Caporalato nel cantiere della diga a Vado Ligure, Bucci: “Contento per l’inchiesta, chi si comporta male deve pagare”
- Postato il 26 giugno 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Liguria. “Sono contento che sia successo. Chi si comporta male deve essere ovviamente segnalato e, soprattutto, deve pagarne le conseguenze“. Così Marco Bucci, presidente ligure e commissario straordinario per la nuova diga foranea del porto di Genova, commenta l’inchiesta dei carabinieri per presunto caporalato nei cantieri per la costruzione dei cassoni dell’opera che ha portato a otto arresti.
“Questo accade perché abbiamo protocolli di legalità che danno la possibilità di individuare queste cose – prosegue Bucci -. Non siamo noi che facciamo le indagini, sia ben chiaro, però abbiamo un protocollo che serve per aiutare ad arrivare a questo obiettivo. È lo stesso che abbiamo usato per il ponte San Giorgio, che usiamo anche per il tunnel, per il bacino di Sestri Ponente”.
In realtà tutto è partito non dai controlli, ma dalle segnalazioni di alcuni lavoratori di nazionalità indiana che erano stati cacciati dal posto di lavoro, allontanati dall’area di cantiere e chiusi fuori dall’alloggio che occupavano perché si erano rifiutati di cedere una parte del proprio stipendio ai referenti delle due ditte, che pretendevano anche una quota per i dispositivi di protezione individuale e per l’affitto della casa intestata alla società. Ai primi lavoratori si sono poi aggiunti altri colleghi, 42 in totale, che hanno denunciato situazioni simili.
Ma non è possibile prevenire queste situazioni nel cantiere dell’opera più importante in costruzione oggi in Italia? “Nei documenti non ci sono scritte queste cose – replica Bucci -. Queste cose sono fatte tutte sotto banco e quindi bisogna andare a controllare sotto banco. Ed è estremamente difficile. Lo fanno le forze dell’ordine che hanno i loro sistemi. Noi siamo un’amministrazione pubblica che non ha quei sistemi lì. Sono proprio contento che abbiano fatto questo e che abbiamo raggiunto il risultato. Queste cose sono totalmente inaccettabili“.
Bucci esclude poi che possano esserci ritardi legati a sequestri: “Mi auguro di no perché non penso che sia proprio il caso. Poi, ovviamente, non è una mia decisione. Se ci fossero, cercherò di andare a parlare immediatamente con chi di dovere per cercare di risolvere la situazione. Questi sono contratti privatistici che sono al di fuori del sistema pubblico di appalti”.
Pd: “Bucci chiarisca o si faccia da parte”. La replica: “Non sanno come funziona”
Intanto il Pd parla di “situazione gravissima” e “inaccettabile” mettendo nel mirino proprio Bucci: “Deve spiegare cosa sta accadendo, quali controlli siano stati effettuati, come sia stato possibile arrivare a una situazione così grave e quali iniziative intenda assumere per garantire legalità, sicurezza e trasparenza. Un’opera strategica non può essere ricordata per costi fuori controllo, incertezze progettuali e inchieste per caporalato. La Liguria merita risposte immediate. Se Bucci non è più in grado di garantire il controllo dell’opera e la trasparenza della sua gestione, abbia il coraggio di prenderne atto e si faccia da parte”.
“Mi dispiace che diventino poi problemi di tipo strumentale – la replica del governatore -. Ho visto delle dichiarazioni che mi fanno allibire. Proprio non hanno capito niente di come funziona il sistema. Sono totalmente fuorvianti, sono persone che non sanno come funzionano gli appalti o fanno finta di non sapere come funzionano gli appalti. E questo non va bene”.
L’inchiesta dei carabinieri di Savona
Le due ditte coinvolte sono la JH Costruzioni Srl di Brescia e la RBB Solution Srl di Genova: la prima avrebbe fornito alla seconda i lavoratori come manodopera nel cantiere del porto di Vado Ligure. Al centro dell’inchiesta un intervento effettuato a maggio 2025 da una pattuglia del comando provinciale dei carabinieri di Savona nel cantiere.
In particolare sarebbero stati i referenti della società JH Costruzioni S.r.l. di Brescia, di origine indiane e pakistane, a reclutare manodopera tra i loro connazionali, tutti incapaci di esprimersi e comprendere la lingua italiana, totalmente privi di mezzi e appena giunti sul territorio nazionale, sia tramite i “Decreti Flussi” che in modo clandestino (in genere attraverso la rotta balcanica), in condizioni di grave povertà e di assoluta necessità; gli immigrati sarebbero stati quindi destinati al lavoro presso terzi.
I lavoratori stranieri, infatti, non potevano rifiutarsi, essendosi gravemente indebitati a causa delle somme versate per il viaggio e il visto di ingresso in Italia (tra i 12.000 e 15.000 euro), generalmente per un lavoro che nella maggioranza dei casi al loro arrivo risultava inesistente, dovendo provvedere al mantenimento economico delle proprie famiglie nei loro paesi.
Dalle deposizioni raccolte è emerso che i titolari della società JH di Brescia avrebbero preso in affitto appartamenti nei pressi del cantiere dove fornivano manodopera in subappalto, facendovi alloggiare lavoratori in soprannumero (anche 30 persone per appartamento), alcuni con un unico bagno, unica cucina, in condizioni insalubri. I lavoratori erano anche privi di adeguata formazione: in molti casi sarebbero stati muniti di falsa documentazione sulla formazione in materia di sicurezza dei “lavoratori ad Alto Rischio”, rilasciata da alcune società compiacenti del bresciano. In altri casi sarebbero stati muniti di badge intestati ad altri stranieri “regolari” per farli accedere nelle aree dei cantieri, imponendogli di memorizzare nome e data di nascita indicati sui “pass” per superare eventuali controlli.
Diversi lavoratori hanno confermato che, pur risultando ufficialmente dipendenti e retribuiti dalle due società, dovevano restituire in contanti tra il 40 e 60% del loro stipendio ai connazionali, che gli riconoscevano al massimo 5 o 7 euro all’ora, per circa 140 – 250 ore di lavoro al mese; se si rifiutavano rischiavano il licenziamento, di essere privati dell’abitazione e abbandonati sul territorio. A ciò si aggiungeva il timore di eventuali ritorsioni verso i familiari in India.
Al temine delle indagini il gip ha emesso un’ordinanza con cui ha disposto la custodia cautelare in carcere per sette cittadini indiani e un cittadino pakistano, tutti tra i 28 e 50 anni, domiciliati nelle provincie di Bergamo, Brescia, Barletta-Andria-Trani e Messina. Si tratta di responsabili e dipendenti delle due società, e sono tutti accusati di concorso continuato nel reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro.
Il giudice ha disposto come detto anche il controllo giudiziario delle società di Brescia e di Genova per cui i lavoratori avevano lavorato nel cantiere del porto di Vado Ligure e in altri cantieri sul territorio nazionale.
Cinque persone sono indagate in stato di libertà: si tratta di due responsabili della società genovese, due persone di un’altra ditta bresciana, responsabile dell’emissione di falsi certificati di formazione sulla sicurezza dei lavoratori ad alto rischio, e di un collaboratore indiano delle due società in controllo giudiziario.