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Amianto – L’emergenza non fa rumore ma uccide ancora 7mila persone l’anno. L’Osservatorio Nazionale: “Crisi sanitaria”

  • Postato il 28 aprile 2026
  • Ambiente
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Amianto – L’emergenza non fa rumore ma uccide ancora 7mila persone l’anno. L’Osservatorio Nazionale: “Crisi sanitaria”

Non è un’emergenza che fa rumore. Non riempie le cronache quotidiane, né provoca allarmi immediati. Eppure continua a uccidere, con una regolarità impressionante, anno dopo anno. L’amianto resta una delle più gravi crisi sanitarie irrisolte, in Italia come nel resto del mondo, una presenza invisibile che continua a produrre malattia e morte a distanza di decenni dall’esposizione. E sono ancora poche le sentenze che riconoscono – spesso a distanza di moltissimi anni – che quel lavoratore è morto perché il minerale killer a cui è stato esposto gli ha provocato una malattia dall’esito sempre fatale.

I numeri spiegano meglio di qualsiasi definizione la portata del problema. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, ogni anno oltre 200.000 persone muoiono a causa dell’amianto. In Italia, la situazione è altrettanto grave: circa 10.000 nuovi casi di patologie asbesto-correlate e 7.000 decessi ogni anno. Un dato che non accenna a diminuire. La curva resta stabile, e proprio questa stabilità rappresenta il segnale più preoccupante: significa che l’emergenza è ancora pienamente in corso. Dietro queste cifre ci sono malattie spesso letali. Il mesotelioma provoca circa 2.000 morti l’anno, il tumore al polmone oltre 3.800, l’asbestosi circa 500. A questi si aggiungono altri tumori correlati, tra cui quelli del tratto gastrointestinale e delle ovaie. Patologie che, nella maggior parte dei casi, emergono dopo anni, se non decenni, dall’esposizione, rendendo ancora più complesso intervenire tempestivamente.

Il punto è proprio questo: l’amianto non appartiene al passato. È ancora presente, diffuso e radicato nei luoghi della vita quotidiana. Si trova nelle case, nelle scuole, negli ospedali, nelle biblioteche, nelle strutture sportive, nelle tubature dell’acqua e in numerosi siti industriali. Una presenza che riguarda anche ambienti istituzionali, comprese le Forze Armate – dalla Marina all’Esercito, fino all’Aeronautica – oltre ad altri corpi dello Stato. Una diffusione capillare che espone milioni di persone a un rischio concreto, spesso inconsapevole.

La geografia del fenomeno ricalca quella dello sviluppo industriale del Paese. La Lombardia è la regione più colpita, con oltre 2.000 decessi l’anno, seguita dal Piemonte (circa 1.000), dall’Emilia-Romagna (circa 650), dalla Liguria (oltre 600) e dal Lazio (circa 500). Numeri che raccontano una storia lunga, fatta di utilizzo massiccio della fibra e di bonifiche ancora incomplete.

Negli ultimi anni qualcosa si è mosso. Sono stati avviati piani regionali, interventi di rimozione e strumenti di supporto alla bonifica. Alcune realtà si distinguono per risultati concreti: la Lombardia, ad esempio, rappresenta il 33,2% dell’amianto smaltito a livello nazionale, mentre il Friuli-Venezia Giulia viene indicato come modello virtuoso. Ma non basta. Il vero nodo resta la lentezza delle operazioni. Il ritmo delle bonifiche è ancora troppo basso rispetto alla quantità di amianto presente sul territorio. E questo significa una cosa sola: senza un’accelerazione decisa, il numero delle vittime non diminuirà nel breve periodo.

“La stabilità dei numeri dimostra che non siamo di fronte a un problema risolto, ma a una crisi sanitaria ancora in corso. L’amianto continua a essere presente nei luoghi della vita quotidiana e continua a causare malattie e morti. Serve un piano straordinario di rimozione, capillare e strutturato, che coinvolga tutto il territorio nazionale e metta al centro la tutela della salute pubblica”, avverte l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto.

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Il Fatto Quotidiano

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