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Un tesoro di abbazia

  • Postato il 31 agosto 2026
  • Di Focus.it
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In sintesi

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Un tesoro di abbazia
In Sicilia, terra ricca di storia e arte, non mancano i tesori nascosti. Capita così, giungendo nella zona di Monreale, di fare tappa nella cattedrale della cittadina, famosa per i suoi affreschi bizantini, ma di trascurare, a pochi chilometri di distanza, quello che è da secoli uno dei centri più importanti per la spiritualità e la cultura siciliana: l'abbazia benedettina di San Martino delle Scale. Diciamo da secoli perché la tradizione fa risalire le origini del monastero addirittura al VI secolo, come ci spiega l'attuale abate, Dom Vittorio Rizzone: «Si vuole che la fondazione sia stata opera di papa Gregorio Magno, pontefice di origine siciliana da parte di madre. Gregorio avrebbe fondato sei monasteri in Sicilia sulle proprietà della famiglia materna e nelle sue lettere fa riferimento a un complesso monastico che porta il nome di San Martino. Che si tratti dell'attuale abbazia però non vi è certezza». Vien da pensare che sia esistito un primo monastero le cui vicende sono state quasi del tutto dimenticate e che potrebbe essere stato distrutto dalle incursioni dei Saraceni nel corso del IX secolo. L'età di ANGELO Sinisio. Bisogna invece arrivare al 1347 per trovare una prima notizia certa riguardante San Martino delle Scale. Nel gennaio di quell'anno, Emanuele Spinola, arcivescovo di Monreale, con una lettera ne attestò la fondazione nel feudo monrealese di San Martino. Per abitarlo furono chiamati sei monaci del monastero di San Nicola l'Arena di Nicolosi, alle falde dell'Etna. E tra di essi vi era quello che viene considerato un po' il fondatore di San Martino, Angelo Sinisio, abate dal 1352 al 1386. Sinisio fu un personaggio di grande carisma, capace di attrarre molti nuovi monaci nonostante si fosse in anni difficili, in cui la Peste nera infuriava anche in Sicilia. Come racconta ancora Dom Vittorio Rizzone, «sotto la guida di Sinisio, San Martino si ingrandì rapidamente acquisendo, grazie alle donazioni, terreni e proprietà nei territori circostanti. Il monastero poté contare sulle rendite delle campagne, ma soprattutto di alcune tonnare e, sui monti circostanti, delle neviere, dove veniva conservata in profonde buche la neve così da usarla anche nei mesi estivi. Inoltre, nel complesso monastico sorsero il giardino dei semplici per la coltivazione di erbe officinali e lo scriptorium, per lo studio, la copia e il restauro dei manoscritti. La rapida crescita dell'abbazia venne riconosciuta da papa Urbano V nel 1366 con la concessione a Sinisio e ai suoi successori del pastorale, il bastone simbolo dell'autorità dei vescovi».. Prime difficoltà. La crescita di San Martino non si arrestò nei decenni successivi alla morte del primo abate. L'abbazia divenne luogo di devozione per la popolazione locale e accoglieva tra le fila dei monaci membri delle famiglie più illustri, oltre a personalità di assoluto rilievo come Giuliano Majali (morto attorno al 1470), che fu ambasciatore del re di Spagna presso il bey (il sovrano) di Tunisi e fondò l'ospedale civico di Palermo. Questi legami con la Corona di Spagna e con l'aristocrazia garantivano prestigio ma avevano anche conseguenze negative, come favorire l'allontanamento della comunità monastica martiniana dal motto di san Benedetto, "ora et labora". Ce lo conferma l'attuale abate: «In certi momenti la vita monastica divenne troppo rilassata e nel monastero si formarono fazioni che riflettevano le divisioni nell'aristocrazia. Era un fenomeno diffuso, quello delle interferenze laiche, e forse per questa ragione nel Cinquecento San Martino delle Scale dovette