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Un sistema visibilmente invisibile: non spegniamo le luci

  • Postato il 23 giugno 2026
  • Caporalato
  • Di Quotidiano del Sud
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Un sistema visibilmente invisibile: non spegniamo le luci

Il Quotidiano del Sud
Un sistema visibilmente invisibile: non spegniamo le luci

Invisibile, visibili, invisibili solo per chi non voglia vederli. Per uscire dagli indugi, che pure hanno un fondamento, si chiamano stranieri in Italia


Invisibili, visibili, invisibili solo per chi non voglia vederli. Per uscire dagli indugi, che pure hanno un fondamento, si chiamano stranieri in Italia. Se sono extracomunitari e per giunta di colore sono più invisibili… ed ecco ricascati nella trappola di parole. Diciamo che se vengono da molto lontano, hanno la pelle diversa dalla nostra, fanno i lavori che molto spesso noi non vogliamo più fare, e molte volte sono sfruttati, allora la nostra indifferenza cresce. Non ci importa. Se non quando – assai di frequente a sproposito – tiriamo fuori il problema della nostra sicurezza minacciata, per applaudire il politico di turno che sventola la bandiera della nostra incolumità o, dall’altro capo della coperta che usiamo per nascondere le vere questioni, per sentirci un tutt’uno con l’altro politico che inneggia alla fratellanza universale.


Ognuno si ponga dall’uno o dall’altro capo, se così è più comodo, ma il problema che pensiamo non ci riguarda invece ci riguarda moltissimo: in casa nostra c’è gente straniera sfruttata, trattata in alcuni casi come schiavi, molto spesso utilizzata per alimentare la grande illusione del nostro “benessere”. Per consentire che negli scaffali dei supermercati non manchino le fragole, giusto per utilizzare un’immagine usata dopo la strage di Amendolara, che ha riacceso per qualche settimana i fari sullo sfruttamento di stranieri nei campi. Perché i fari funzionano così: se c’è un’inchiesta delle forze di polizia sul caporalato con arresti e denunce, per qualche giorno fingiamo di interessarci. Se poi succede quello che è successo nella stazione di servizio sulla 106 dell’alto cosentino, dove quattro giovani braccianti extracomunitari sono stati bruciati vivi in un’auto da altri extracomunitari, novelli caporali del nostro tempo, allora i riflettori rimangono accesi per qualche giorno di più.


Sì, le manifestazioni, le mobilitazioni e tutto il resto ci sono state. Così come iniziative istituzionali per cercare di fare di più contro questa piaga, ma alla fine il Mondo continua a girare alla stessa velocità e nella stessa direzione, e si torna alla normalità malata di vivere – nell’anno 2026 – accanto a chi, in oggettive situazioni di estrema debolezza, subisce situazioni e patisce costrizioni che si preferisce non vedere.


Il punto, va da sé, non è il caso Amendolara, che avrà la sua trattazione nelle indagini che si stanno facendo (anche al di là della strage), ma un sistema che, evidentemente, per essere scardinato necessita di qualcosa di straordinario. Un sistema – quello, per esempio, del mercimonio di tutti gli adempimenti solo in apparenza regolari per avere un permesso di soggiorno – che si replica in mille piazze, in mille campi, in Calabria come in Lombardia, in Campania come in Sardegna.
Qualche settimana prima dei fatti di Amendolara, abbiamo ospitato un intervento-appello del presidente dell’associazione interculturale islamica Daawa.Odv di Cosenza, Ahmed Berraou, che denunciava «una silenziosa tragedia per un numero crescente di membri della comunità marocchina. Si ritrovano vittime di complesse reti di sfruttamento che fanno leva sulla loro vulnerabilità, trasformando il loro sogno di stabilità in un fardello pesante che può durare anni».

Una situazione resa possibile da intermediari, italiani e stranieri, pronti a lucrare sul sogno di una vita migliore di tanti, pronti a pagare (magari vendendo tutto ciò che posseggono nei paesi di provenienza) anche quindicimila euro per avere un contratto di lavoro, seppur stagionale, e poter quindi gettare le basi per una permanenza regolare in Italia. Perché, a scanso di equivoci, quando parliamo dei novelli schiavi, dei quali non ci frega quasi niente, parliamo di persone che hanno le carte in regola (seppur pagate care e amare, ingrossando portafogli di gente senza scrupoli) per stare qui. In moltissimi casi non sono stranieri extracomunitari clandestini. Semplicemente schiavi con i documenti regolari.


Lo sanno le forze di polizia, lo sanno le Procure, lo sanno i sindacati, lo sanno ai ministeri, lo sanno i volontari (per fortuna ce ne sono tanti e fanno, loro sì, un lavoro che ci fa onore). Il problema, però, non sono le inchieste, che ci sono, le retate, che ci sono, i tentativi normativi, che ci sono. Il problema è che siamo di fronte a un sistema complesso e forse con una pressione dell’opinione pubblica troppo flebile.

Da oggi pubblichiamo una serie di servizi – con tante accortezze per non mettere a rischio persone che di sofferenze già ne patiscono tante – per avere qualche informazione in più su quello che succede sotto quella coperta. In provincia di Cosenza, in quella di Crotone, per iniziare. Un contributo per chi abbia voglia di vedere anche quando i riflettori sono spenti. La civiltà, forse, si nutre anche di consapevolezza. “Che me ne frega” non ci fa onore, piaccia o non piaccia. E non è solo il problema di coscienza delle fragole piuttosto che dei pomodori o delle clementine.

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