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Capannone industriale con morto, quando il serial killer ha a cuore il lavoro

  • Postato il 12 maggio 2026
  • Cultura
  • Di Quotidiano Piemontese
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  • 6 min di lettura
Capannone industriale con morto, quando il serial killer ha a cuore il lavoro

TORINO – Un misterioso serial killer sta eliminando personaggi piuttosto noti a Torino. Li fa trovare nudi, con indosso solo un paio di mutande e con la gola tagliata, all’interno di vecchi capannoni industriali abbandonati. Accanto alle vittime un messaggio chiaro: “Ci avete lasciato in mutande”.

E’ questo lo spunto iniziale di Capannone industriale con morto, il nuovo romanzo di Luisa Martucci, per Neos Edizioni. Un thriller vivo, rapido, immediato. Una rasoiata della quale dovranno venire a capo il vicequestore Tartamella e il commissario Peyrani, coadiuvati dalla giovane e intuitiva agente Katia Roveda.

Se il giallo e l’inchiesta sono la parte attiva del romanzo, c’è un tema forte che corre lungo tutta l’ìopera di Martucci, ed è il tema della delocalizzazione e della mancanza di lavoro in Italia.

L’autrice lo sciorina lungo tutto il romanzo con esempi, racconti, storie. Ci porta a riflettere e ad analizzare, a studiare e a capire. Cosa è succcesso? Come siamo arrivati a questo punto? Ovviamente non c’è una risposta a queste domande, perchè siamo pur sempre in un thriller, ma è evidente l’attenzione sul tema tanto presente in questi anni nel nostro Paese.

L’intervista con Luisa Martucci

Un serial killer classico e un tema attuale. Cosa racconta questo romanzo?

Ho già trattato in altri romanzi il tema del serial killer, che giudico intrigante proprio perché l’indagine per scoprire questo tipo di colpevole è particolarmente difficile. Diciamo che è un po’ come cercare un ago in un pagliaio. Per quanto riguarda la delocalizzazione, ciò che mi ha ispirata è stato un titolo, a caso, suggeritomi da un amico, Capannone industriale con morto. Sotto casa mia c’è uno stabilimento abbandonato, che era attivo quando mi sono stabilita qui, ma è ormai vuoto e fatiscente da anni. E’ un fenomeno che, purtroppo, si nota spesso a Torino e dintorni, ex zona industriale, anzi, centro dell’industria dopo la metà del secolo scorso, e adesso cimitero di fabbriche vuote e culla di disoccupazione e degrado. Questo brutto fenomeno mi ha ispirata.

Ad indagare sono Tartamella e Peyrani. Ci racconti i tuoi personaggi?

Questo è il quinto romanzo giallo nel quale indagano il commissario Peyrani e il vicequestore Tartamella, suo superiore e amico. I precedenti sono, nell’ordine, Bontempo e i suoi figli, Il killer delle rane, Il gioco della pazienza e Il morso della tigre. Durante questa serie il tempo scorre per le famiglie dei poliziotti, ma la trama gialla rimane unica e indipendente. Tartamella è superiore gerarchico di Peyrani, ma è il commissario la mente che indaga e alla fine scopre il colpevole, grazie alle sue intuizioni e all’abilità di “mettersi nei panni” dell’assassino. Peyrani è un gentiluomo piemontese vecchio stampo, marito fedele, padre affettuoso, funzionario capace e puntiglioso, che non si accontenta della soluzione più facile, ma scava a fondo finché riesce a trovare il vero colpevole. Lo fa anche a rischio di mettere sé stesso in pericolo e talvolta, non per colpa sua, anche le persone a lui care.

E poi compare la giovane agente Roveda. Lei chi è?

Katia Roveda è un personaggio nuovo, che nasce in questo giallo. E’ un’agente giovane, attraente e molto intelligente e intuitiva, la spalla giusta per il commissario Peyrani. Nel Capannone industriale con morto è fondamentale per scoprire il colpevole, e non so ancora come si evolverà la sua parte nei prossimi gialli. Potrebbe diventare un pensiero molesto per Olga, la moglie amata di Peyrani, che finora non ha avuto rivali.

Parallelamente, fin dai primi capitoli, ci mostri (naturalmente senza svelarci il nome) la storia del killer. Di lui cosa puoi dirci?

E’ la prima volta che do una voce al killer. Anche lui è una vittima, come tutti i serial killer, in parte, lo sono, a causa di maltrattamenti o traumi subiti nell’infanzia e durante l’adolescenza. Forse è vero che malvagi si nasce, ma io credo che le esperienze traumatiche, talvolta tragiche, vissute durante il primo periodo della vita possano influenzare e causare le tragedie future. Il male produce il male, e un’esperienza tragica vissuta nell’infanzia può produrre delle conseguenze nefaste per tutto il resto della vita.

E qui veniamo al tema principale del romanzo. Perchè se è vero che è un thriller, la riflessione sulla delocalizzazione e sulla mancanza di lavoro è preponderante. Come mai questa scelta?

Nei miei romanzi, non soltanto nei gialli, ma soprattutto in altri che ho scritto, come Psicovirus o Il mondo che verrà, romanzi che trattano temi ai confini della realtà, il mio obiettivo è proprio quello di affrontare problemi e dilemmi che ci affliggono. Lo scopo primo di scrivere, secondo me, non è soltanto quello di divertire o intrattenere, ma anche di indurre a pensare, a considerare le questioni che dovremmo impegnarci a risolvere, almeno per la nostra piccola parte. La carenza di lavoro, il lavoro sottopagato, i giovani che devono emigrare all’estero, la svalutazione delle lauree, la povertà crescente, l’abolizione della scala sociale sono problemi grandi, che affliggono la nuova generazione e sono presenti in tutte le famiglie. Non è giusto che siano i pensionati i privilegiati del nostro tempo, non è giusto che non ci sia lavoro per i nostri figli e nipoti: questo è un problema che sento molto, e certamente la delocalizzazione, l’aver portato tutto il lavoro all’estero per sottopagarlo, è una delle cause principali. La globalizzazione è pure giusta, ma chi paga ne sente il dolore.

Sullo sfondo abbiamo una Torino industriale sconfitta. Qual è il tuo rapporto con la città?

orino è la citta dove sono nata e dove sono sempre vissuta, quindi la amo e sento che mi appartiene. Durante la mia giovinezza era una città prettamente industriale, richiamava lavoratori dal sud e la FIAT divenne l’epicentro del miracolo economico italiano, che richiamava lavoratori da tutta la penisola. Era considerata, allora, una città grigia, di “baracchini”, con una grossa periferia povera, dove i “napuli” coltivavano pomodori nelle vasche da bagno. All’epoca “non si affitta ai meridionali” era comune, nei palazzi che volevano mantenere il decoro. Poi i meridionali si sono integrati, sono passati gli anni di piombo e la città era più che mai industriale ed epicentro del potere economico. Verso la fine del secolo scorso, lentamente, il mondo ha incominciato a cambiare. Il centro storico si è rifatto il look, c’è stato un tentativo, in parte riuscito, di trasformare Torino in una città turistica, ma intanto, prima lentamente e poi a cascata, tutte le fabbriche hanno incominciato a chiudere, o per delocalizzare, o per mancanza di lavoro. E siamo arrivati al punto attuale: Torino è bella, più bella di prima, ma i soldi non scorrono più.

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Quotidiano Piemontese

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