rinunciare alla sua autonomia e venne inserita nella Congregazione cassinese, una unione dei monasteri benedettini che aveva come primo intento promuovere la collaborazione tra le abbazie italiane, favorendo la rifioritura dell'osservanza monastica decaduta a causa delle ingerenze della nobiltà che voleva mettere le mani sulle ingenti rendite dei monasteri». L'epoca d'oro... Animata da nuova spiritualità e libera da condizionamenti, l'abbazia conobbe una grande vitalità che si tradusse prima di tutto in un rinnovamento e ampliamento delle strutture architettoniche. Divenne il maestoso edificio che ammiriamo oggi, la più imponente struttura benedettina dell'Italia del Sud. Tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII vennero realizzati l'attuale chiesa abbaziale e il chiostro marmoreo. Venne costruita la farmacia con l'infermeria. Nel Settecento furono aggiunti nuovi chiostri e vennero ampliati gli edifici destinati ai monaci realizzando, su progetto dell'architetto Venanzio Marvuglia, il nuovo dormitorio, la cui facciata, estesa per 137 metri, domina il panorama verso Palermo. Soprattutto in questi secoli San Martino si trasformò in uno dei principali fulcri culturali delle Penisola, capace di attirare studiosi e ricercatori da tutta Italia e non solo. Centro propulsore di questa fioritura fu la biblioteca, specializzata da secoli nella conservazione e nel restauro dei manoscritti. Alla fama dell'abbazia contribuì anche la creazione nel complesso monastico del grande Museo Martiniano, vera e propria Wunderkammer (camera delle meraviglie) come si usava all'epoca, cioè un luogo dove raccogliere reperti antichi, monete, opere d'arte, oggetti esotici con cui stupire il visitatore. Non certo a caso, proprio nel Settecento l'abbazia divenne luogo amato dai viaggiatori del Grand Tour, con Goethe che nel 1787 preferì visitare San Martino e trascurare la vicina Monreale. Il Settecento rappresentò sotto molti punti di vista l'apogeo per l'abbazia, con l'abate che poteva sedere nel parlamento del Regno delle Due Sicilie, in quanto amministratore di grandi feudi nel Palermitano, e un sovrano come Ferdinando I di Borbone (1759-1816) che veniva ospitato nelle strutture del monastero ogni qual volta si recava a Palermo.. Dopo la soppressione del 1869 San Martino delle Scale non cadde nell'oblio, nonostante difficoltà durate decenni. «L'abbazia venne letteralmente spogliata tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del Novecento. Il monastero fu addirittura trasformato in una colonia penale», spiega l'attuale abate Dom Vittorio Rizzone (a sinistra), che ci racconta il presente e il futuro del complesso monastico di cui è a capo. Quale fu il destino dei monaci? Nonostante l'abbazia fosse stata soppressa, non fu del tutto abbandonata dai monaci che rimasero ad amministrare la parrocchia di San Martino, ma senza risiedere negli edifici monastici. Continuò però la cura delle anime del territorio e questo fece sì che non si interrompesse del tutto il legame tra la popolazione, i benedettini e la loro abbazia. Quando si cominciò a pensare di poter ricostituire la comunità monastica? Fu un percorso lungo e tortuoso. In un primo tempo i monaci abitarono solo in alcuni spazi ristretti all'interno dell'abbazia, occupata non soltanto dalla colonia penale, ma anche da una caserma dei Carabinieri e dall'Opera nazionale per il Mezzogiorno d'Italia, da una rete di orfanotrofi e da altre strutture dedicate all'assistenza dei più poveri. Intanto il reclutamento dei monaci proseguiva e nel 1932 la comunità monastica, in seguito alla promulgazione dei Patti Lateranensi del 1929, ottenne il riconoscimento di ente morale. Solo nel 1969, esattamente un secolo dopo la soppressione ottocentesca, la comunità monastica raggiunse il numero di monaci necessari, secondo le Costituzioni