Ashgabat, la città di marmo dove sembra non viva nessuno
- Postato il 3 giugno 2026
- Cultura
- Di Libero Quotidiano
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Ashgabat, la città di marmo dove sembra non viva nessuno
Candida. Abbacinante. Deserta. Una parata scenografica di giardini fioriti, viali interminabili, marmo immacolato, in gran parte delle nostre Alpi Apuane, che devono essere state sbancate per portarle fin qui, dove comincia l’Asia. Ashgabat, la capitale del Turkmenistan, è una delle città più improbabili del mondo. La mattina alle sette e mezzo, quando ancora il sole non picchia e i 38 gradi di mezzogiorno sono ancora lontani come miraggi, rade signore infagottate strusciano scopette di saggina sul selciato delle piazze deserte, sui marciapiedi, ai bordi delle aiuole. Si chinano ai piedi di palazzi squadrati, metafisici, dove non entra né esce nessuno. Altrettanto distanziati sono gli uomini in divisa, un reticolo occhiuto di sorveglianti. Uno mi dissuade dall’avvicinarmi al monumento ai cavalli di razza endogena Akhal-Teke, un gruppo di equini ricoperti a foglia d’oro 24k, che si stagliano nervosi su un massiccio piedistallo, ovviamente di marmo.
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RUOTA PANORAMICA AL CHIUSO
Gente in giro alle otto non ce n’è, ma non ce ne sarà neanche nelle altre ore, a parte qualche passante nei dintorni del bazar lì vicino. Non ci sarà nessuno per tutto il pellegrinaggio guidato (sotto sorveglianza governativa) a una decina di monumenti diffusi a largo raggio sul territorio urbano, uno più poderoso e intimidatorio dell’altro. Si va da quello al cane molossoide turkmeno razza Alabai (dorato, ça va sans dire), altezza sei metri, con sfondo di lisci e algidi grattacieli senza vita, alla ruota panoramica al coperto più alta del mondo, dai cui vetri si vede così così, e tuttavia possiede una surreale cabina “business” con sedili in pelle e computer. Il monumento alla Neutralità («Il Turkmenistan non ha nemici») ha la forma di un missile smisurato. Un arco di bronzo di una ventina di metri incornicia la statua ieratica della madre del Padre della Patria Turkmenbashi, sacrificatasi eroicamente nel terremoto del 1948. In un paese in cui le comunicazioni con l’estero sono accecate, sorge una torre della televisione di 211 metri, che contiene la più grande rappresentazione al mondo di una stella a otto punte (il logo nazionale), qualunque cosa significhi questo record.
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Il Turkmenistan è una nazione di circa 7 milioni di abitanti, che evidentemente non vivono in centro, impenetrabile al mondo esterno (il paragone con la Corea del Nord ricorre sempre), ma è il quarto produttore al mondo di gas naturale. Ha rapporti privilegiati con la Russia, ma il presidente Serdar Berdimuhamedow è stato in visita ufficiale da Mattarella il 24 ottobre scorso. Costui è il figlio di Gurbanguly Berdimuhamedow, tuttora vivo e potente, successore del peraltro inarrivabile Saparmurat Nyýazow, detto Turkmenbashi, cioè Padre della patria, che nel 1991, ottenuta l’indipendenza dall’Urss (di cui era esponente e alto burocrate) ha inaugurato questo ipertrofico piano urbanistico. Berdimuhamedow padre, che è salito al potere nel 2006, era il suo dentista. Questi palazzi bianchi e levigati rimandano all’ordine e alla pulizia delle arcate dentali, però in formazione ortogonale. Solo la statua di Lenin, una delle poche rimaste nell’ex territorio sovietico, è a misura d’uomo. Non rimosso, solo surclassato.
Presidenti dorati e massicci, presidenti fiduciosi a cavallo, presidenti che mietono il grano in giacca e cravatta. Ho comprato la versione inglese di uno dei pochi libri disponibili nel Paese, il Rukhnama, scritto da Turkmenbashi, una via di mezzo tra la Bibbia e il manuale di Scientology, pubblicato nel 2001. Mandato a memoria nelle scuole fino al 2013, spiega che i turkmeni discendono da Noè e che il loro alfabeto era presente su lastre di pietra trovate nel 1889 sulle rive di un fiume siberiano. A lui (al libro) è dedicato un monumento apposito. Del resto, è parificato al Corano, in uno stato laico a maggioranza islamica dove l’alcol (vodka compresa) scorre senza problemi.
VIETATO QUASI TUTTO
Come in molti governi autoritari (eufemismo) qui tutto quello che non è obbligatorio è vietato. Divieto di circolazione con auto che non siano di colore bianco o grigio chiaro, rigorosamente lavate, pena sequestro. Divieto di fotografare il cambio della guardia. Divieto di fotografare l’aeroporto. Obbligo di sottoporsi (a pagamento) al test covid (che però non viene effettuato). Obbligo di presentarsi al cambio con dollari assolutamente nuovi, immacolati, stirati, provenienti solo da determinate emissioni della Federal Reserve. Vietato fumare all’aperto (ma non al chiuso, si fuma nei bagni dell’aeroporto e dei vagoni ferroviari). Divieto per gli uomini di indossare pantaloni corti. Divieto di esportare cani di razza. Obbligo per gli studenti di indossare abiti tradizionali (köynek). Divieto di parlare di politica. Eppure raramente si è vista una popolazione più mite ed educata, per quanto anestetizzata dal regime. Sul treno Ashgabat-Mary il giovane Atahan guarda una ragazza italiana come se fosse un esemplare alieno. Lei gli mostra le foto dei suoi viaggi intercontinentali, lui quelle di se stesso in divisa mimetica su fondo beige, o in alta uniforme con cappello largo e piatto. Un altro ragazzo, meno che trentenne, Dias, che pure ha studiato l’inglese e lo spagnolo, è persuaso che in Francia la gente viva tutta in scatole di cartone per strada, in mezzo ai rifiuti. E che in Italia si possano osservare in pubblico i mafiosi, il cui capo è Al Pacino.
Nelle biblioteche, di architettura fantascientifica, non ci sono i libri, a parte alcuni sul Presidente, o del Presidente. In libreria si trovano solo i classici in russo. In generale, i libri di narrativa sono vietati. Eppure, a pochi chilometri di qui, è transitata la grande storia, lungo la Via della Seta. A Merv città carovaniera dal vastissimo perimetro di mura, la Persia di Zoroastro incontrava l’Islam, fra acquedotti, magazzini, cupole e mausolei. Tutto annegato nel sangue nel 1221, dal mongolo Gengis Khan. Adesso invece sono ad Ashgabat, capitale del culto della personalità, senza abitanti, che mi scruta dalle finestre nere dei palazzi lucidi come teschi. Sono in mezzo alle lapidi di un cimitero per giganti, silenzioso e soprattutto vuoto.
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