesso un genocidio (30%) e che non sia più possibile una separazione tra ebrei e palestinesi nella terra compresa tra il Giordano e il mare in quanto la moltiplicazione e la penetrazione delle colonie israeliane in profondità in Cisgiordania l’hanno resa impossibile.

Molti ebrei americani progressisti sono anche turbati dagli effetti che le azioni di Israele proiettano sugli ebrei collettivamente intesi, data l’insistenza del premier Netanyahu di rappresentare gli ebrei della diaspora, senza peraltro esser stato eletto da questi ultimi. Sono persone consapevoli che le azioni di Israele rappresentino un rischio per le diaspore, perché alimentano quell’antisemitismo globale che attecchisce soprattutto nel Global South ma sta facendo adepti anche nei Paesi occidentali. Questa parte di diaspora ebraica, ancora minoritaria purtroppo, si rende conto che non solo è necessario prendere le distanze dalle azioni di Israele, ma soprattutto costruire una narrativa alternativa, che non associ più esclusivamente gli ebrei alla Terra Santa, obiettivo politico di Netanyahu e dei sionisti revisionisti ai quali appartiene.

Al paradigma sionista finora dirimente del “ritorno necessario degli ebrei nella terra promessa”, questi ebrei oppongono un’idea contrapposta, quella della “Doikayt” (in yiddish: דאָיקייט), che significa “presenza” o radicamento nei paesi in cui vivono, un concetto elaborato dal Bund (l’Unione Generale del Lavoro Ebraico) contemporaneamente al sionismo, nell’Europa dell’est di fine ‘800. Ci sono modelli affascinanti di ritorno ad un ebraismo aperto al mondo, al dialogo e alla contaminazione con le altre culture, che si oppongono radicalmente all’estremismo etnico-religioso del sionismo odierno, come la yeshiva queer della rabbina Benay Lappe, docente di Talmud a Chicago, che sostiene che l’ebraismo contemporaneo abbia di fronte a sé la possibilità di inventare una nuova tradizione che si erga oltre la débâcle morale del nazionalismo ebraico. Ripercorrendo la storia ebraica, scrive Lappe, si vede come dopo la distruzione del Tempio nel 67 d.C. gli ebrei, privati di un loro regno fisico, seppero inventare una ricca tradizione spirituale -articolata intorno alle sinagoghe, agli scritti del Talmud e agli intimi e serrati dialoghi tra rabbini – che non esisteva precedentemente, per poi diffonderla su tutta la terra, ovunque si dispersero. Oltre la crisi morale odierna, occorre una nuova storia fondazionale, che non prometta più la conquista della terra – una terra la cui ampiezza sembra non esser mai sufficiente -, ma quel ritorno degli ebrei tra le nazioni del mondo, che il sionismo non ha saputo realizzare. Liberare gli ebrei dal mito della terra significherebbe anche liberarli dalla paura come elemento centrale della costruzione dell’identità collettiva: di una storia ebraica vissuta come una sequela di discriminazioni, orrori e vendette, che oggi rappresenta la narrazione maggioritaria, e che li inchioda a combattere con la spada per la propria esistenza, senza comprendere che è quella stessa spada impugnata contro i loro vicini ad alimentare e moltiplicare i conflitti intorno a loro.

Per gli ebrei americani, professarsi antisionisti è un passo importante e non significa necessariamente negare il fatto che gli ebrei abbiano diritto ad un loro stato, o che lo debbano perdere a seguito delle loro azioni criminali – i nazisti tedeschi e fascisti italiani non hanno certo perso i loro stati a seguito della Shoah -, ma affermare che esiste un altro modo di essere ebrei che prescinde completamente dall’esistenza di Israele, contro il paradigma che il discorso pubblico contemporaneo vorrebbe imporre. Significa anche rigettare quell’antisemitismo militante funzionale allo smantellamento dell’istruzione superiore, ai tagli alle scuole e alla repressione della parola nei campus universitari americani da parte dell’Amministrazione Trump.

In Europa, questo discorso ebraico progressista comporta la libertà di esprimere verità elementari sulla Palestina senza essere considerati antisemiti e di sostenere che è l’occupazione dei palestinesi a rendere la vita degli israeliani insicura, perché non si possono tenere schiave 5,6 milioni di persone e pensare che non vi siano conseguenze.

Forse Israele sarà ancora capace di riformarsi dall’interno alle prossime elezioni (ottobre 2026), ma al momento non sussiste nessuna delle condizioni necessarie affinché qualcosa cambi – la Knesset ha appena approvato, paradossalmente, un disegno di legge sulla reintroduzione della pena di morte per i terroristi palestinesi in mezzo alla guerra contro l’Iran – e allora l’unico mezzo per arginare questo delirio di onnipotenza rimane esercitare qualche forma di pressione pubblica dall’esterno.

Le diaspore ebraiche possono fare molto in questo senso e, ancora di più, potrebbe fare l’Europa se fosse in grado di articolare un discorso critico su Israele, prendendone le distanze e comprendendo che lo Stato che sta difendendo non può più essere presentato come una vittima, ma rappresenta una fonte di destabilizzazione per l’intero Medio Oriente.

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Il Fatto Quotidiano

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