cassinesi, per eleggere un nuovo abate: 12. L'abbazia era rinata. Fu l'inizio di una nuova vita? Nuova e antica assieme. Venne ricostituita la biblioteca con il laboratorio dei libri. Venne garantita la formazione dei novizi all'interno dell'abbazia. Furono avviati i complessi lavori di restauro di cui vediamo i frutti oggi. Quali diventarono le peculiarità della rinnovata abbazia? Preghiera e lavoro, spiritualità e cultura. Insomma, ora et labora come era stato per secoli. Abbiamo inoltre cercato di valorizzare il patrimonio storico-artistico dell'abbazia, mettendolo sempre di più a disposizione di tutti perché i monaci sono i semplici custodi di questi tesori e hanno il compito di proteggerli e trasmetterli alle prossime generazioni. San Martino può ancora contare su nuove vocazioni? In questo momento siamo 17 monaci e il tema delle vocazioni è sempre al centro delle nostre attenzioni. Facciamo molto per far conoscere il monastero e le sue attività e per far capire come l'abbazia sia un luogo di servizio a Dio e di servizio per l'essere umano. Inoltre, vogliamo trasmettere il messaggio che i monaci non sono persone speciali, ma uomini che hanno scelto una vita di convivenza con gli altri, caratterizzata da spiritualità e pace. Una scelta di vita che ha ancora molto da dire in tempi come i nostri.. ...e gli anni del declino. L'Ottocento rappresentò invece un momento di profonda crisi per l'Abbazia di San Martino. In Europa spirava un vento nuovo, frutto della laicizzazione portata dalla Rivoluzione francese. Napoleone impose un po' in tutta Europa, a partire dal 1810, la chiusura forzata di monasteri e conventi con l'incameramento dei loro beni da parte dello Stato. Queste disposizioni non colpirono direttamente l'Abbazia di San Martino, ma indebolirono profondamente l'Ordine benedettino, che perse parte della propria influenza e centralità. Il risultato, anche per il complesso monastico siciliano, fu il calo delle vocazioni, la riduzione del proprio ruolo spirituale e delle iniziative di tipo culturale. Le cose peggiorarono con l'annessione della Sicilia al Regno d'Italia nel 1861, un evento che aprì le porte alla confisca dei beni dell'abbazia da parte del neonato Stato sabaudo, nel 1866. I monaci rimasti cercarono di evitare la chiusura totale del monastero, ma fu tutto inutile: nel 1869 Michele Amari, uno dei protagonisti della politica siciliana nel primo periodo post-unitario, fece approvare in parlamento una legge apposita che portò alla soppressione dell'abbazia. Era quello che volevano i notabili palermitani che si erano schierati con i Savoia, che così poterono accaparrarsi per pochi soldi le terre e tutte le proprietà abbaziali. . Seconda vita. La soppressione provocò danni enormi anche al patrimonio storico-artistico di San Martino, come ci conferma Dom Vittorio Rizzone: «I beni conservati nel Museo Martiniano facevano gola a molti e dopo il 1869 furono spartiti tra diversi musei. Oggi parte di quel patrimonio si trova a Palermo, al Museo Salinas e al Museo Abatellis. Questo comportò purtroppo la dispersione di molti materiali, soprattutto i manoscritti e i documenti della biblioteca. Le opere di Angelo Sinisio, per esempio, erano ancora presenti all'inizio del Novecento, per poi scomparire del tutto. Probabilmente quelle carte andarono perdute nei vari trasferimenti all'Archivio di Stato». Fine della storia, dunque? Fortunatamente solo una pausa, perché nonostante la soppressione del 1869 i monaci non abbandonarono mai del tutto San Martino delle Scale. Si misero all'opera anzi, in silenzio, per una nuova rifondazione che portò alla rinascita della comunità monastica. Fu il frutto di decenni di paziente lavoro e preghiera, nel puro stile benedettino del celebre ora et labora. .
Autore
Focus.it

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