Carlo Verdone, compagni di corso. Ciccotti racconta Scuola di seduzione
- Postato il 1 maggio 2026
- Cultura
- Di Formiche
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Probabilmente Scuola di seduzione (2026, Filmauro, dal 1° aprile su Paramount), di e con Carlo Verdone, forma un implicito dittico con il notissimo Compagni di scuola (1988). Non solo perché il termine “scuola” è presente in entrambi i titoli; non solo perché delle persone lontane tra di loro da anni, o sconosciute, diventano, loro malgrado, ‘compagni di classe da adulti’; non solo perché vediamo allineati diversi destini di persone deluse dalla vita; non solo perché ognuno è in cerca di un altro/altra che lo/a ascolti. Soprattutto, perché il messaggio che li unisce è simile: si incontrano per sfuggire alla solitudine esistenziale: in Compagni di scuola era quella del neo-boom economico anni Ottanta, del trionfo del proto-digitale, della valigetta 24 ore; qui, in Scuola di seduzione, quella, forse più cupa, di un traballante inizio terzo millennio, insicuro di per sé.
Come dare forma cinematografica a un soggetto piuttosto “realistico”? Come affrontare un tema così delicato, in alcuni casi dai risvolti seri, con misurate pennellate, su una trama della tela da commedia? Mettete in una aula, o in un teatro periferico della capitale (Frank Capra avrebbe preso un off off Broadway), sei persone deluse dalla vita, in cerca di un salvagente nel mare dell’indifferenza, e poi, durante e dopo un corso di educazione ai sentimenti, lanciatele nella vita di tutti i giorni, alla ricerca della limpidezza, del disincanto: ebbene, ecco uno script, per qualcuno “prevedibile”, ma non facile da strutturare. Ancora una volta, sorprendentemente, hollywoodianamente, gli autori (Carlo Verdone, Pasquale Plastino, Luca Mastrogiovanni) alludono alla sophisticated comedy anni Trenta e Quaranta. Scuola di seduzione, forse, avrebbe attirato l’attenzione di Ernst Lubitsch, Frank Capra e Gregory La Cava.
I corsisti, tutti “fidanzati”, obtorto collo, in diversi modi, con la solitudine, sono lì, in quanto sentono come questo guinzaglio esistenziale stringa troppo. Le motivazioni, che conducono alle rispettive “solitudini”, sono diverse: sentimentali, psicologiche, esistenziali, fisiche. Un quarantenne docente di storia, Bruno, esitante, succube dalla mamma chioccia, rea di impedirgli di lasciare il nido. Una infermiera, Giuliana, riflessiva, il cui rapporto con il marito si sta spegnendo nella routine. Una stra-simpatica, logorroica libraia, Gaia, dagli amori lesbici infelici, ma che porta “sfiga” (pirandellianamente), a chiunque la tocchi. Un ventenne bello, timido, e con il complesso del pene piccolo, Emanuele. Una trentenne, spigliata, anticonformista, troppo sicura di sé (forse nasconde un vuoto che si porta dall’infanzia), influencer, Adele: è l’unica che si è iscritta per smascherare questa “scuola fuffa”. Infine, per il sessantenne Clemente, la solitudine è stata accettata, filosoficamente, alla Seneca (direbbe Verdone autore); ma la sua iscrizione ha una motivazione “da giallo”: rintracciare e conoscere di persona Adele, che segue da tempo sui social: potrebbe essere la figlia di un lontano amore, mai sepolto.
Tutti allievi di una ottima docente (anche lei, lo sapremo dopo, scorticata dalla vita fin dentro il miocardio: una filosofica e olimpica Karla Sofia Gascón), del particolare corso che potremmo ribattezzare: “teoria e tecnica della seduzione”. Il corso prevede degli step, suddivisi in lezioni, per imparare ad avere fiducia in sé stessi: riappropriarsi della città uscendo da ambienti chiusi; guardare negli occhi le persone (interrompendo la dipendenza dal cellulare), muoversi nelle difficoltà oggettive. Si va dalla cena ad occhi bendati, dove bisogna sviluppare maggiormente le facoltà di altri sensi: il tatto, l’olfatto, e i suoni (chissà se Carlo Verdone non abbia pensato alla teoria del tattilismo, cara alle avanguardie, su cui ha scritto suo padre Mario?), alle uscite di “classe”. Inclusa una arrampicata di roccia (in un teatro-palestra) per potere inquadrare il mondo da un’altra prospettiva (quasi alla Orson Welles).
Un percorso di classe, che alterna, le, chiamiamole, ‘uscite didattiche’, con le loro vite private, in un montaggio stretto (millimetrico, di Pietro Morana), contrappuntato da una musica ritmicamente delicata, percussioni e fiati (Fabio Amurri). A fine film ci rimangono, nell’iride dei nostri occhi, il sapore della spigliatezza e il sorriso contagioso di Gaia (Euridice Axen); il silenzio poetico di Giuliana (Vittoria Puccini), pronto a esplodere di libertà; l’indeciso professore Bruno (Lino Guanciale), un po’ vitellone felliniano, che finalmente passa l’esame dell’amore, ricambiato, per Giuliana, liberandosi dalla mamma-chioccia; il passaggio, sofferto ma felice, dalla giovinezza incompleta a quello di donna amata, e di vera figlia, dell’intensa Adele (Beatrice Arnera); lo sguardo innocente di Emanuele (Romano Reggiani), non più incerto, felice di travasarsi negli occhi innamorati di Valentina (Irene Girotti). Inatteso, l’umorismo casalingo, da mistress fai da te, di Marisa (Elisa Di Eusanio).
Che dire dei due “personaggi principali”, Ortensia e Clemente? Innanzitutto vediamo l’etimologia e il significato simbolico attribuito ai nomi. “Ortensia” (dal greco hydrangea), pianta che ha bisogno di acqua, simboleggia la grazia, la gratitudine e, soprattutto, la resilienza (concetto presente nelle lezioni di vita, del love coach del corso). Clemente (dal latino clemens), indica una persona incline alla gentilezza, alla indulgenza, alla tolleranza. Ma anche alla magnanimità (sentimento cui Carlo Verdone tiene: più volte ha dichiarato di averlo ricevuto come “eredità morale” dai suoi genitori).
E la magnanimità di Verdone si traduce professionalmente prima nello script e poi sul set: nel suo cinema egli si fa sempre un po’da parte, lasciando lo spazio agli altri attori, sovente esordienti. Rispettoso dei colleghi chiamati a essere co-autori di storie corali. Come, appunto, in questo poetico Scuola di seduzione. Come era accaduto, magistralmente, in Compagni di scuola.
Le regia è molto d’avanguardia, post-moderna, dalla camera mobile, e, scenograficamente parlando, con al centro un altro protagonista, senza esagerare: Roma. Plongée e panoramiche in CLL su una magnifica città ridisegnata dall’obiettivo; plongée sulla biancheria intima dei negozi chic; primi piani degli attori, con il dettaglio dei begli occhi di Vittoria Puccini al trucco, in centri di estetica e make up, tappe obbligate per i turisti; panoramiche morbide sui vasi traboccanti di verde nelle aree pedonali; ma anche angoli più periferici e popolari con i noti bus Atac. Insomma, una Roma bella, fresca e affascinane, con la cui complicità Verdone cerca di sedurre la distribuzione internazionale.