Amianto nella Marina: Ministero della Difesa condannato due volte per la morte di un militare
- Postato il 17 aprile 2026
- Ambiente
- Di Paese Italia Press
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Gentile collega, ti allego sentenza e comunicato stampa sulla doppia condanna per il Ministero della Difesa per la morte di un militare esposto all’amianto: dopo il Tribunale civile, interviene anche il TAR del Lazio. Una vicenda che rafforza il quadro delle responsabilità dell’amministrazione e apre un nuovo capitolo anche per il riconoscimento dei diritti della figlia non a carico.
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17 aprile 2026 – Due condanne, due giudici diversi, una sola responsabilità: quella del Ministero della Difesa per la morte di un militare esposto all’amianto durante il servizio nella Marina Militare.
È un passaggio giuridico rilevante quello che emerge dalle recenti decisioni che riguardano la vicenda di C.C., sottocapo nocchiere deceduto il 19 agosto 2015 per mesotelioma pleurico, una patologia strettamente correlata all’esposizione alla fibra killer. Una doppia condanna per la stessa vicenda che vede il Ministero della Difesa rispondere due volte per la sua morte.
Dopo la prima sentenza del Tribunale civile di Roma, che ha riconosciuto oltre un milione di euro di risarcimento ai familiari – la vedova e due figlie – è intervenuto anche il TAR del Lazio, che ha disposto un ulteriore risarcimento pari a 168mila euro, rafforzando così il quadro delle responsabilità dell’Amministrazione.
Il caso rappresenta un passaggio significativo nella giurisprudenza sull’amianto nelle Forze armate, evidenziando come la stessa vicenda possa dar luogo a diversi livelli di responsabilità, civile e amministrativa.
Parallelamente, la Corte di Cassazione ha riaperto il contenzioso relativo a una delle figlie della vittima, non fiscalmente a carico, e disponendo un nuovo esame della causa presso la Corte d’Appello di Brescia dove la donna vive.
Il militare aveva prestato servizio nella Marina Militare tra il 1966 e il 1971, imbarcato su unità navali di vecchia generazione. Per cinque anni ha vissuto e lavorato in ambienti saturi di amianto: nei locali motori, nei corridoi, nelle condotte e negli spazi comuni. Fibre invisibili, respirate giorno e notte, senza alcuna protezione.
La pericolosità dell’amianto era già nota, ma nessuna misura era stata adottata per tutelare la salute del personale. Solo nel 2018, tre anni dopo la sua morte, è arrivato il riconoscimento della causa di servizio, poi confermato nel 2019.
“Ricordo C.C. gravemente malato. Era molto scettico sulla possibilità di ottenere giustizia contro il Ministero della Difesa. Si sentiva tradito come uomo, come cittadino e come militare. Sapeva di dover morire”, racconta Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto e legale della famiglia – “L’ultima telefonata, poco prima della sua morte, è qualcosa che non si dimentica: la voce era spezzata, segnata dalla mancanza di ossigeno. Dopo la sua scomparsa, ho visto lo sconforto della vedova e delle figlie. Una disperazione totale. Oggi, dopo anni di battaglie, possiamo dire di aver raggiunto risultati importanti”. “Questa doppia condanna – aggiunge – rappresenta un punto fermo nell’accertamento delle responsabilità e nel riconoscimento dei diritti delle vittime dell’amianto”.
L’Osservatorio Nazionale Amianto è impegnato nella tutela delle vittime e dei loro familiari tramite il sito www.osservatorioamianto.it e il numero verde 800 034 294.
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