Caldo nelle scuole, partiamo da qui: con il bollino rosso si resta a casa
- Postato il 10 settembre 2026
- Ambiente
- Di Il Fatto Quotidiano
- 0 Visualizzazioni
- 4 min di lettura
Generazione sintesi AI in corso…
Settembre 2026: finalmente il tema caldo nelle scuole esplode, tra i genitori, gli insegnanti e pure sui media. La crisi climatica diventa qualcosa di concreto, tangibile: è tuo figlio che entra in un edificio arroventato, è tua sorella o figlia che insegna e deve farlo con 33 gradi e magari 70% di umidità.
Purtroppo, siamo ancora a livello della protesta. E le soluzioni sono lungi da venire perché avrebbero richiesto una pianificazione a lungo termine, con l’investimento di risorse ingenti che per ora nessuno ha voluto mettere. Con una miopia senza pari. Si scopre oggi quasi l’ovvio: e cioè che oltre un milione di docenti, cioè dipendenti pubblici, lavora senza aria condizionata. Mentre otto milioni di ragazzi studiano senza aria condizionata, con temperature che ormai schizzano in alto a fine maggio.
In molti hanno proposto di far slittare in avanti l’apertura del calendario, ad esempio al primo ottobre. L’ho detto in tutti i modi: questa è una scelta sbagliata perché non cambia nulla, anzi toglie le castagne dal fuoco a chi dovrebbe occuparsi di risolvere il problema, che poi si ripresenterebbe, costringendo a uno slittamento in avanti continuo. Di tutt’altro tenore invece mi sembra la direttiva del sindaco di Palermo, che prevede che si resti a casa, eventualmente con la didattica a distanza, in caso di bollino rosso per il caldo. Certo, non è abbastanza, sopra i 30 gradi è già impossibile studiare, qualsiasi medico lo confermerebbe, ma almeno lancia un segnale di allarme. Non solo: definisce “maltempo” non solo la pioggia intensissima ma anche il caldo torrido, anch’esso “maltempo” grave e preoccupante, anche se spesso non viene così raccontato. Eppure il caldo uccide come l’acqua, forse anche più.
In generale, a mio parere vanno bene tutte quelle forme di protesta contro il caldo che non indichino come soluzione il cambiamento del calendario, con lo slittamento in avanti. A Roma, c’è stata in questi giorni una viva protesta davanti al liceo Cavour. E speriamo ce ne siano altre, così come sarebbe opportuno che anche gli insegnanti, colpiti da un’edilizia che non protegge né consente serenità per lavorare, protestino in tutti i modi – persino uscendo fuori dalla scuola se troppo caldo per fare lezione in strada, per fare un esempio – senza sposare la facile (e sbagliata) decisione di spostare il calendario. Perché quest’ultima, ripeto, spegne l’allarme, la protesta.
E invece di quest’ultima abbiamo bisogno, tutto l’anno, anche ora che inizia a piovere. Le scuole italiane sono in condizioni ancora penose, in termini di sicurezza, certificati di agibilità e antisismici e molto altro. Oggi si aggiunge un altro grande tema, che, diciamo, nessuno ha visto arrivare con immensa cecità, e che costringe i governi attuale e futuro a prendere misure. Non il click day offensivo da 20 milioni di Valditara, ma dotazioni ben più strutturate. Come durante questa Festa del Fatto andiamo dicendo, vogliamo meno armi e più scuola. E vogliamo che le immense risorse che vengono devolute, appunto, per le armi, siano spostate su cose che ci tengono in vita. La scuola per prima. La sua sicurezza, la sua vivibilità.
Tenerle chiuse quando fa veramente troppo caldo, e però, direi, fare la DAD per non perdere la continuità, segnala la situazione di allarme in cui siamo. Un allarme che dovrà continuare fino a quando ogni istituto divenga un posto sicuro per chi lavora e chi ci studia. Solo allora, e per ora è prematuro, sarà possibile parlare di cambiamenti del calendario e di scuola aperta d’estate.
D’altronde, a Dubai la scuola è ricominciata il 31 agosto. La temperatura lì è tenuta fin troppo bassa, tra i 22 e i 24 gradi. In ogni caso, a nessuno verrebbe in mente che non si va a scuola – o non si va al lavoro – perché fa caldo. Noi siamo costretti a segnalare questa assurdità, nel 2026. Che si trovi presto una soluzione, per quanto complessa. Sì, molti edifici sono storici e non si possono mettere condizionatori sulle facciate; sì, bisognerebbe verificare se il carico energetico reggerebbe; sì, bisognerebbe tenere presente che si andranno ad aggiungere altra aria calda e altre emissioni. Ma a meno di non immaginare due mesi di Dad, scuola da casa, con tutte le conseguenze che sappiamo (mesi che si allungherebbero con l’aggravarsi della crisi, ndr), altre alternative, mi pare, non ne abbiamo.
L'articolo Caldo nelle scuole, partiamo da qui: con il bollino rosso si resta a casa proviene da Il Fatto Quotidiano.