A Prato c’è una mostra gestita a puntate: è già cambiata quattro volte. La recensione
- Postato il 24 settembre 2026
- Arte Contemporanea
- Di Artribune
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Negli spazi della settecentesca Villa Rospigliosi di Prato, l’associazione ChorAsis presenta una articolata mostra collettiva costruita su quattro appuntamenti. Promemoria personale (ad uso pubblico), a cura di Saretto Cincinelli, si configura come la messa a fuoco di uno sguardo che riunisce ventisei artisti che dal 1990 a oggi hanno operato in maniera più o meno continuativa in Toscana. Il promemoria, tradizionalmente gesto privato, diventa qui un atto condiviso: una scrittura espositiva che si modifica nel tempo e che invita il pubblico a partecipare a un’esperienza in divenire. L’intento non è quello di tracciare una panoramica delle emergenze artistiche, ma di dar vita a un progetto che si trasforma e riplasma di appuntamento in appuntamento.
La mostra a Villa Rospigliosi curata da Saretto Cincinelli
La mostra si è dipanata, così, dalla fine di aprile alla fine di settembre come un organismo cangiante e instabile: le opere stesse, in gran parte, alludono alla transitorietà, all’impermanenza, al “decadere nell’accadere”. Intellettuale atipico, di schietta tradizione toscana, ma dalla cultura profonda e sofisticata, collaboratore attivo alla GNAM sotto la direzione di Cristiana Collu, Saretto Cincinelli è stato il più continuo e attento sostenitore dell’arte che si è sviluppata in Toscana dagli Anni Ottanta in poi, intesa come laboratorio di forme e pensieri capaci di dialogare con la scena internazionale. La sua figura, discreta e rigorosa, ha attraversato quarant’anni di storia artistica. Promemoria personale (ad uso pubblico) è il gesto che riassume questa storia: una mostra che non è solo un progetto espositivo, ma un atto autobiografico, un “libro degli amici” costruito nello spazio, un “infinito intrattenimento”, qualcosa che non cerca la conclusione, ma la flagranza del processo, un luogo dove la memoria non è ciò che si conserva, ma ciò che si trasforma. Si tratta di un’operazione, come spiega il curatore, “tesa, più che ad avvicinare, a dis-allontanare un’opera dall’altra e che – mantenendo ognuna nella propria singolarità – mira ad offrirle tutte sotto una nuova luce. Una luce mutante, capace di mostrare, in atto, quella paradossale disgiunzione inclusiva che finisce per costituirsi come cifra ultima dell’esposizione”.
Artisti toscani nella Villa Rospigliosi di Prato
In un progetto così dinamicamente strutturato è arduo isolare degli episodi singoli. Cercheremo in ogni caso di eccepire alcune opere nel loro reciproco relazionarsi, tenendo d’occhio gli artisti che vantano una più collaudata dimestichezza con la filosofia espositiva di Cincinelli. A cominciare da Emanuele Becheri (Prato, 1973), il quale, continuando ad instaurare col curatore “un gioco di sguardi, di revisioni, di rintracciamenti”, ha proposto di volta in volta materiale scultoreo, filmico e grafico; se con il video Glas (2009), che mostra un riquadro di cielo occasionalmente solcato da voli di rondini, evoca delle scie che slittano nell’aria, come dei passaggi a vuoto del segno, con Figura (2020) ci propone una scultura in terracotta in cui le forme sembrano spremersi e accartocciarsi dentro se stesse, come intrappolate in una sorta di cortocircuito tellurico. Ecco, poi, Chiara Bettazzi (Prato, 1977) che indaga i rapporti tra oggetto, memoria e spazio domestico, trasformando materiali quotidiani in dispositivi di relazione, fagocitando il vissuto dello spazio nella vitalità accumulatoria dei suoi oggetti. Antonio Catelani (Firenze, 1962), con le sue geometrie inquiete, con i suoi spessori affioranti dalla superficie, con le sue pinzature di ritagli policromi come in Untitled (1995), ci offre la visione di un minimalismo pulsante, in cui pittura e scultura si sfidano reciprocamente in un duello che spesso si conclude col concretizzarsi di esiti più scopertamente architettonici.
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Il rapporto tra le opere e la natura
Siamo rimasti, poi, stupiti da una di quelle incorporee micro-architetture di Christiane Löhr (Wiesbaden, 1965), operativa tra Colonia e Prato, detentrice di una poetica della fragilità e cultrice di media rigorosamente naturali: come i crini di cavallo dell’opera in situ Kleine Haarsäule (2026), i quali, con la precisione di un ordine matematico e la delicatezza di un organismo vivente, si organizzano e si ramificano in una struttura aerea che sfiora, penetra e avvolge con la leggerezza di una ragnatela un parallelepipedo aggettante dalla parete. Fabrizio Prevedello (Camposampiero, 1972) porta nella mostra una riflessione sul rapporto tra scultura e paesaggio, tra la matericità del medium e l’apparizione fantasmatica dell’oggetto, come in 1749 (2014), in cui la rappresentazione miniaturizzata di una montagna evapora tra i tranci separati dello stampo che ne doveva custodire la sagoma, mentre in Colore (2017) la sostanza lapidea si assottiglia in una lastra traslucida che filtra, ammorbidisce e addomestica la crudezza della luce proveniente dall’esterno.
Una mostra fatta (anche) di connessioni
Se Carlo Guaita (Palermo, 1954) si concentra sul concetto di limite della pittura e sulle potenzialità affettive dell’astrazione, Davide Rivalta (Bologna, 1974), oltre a essere qui presente nel suo canonico ruolo di scultore animalier, con il Ritratto di Emanuele Becheri (2026) implementa il carattere inter-connettivo della mostra. Massimo Barzagli (Marradi, 1960), con le sue “impressioni” su fondali domestici ci offre la traccia corporea di una presenza colta nel suo svanire, come in La casa assente (2000), mentre Michelangelo Consani (Livorno, 1971) si situa in una spiazzante ambivalenza tra ricerca della forma e irruzione del dato naturale. Nei lavori di Daniela De Lorenzo (Firenze, 1959) la dissolvenza del soggetto e l’apparire della forma si relazionano in un rapporto problematico attraverso tangenze e sovrapposizioni di linguaggi e media diversi; Paolo Fabiani (Montevarchi, 1962) con le sue “pitture soffiate”e Paolo Meoni (Prato, 1967) con Volumi (2013), un’opera eseguita con lo scanner, ci mostrano le diverse modalità secondo cui le immagini deflagrano in piena evidenza o, stazionando in una luce ambigua, si sottraggono all’immediatezza dello sguardo.
Un progetto che non può davvero finire
La caleidoscopica rassegna, se vogliamo ricercarle un termine (provvisoriamente) conclusivo, trova il suo sbocco esemplare in un’enigmatica realizzazione di Andrea Santarlasci (Pisa, 1964), Scala (nel vuoto) ( 1993): posta al limite ultimo dello spazio espositivo nel quarto appuntamento, una scala a chiocciola si erge isolata su un pavimento di lastre specchianti che ne prolunga la forma in un abisso perfettamente simmetrico: spirale che smarrisce la sua funzione, il suo scopo e il suo cammino, innalzata verso altezze inarrivabili e risucchiata verso insondabili profondità, metafora di un’ascesa che non può compiersi, di un progresso che non trova più il proprio orizzonte, di una ricerca senza certezze e senza finalità. Ma anche senza fine.
Alberto Mugnaini
Prato // fino al 30 settembre 2026
Promemoria personale (ad uso pubblico)
VILLA ROSPIGLIOSI – Via Firenze, 83
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