Vogliono ammazzare il direttore di Libero
- Postato il 28 maggio 2026
- Italia
- Di Libero Quotidiano
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Vogliono ammazzare il direttore di Libero
Non servono troppi giri di parole quando le cose, purtroppo, sono chiare: Libero è nel mirino. Di quella composita galassia rossa che va dai pro-Pal agli anarchici, passando per i centri sociali e i collettivi col pugno sinistro chiuso. Da un paio di settimane, il direttore responsabile, Mario Sechi, è costretto a vivere sotto scorta (disposta dalla Questura di Milano) per delle minacce provenienti dall’area anarco-insurrezionalista. La sua colpa? Aver vergato alcuni editoriali duri su quanto accaduto il 20 marzo scorso, quando due bombaroli legati al “gruppo Cospito” erano morti mentre fabbricavano un ordigno esplosivo all’interno di un casolare al Parco degli Acquedotti di Roma. Alessandro Mercogliano e Sara Ardizzone volevano compiere un attentato- la vicina ferrovia o una caserma? - appena prima della scadenza del decreto applicativo di quattro anni (poi rinnovato dal ministro Nordio) perla detenzione di Alfredo Cospito in regime di 41bis.
Forse una mossa, quella, per rilanciare la lotta a sostegno del leader della Fai, la Federazione anarchica informale, condannato per la gambizzazione del dirigente Ansaldo Roberto Adinolfi e per un attentato contro la Scuola allievi Carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo. «Ringrazio le forze di polizia e gli investigatori, sono eccezionali», commenta Sechi. «La tutela della libertà di stampa ha molti aspetti, il primo è l’incolumità personale dei giornalisti che va di pari passo con la tutela della loro autonomia. I direttori sono il primo baluardo della redazione. La minaccia è seria, è concreta, è diretta», sottolinea. «Purtroppo la scorta ha rivoluzionato i miei ritmi e le mie abitudini: non è solo una limitazione di movimento, è una continua preoccupazione per me, per la mia famiglia e per gli agenti che mi accompagnano», aggiunge il direttore della nostra testata. «Sono tranquillo, continuo a lavorare, come ho sempre fatto in quasi 40 anni di carriera. Ringrazio tutti, tutte le istituzioni per la solidarietà che hanno dimostrato. Nessun giornalista deve essere lasciato solo», conclude Sechi. Non è la prima volta che Libero finisce sotto tiro. La sera del 18 aprile, Mattia Tombolini, l’ex assistente di Ilaria Salis al Parlamento europeo, uno con legami ben soldi all’interno della sinistra extraparlamentare, si era presentato sotto la nostra redazione di via dell’Aprica per scattarsi una foto, subito pubblicata sui social con tanto di didascalia in romanesco “J’ho portato er curriculum”. A chi nei commenti gli scriveva “immagino l’odore da fuori”, lui, Tombolini, rispondeva tronfio: “Stavo a scrive tante cose ma me sto bono dai (puzza de carogna)”. Frasi poi cancellate. Ma quello che resta, e non va via, è l’odio rosso contro la stampa colpevole di non essere allineata al pensiero antagonista. Lo scatto-avvertimento aveva subito fatto il giro delle chat d’area, tra gli stessi “bravi ragazzi” che il pomeriggio del giorno del blitz erano scesi in piazza, a Milano, contro la manifestazione dei Patrioti europei, finendo come al solito all’assalto della polizia a suon di bottiglie di vetro, petardi e fumogeni. In quel blocco di duri e puri c’era pure l’ex mentore di Santa Ilaria. Il nostro giornale, dalla scorsa estate, è già “sotto scorta”.
Una camionetta dell’Esercito presidia la redazione h24 dopo che nel luglio del 2025 un manipolo di pro-Pal- in primis i giovani comunisti di Cambiare rotta e Potere al Popolo- si presentò davanti alla nostra sede al grido di “servi dei sionisti”. Esibirono anche foto del direttore responsabile Sechi e dell’allora direttore editoriale Daniele Capezzone con la scritta “al servizio della menzogna”. Nel novembre del 2023, in coda a un corteo organizzato da “Non una di meno” per ricordare Giulia Cecchettin, un gruppo di transfemministe puntò la sede di Libero (ai tempi in viale Majno) “armato” di chiavi, coperchi e borracce da sbattere per fare casino. In contrapposizione col minuto di silenzio andato in scena nelle scuole. «Siamo passati davanti a Libero per ribadire come non solo la narrazione tossica, ma la narrazione violenta e patriarcale che comunque perpetra la vittimizzazione secondaria che non solo le vittime, ma che le persone e le collettività vicine alle vittime sono costrette ad ascoltare...», spiegò una di loro. E ancora: «Libero ha dei titolisti veramente di m..., al pelo del fascismo, anzi forse proprio fascisti, sicuramente razzisti e sessisti e omofobi». Con la scusa dell’antifascismo ti tolgono la libertà personale e ti minacciano di morte.
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