Tropea, processo “Call Me”, chiesti 16 anni di carcere per La Rosa
- Postato il 2 novembre 2026
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Tropea, processo “Call Me”, chiesti 16 anni di carcere per La Rosa
Nel Processo Call Me, dalla Dda di Catanzaro, chiesti 16 anni di carcere per Antonio La Rosa, ritenuto a capo del clan di Tropea. Avrebbe effettuato oltre 5000 telefonate durante la detenzione con apparecchi illagali
TROPEA – Quasi cinquemila contatti telefonici ricostruiti dagli investigatori, sei smartphone e cinque schede Sim a quanto pare utilizzati durante la detenzione per mantenere i collegamenti con l’esterno. È uno dei filoni investigativi al centro del procedimento nato dall’inchiesta antimafia “Call Me”, per il quale la Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro ha chiesto 16 anni di reclusione per Antonio La Rosa, 64 anni, ritenuto dagli inquirenti il capo del clan di Tropea.
Una richiesta formulata al termine della requisitoria nel processo celebrato con rito abbreviato, relativo a uno stralcio dell’indagine. La Rosa, attualmente detenuto al regime del 41 bis, deve rispondere, secondo l’accusa, di associazione mafiosa con l’aggravante del ruolo di capo promotore, accesso indebito a dispositivi di comunicazione da parte di detenuti, estorsione aggravata dal metodo mafioso e trasferimento fraudolento di valori.
NEL CARCERE DI AVELLINO TRA IL 2020 E IL 2021
Uno dei principali capitoli contestati riguarda il periodo trascorso nel carcere di Avellino, dal 22 ottobre 2020 al 21 maggio 2021. Secondo la ricostruzione della Guardia di finanza, il detenuto sarebbe riuscito a utilizzare telefoni cellulari introdotti illegalmente nell’istituto penitenziario, mantenendo contatti pressoché quotidiani con persone all’esterno.
Gli investigatori avrebbero individuato nella sua disponibilità sei smartphone e cinque schede Sim, intestate a cittadini stranieri. Attraverso queste utenze sarebbero state ricostruite quasi cinquemila comunicazioni. Chiamate dirette soprattutto ai familiari e a due donne.
Proprio queste ultime avrebbero contribuito, secondo l’ipotesi accusatoria, a mantenere attivi i collegamenti telefonici, effettuando ricariche sulle utenze utilizzate dal detenuto e partecipando alla creazione di un falso profilo Facebook. Entrambe sono imputate nel procedimento con rito ordinario davanti al Tribunale di Vibo Valentia e le loro posizioni restano distinte da quella di La Rosa.
L’inchiesta “Call Me”, condotta dalla Guardia di finanza e coordinata dalla Dda di Catanzaro, ha ricostruito le modalità con cui, secondo gli investigatori, sarebbe avvenuto il mantenimento dei rapporti tra il carcere e l’ambiente esterno.
La Rosa, già riconosciuto come esponente di vertice della criminalità organizzata tropeana in precedenti procedimenti conclusi con sentenze definitive, è ora chiamato a rispondere delle nuove contestazioni.
Il Quotidiano del Sud.
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