Urso esulta, ma le aziende tech bocciano il suo decreto: “Transizione 5.0? Incentivi per tornare indietro e frenare l’innovazione digitale”
- Postato il 13 maggio 2026
- Economia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Doveva servire ad accelerare l’innovazione tecnologica, il Piano Transizione 5.0. Invece spronerà le imprese ad ingranare la retromarcia: dal software in cloud (nella “nuvola” dei data center) al software on-premises (in licenza sui dispositivi aziendali). Il primo è il presente e il futuro, dunque niente incentivo per le aziende che lo comprano. Il secondo è in declino netto, meno diffuso e più oneroso per le aziende, ma lo Stato garantisce lo sconto sull’acquisto grazie all’iperammortamento. Lo stabilisce il decreto attuativo del ministro delle imprese di concerto con il ministro dell’Economia, firmato il 4 maggio dal meloniano Adolfo Urso e dal leghista Giancarlo Giorgetti. Per le aziende del settore tecnologico è stato uno schiaffo a sorpresa, perché nelle bozze del provvedimento l’incentivo al software in cloud c’era eccome, con giubilo degli imprenditori. “Abbiamo gioito perché avevamo impiegato anni per ottenere l’inserimento tra le voci finanziabili del servivi cloud, ovvero il Software as a Service, dialogando con governi di ogni colore”, dice a ilfattoquotidiano.it Paola Generali, imprenditrice e presidente di Assintel, la sigla delle piccole e medie imprese Ict che aderisce a Confcommercio. Ma appena letto il testo del decreto l’esultanza ha lasciato il posto alla delusione, espressa con un comunicato di fuoco all’indirizzo del governo: “chiediamo di intervenire con urgenza e correggere questa stortura”, ha ammonito Assintel. “Impensabile” escludere il cloud, “uno dei fattori più importanti per la digitalizzazione del Paese”. Secondo la presidente, l’incentivo è “indispensabile soprattutto per le piccole aziende. Avevamo insistito, l’esclusione era inimmaginabile”. Stessi toni critici di Anitech-Assinform: l’associazione di Confindustria ha definito “anacronistica” la scelta dell’esecutivo.
La sterzata del governo, da “cloud first” agli incentivi solo per il software in licenza
Certamente è un passo indietro, perché la Pubblica amministrazione da anni punta sul cloud, ovvero applicazioni e informazioni archiviate nella “nuvola” dei data center. Lo impongono le linee guida Agid, almeno dal 2019, in omaggio al principio “cloud first”. “Infatti aziende e associazioni di imprese tecnologiche sono state esortate spesso, dai governi, a sviluppare servizi e software in cloud”, dice Paola Generali. Stato, Regioni e Comuni hanno seguito il trend dettato anche dal mercato. E ora la maggior parte degli applicativi funziona grazie alla “nuvola”. Ma di cosa si tratta? Ad esempio i programmi informatici per registrare le presenze dei dipendenti aziendali, dando l’addio al timbro sul cartellino. Ma la lista dei servizi per le imprese è infinita: la gestione degli ordini, delle fatture, dei pagamenti, delle buste paga, del magazzino ma anche i centralini. “Ormai quasi ogni aspetto della vita aziendale è gestito con software as a service”, dice Paola Generali.
Il danno per le piccole e micro imprese: fino a 6 mila euro l’anno
C’è differenza tra i due mondi del software: con il cloud i programmi non sono installati su server e computer aziendali, bensì presso data center; con l’on premises invece le applicazioni girano “in locale”, con l’onere per l’impresa della gestione quotidiana dell’infrastruttura informatica. “Nel primo caso le aziende pagano un abbonamento mensile anche da poche decine di euro, revocabile ogni trenta giorni, la licenza on-premises invece è più costosa e meno flessibile”, avvisa la presidente Assintel. Che taglia corto: “Io per la mia azienda informatica uso solo software in cloud, fondamentale per chi non è un gigante”.
Secondo l’associazione di Confcommercio, le piccole e micro imprese digitali hanno perso tra i 2500 e i 6 mila euro l’anno (a seconda degli investimenti pianificati) per l’esclusione degli incentivi dal Piano Transizione 5.0. Ma la platea delle aziende che acquistano software in cloud è sterminata, perché quasi ogni azienda ne ha bisogno. L’incentivo, dunque, avrebbe alzato – non di poco – l’asticella delle spese da coprire. Però i soldi sono pochi e il Mef ha stretto i cordoni. Risultato: gli incentivi 5.0 escludono il volano della trasformazione digitale. Secondo Assintel, “il software as a service è oggi l’80% del mercato con cui le imprese adottano tecnologia e innovazione”. Diamo qualche numero grazie ai dati Osservatorio Tech Company del Politecnico di Milano: “25 mila imprese produttrici di software, 70 miliardi di fatturato in crescita del 5 per cento l’anno”, dice la direttrice Marina Natalucci a ilfattoquotidiano.it. Ecco la fotografia del mercato del software, decisivo anche per la sovranità e la sicurezza nazionale: impossibile distinguere la licenza dal cloud. Ma “tutte le aziende vanno nella direzione della ‘nuvola’ abbandonando la licenza”, prosegue Natalucci.
L’esultanza di Urso e lo sconforto della aziende: “I soldi saranno spesi tutti, per fare un passo indietro”
Ma il ministro Adolfo Urso, incurante, esalta il suo decreto: “il governo è al fianco delle imprese con strumenti concreti per sostenere investimenti, innovazione e competitività”. Con “la nuova Transizione 5.0 – prosegue il fratello d’Italia – 10 miliardi di euro da qui a settembre 2028 per accompagnare le imprese nella duplice transizione digitale ed energetica”. Stona l’entusiasmo del ministro, ad ascoltare le imprese. “Manca il coraggio di sostenere davvero la digitalizzazione del Paese”, ha scritto Assintel nel suo comunicato. Oltre al taglio dell’incentivo per il software in cloud, il decreto Urso aumenta la burocrazia. “E’ stato aggiunto un punto che non era nella bozza – si rammarica Paola Generali – più burocrazia per avere maggior controllo sulla spesa”.
Le richieste per gli incentivi dovrebbero partire da giugno. Forse c’è ancora tempo per emendare il decreto includendo gli incentivi per il software in cloud, ma mancherebbe la volontà politica. Assintel ed altra associazioni sono al lavoro per cercare soluzioni. Secondo Paola Generali, “malgrado le poche risorse, si poteva incentivare il software as a service escludendo altre voci finanziabili e ricercando risorse altrove”. Ma la frittata è fatta, con un decreto che rallenta l’innovazione escludendo il software in cloud dalle voci finanziabili con il Piano Transizione 5.0. “Per risparmiare, le piccole e medie imprese dovranno cercare soluzioni software non in cloud, ma non è semplice e per giunta è diseconomico”, avvisa la presidente Assintel. “Alla fine i soldi saranno spesi tutti, ma per fare un passo nella direzione sbagliata”.
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